11 Marzo 2022

"Il matrimonio è una cassa di risparmio per la vecchiaia"

Si dice che Joris-Karl Huysmans fino ai ventidue anni avesse frequentato numerose prostitute e che avesse messo incinta la sua amante prediletta. Dopo averla abbandonata, si ritira a vita “privata” e rimane scapolo per tutta la vita. Ma non solo, pare pure che si tenne lontano dai piaceri procurati dal gentil sesso, concedendosi peccati di gola ogni tanto e esplosioni estatiche di fede: dalla chiesa deviata del satanismo e della magia di Joseph-Antoine Boullan, un ex prete noto eretico, fino alla conversione cattolica poco dopo. Huysmans non è mai stato un uomo che vive a metà, prova fino in fondo le passioni umane, siano esse luminose o oscure, scava con le unghie e poi decide di risalire. Ecco perché Vite di coppia di Joris-Karl Huysmans è un romanzo così straordinario: pubblicato in questi giorni grazie alla traduzione di Filippo D’Angelo per Prehistorica edizioni, mancava da quasi un secolo in Italia e ora finalmente possiamo avere tra le mani questo capolavoro.

Vite di coppia si posiziona esattamente sul confine tra l’estetica naturalista e quella decadente di Huysmans, esce in Francia per la prima volta nel 1881, a esattamente dieci anni dal suo voto di castità. Non è un caso. Vite di coppia è una guerra apparentemente delicata ma totalmente furiosa tra illusioni, sogni da ingenui e un cinismo maschile al limite del sopportabile. Huysmans in questo libro sviscera completamente, con una grazia che solo lui possiede, il difficilissimo tema della vita coniugale in una Parigi di fine ottocento. La stessa Parigi in cui l’autore vivrà per tutta la vita, una città fatta di piccoli quartieri che sono mondi a sé stanti, piccoli universi in cui ristabilirsi con una nuova compagna o piccoli inferni in cui sprofondare. Parigi è la citta dove coesistono più facilmente e senza soluzione di continuità sia la vita borghese, fatta di mogliettine ben addobbate da portarsi in giro come trofei annoiati, sia la vita da scapoli che tentano di essere un po’ dandy, gestendo il proprio tempo tra l’aspirazione all’essere artisti e la lascività dei bordelli.

È proprio in una notte di divertimento che confina con l’alba di un nuovo giorno che il romanzo si apre; André e Cypirien sono due cari amici che stanno tornando da una piccola festa privata, camminano per le vie deserte di Parigi per raggiungere casa. Cyprien è l’amico scapolo ostinato, un pittore senza successo che disprezza tutta la serie infinita di ovvietà che devono compiersi nella società borghese. Un uomo con le idee chiare, provocatorio e per nulla disposto a mollare l’osso della conversazione; Cyprien vuole convincere André a continuare a vagare per la città fino all’alba ma l’amico resiste, teneramente si impone a suo modo e torna a casa, una casa con moglie.

Già da queste primissime pagine si nota il ritmo altalenante che avrà poi tutto il romanzo, un sali-scendi di dialoghi serrati tra una opinione e l’altra, tra un dubbio e una interpretazione, tra un sentimento di euforia e una malinconia febbrile. Alle invettive serrate di Cyprien contro la donna venduta al mercato della borghesia, perché sarebbe ora che lo scapolo Cyprien si sposi, André risponde con una disarmante sincerità che mette a cuccia il lettore speranzoso di una qualche risposta politicamente corretta a favore delle virtù della donna: “Io, lo ammetto, mi sono sposato perché quel momento lì era venuto, perché ero stanco di mangiare in un piatto di terraglia il pasto freddo preparato dalla donna di servizio o dalla portinaia. (…) Allora ho sentito il bisogno di non mangiar più quelle minestre stantie, di vederci quando calava il buio, di soffiarmi il naso in fazzoletti puliti, di avere un po’ di fresco o un po’ di tepore a seconda della stagione. E ci arriverai anche tu, vecchio mio: su, sinceramente, ti sembra che valga la pena di essere come ero, e come tu sei adesso? Vale forse la pena di avere il cuore perennemente imbrattato dalle sozzure delle sgualdrine?”. Se con questo pensavamo di averne sentito abbastanza André non risparmia nessuna illusione e romanticismo: “Il matrimonio è una cassa di risparmio alla quale si affidano le cure per la propria vecchiaia!”.

Il matrimonio è quindi il punto di non ritorno di un uomo: arrivati a una giusta età da accoppiamento stabile il giovanotto in questione deve pensare a una pensione affettiva e affettuosa per il suo futuro. La prima necessità non è l’amore quanto invece avere un piatto caldo, la camera ben arieggiata dopo esser stati fuori tutto il giorno e qualcuno che ci scaldi il letto con le braci prima di andare a dormire. Insomma il matrimonio è la condizione perfetta per avere una domestica in casa quasi gratis. Sì, perché l’illusione di questa semplicità si rivela fallimentare poco dopo: André rientra a casa in anticipo e trova una poco elegante sorpresa: la sua domestica personale (ovvero la moglie) è a letto con un altro uomo. Ecco che il misero sogno di felicità e stabilità si rompe in mille pezzi davanti a un oltraggio indecoroso, André risulta cornuto al mondo, una cosa insopportabile. Non potendo quindi fare una scenata, altrimenti avrebbe dato sfogo alle voci maligne, fa uscire l’amante della moglie incolume da casa e, poco dopo, incapace di restare sotto lo stesso tetto con l’adultera, fa le valigie e trova rifugio e consolazione dal suo amico scapolo. Inizia così un lungo pellegrinaggio dentro alle emozioni e ai sentimenti di questi due uomini di trent’anni. L’età che aveva Huysmans quando scrive questo romanzo.

André passa tutte le fasi della disillusione, il suo sogno di cassa di risparmio per la vecchiaia pare essere andato in pezzi, la brava mogliettina di casa sconfessa nel gesto del tradimento l’apparenza da donna frigida e schiva che aveva propinato al marito. Sotto quel sorriso gentile e una veste che sfruscia leggera per casa c’è in realtà un cratere di desiderio, una necessità di fuoco mai provato, una delusione profonda per un marito che non capisce di cosa lei abbia bisogno senza che però lei si prenda il minimo disturbo per comunicarglielo. In tutto il libro infatti la figura di Berthe, la moglie di André, viene trattata in un solo capitolo, parla pochissime volte. Il femminile in Huysmans è ovunque eppure si impone sempre di traverso, è solo attraverso la voce maschile che la donna può esprimersi. Vita di coppie è un romanzo dedicato al tema del matrimonio e delle relazioni con le donne eppure è sempre tramite il sentimento e le emozioni maschili che apprendiamo chi sono queste donne-chimere che distruggono e allo stesso tempo ravvivano la vita di questi scapoli artisti parigini. André decide così di allontanarsi dalla traditrice e condurre una vita da scapolo, senza gettare nello scandalo nessuno dei due, si trova un appartamento in un nuovo quartiere e va a riprendersi la sua vecchia fedele domestica, perché un pasto caldo e una casa pulita si possono comunque ottenere anche da una donna di servizio. André va avanti, compra mobili nuovi e si stabilisce definitivamente in questo nuovo appartamento. Ma l’illusione è una minaccia sempre presente: André spera di ricominciare a scrivere il suo romanzo, perché “voleva provare a se stesso di non essersi guastato, di avere salvato dai conflitti coniugali il proprio talento.” Come se la scrittura e la vocazione all’arte fossero vincolati non tanto da una capacità di autodisciplina quanto da una finta pace coniugale. Mettere a posto i sentimenti e lo stomaco con un piatto caldo per mettere a posto la scrittura. Non funziona così e André scopre presto che avere un talento è una propria responsabilità, non si può dare la colpa alla moglie per una mancanza di ispirazione.

Cyprien e André sono forse la stessa persona, sono i lati di uno stesso maschile medaglione: il sentimentale e il cinico, lo speranzoso e il disilluso. Forse sono Huysmans stesso. Perfettamente in bilico tra passioni deliranti, desiderio di coppia stabile e voglia di libertà sfrenata. In questo romanzo persino il ferreo Cyprien, denigratore totale della vita di coppia, cederà a una forma di condivisione di vita con una donna. Cyprien sceglie una modalità tutta sua, tipica del popolo rozzo e sporco, inadatta a essere data in pasto alla piccola borghesia bigotta. Cyprien sceglie alla fine la via del concubinaggio: quella che oggi diremo semplice “convivenza”. Ma una convivenza speciale, dove il desiderio della carne è assente, dove regna soltanto la tenerezza e una libertà discreta ma concessa in accordo tra i due. Una sorta di paradiso di coppia per l’uomo di fine ottocento, un paradiso impraticabile se non per un artista che cede il buon costume e acquista l’autenticità.

Vite di coppia è un libro straordinario, un classico, un testo che parla ancora oggi alla morale, al cinismo e alla disillusione di ciascuno di noi. Perché non possiamo far finta di aver superato tutta questa “apparenza” nella società, sono passati più di cento anni eppure chiunque conosce almeno una coppia che sta insieme per noia e per paura, forse siamo proprio noi che stiamo leggendo. Il matrimonio o la convivenza come anestetico per la voragine di nulla dentro di noi che abbiamo il terrore di guardare. Una sorta di psicofarmaco a buon mercato, essere in due per non dover sopportare la solitudine. Quindi anche oggi, dove troviamo davvero la scelta, quel bivio di sangue tra un abisso sconosciuto e la strada spianata di una vita di coppia, se nella scelta regna sovrana la paura. Dopo due anni di isolamento e assenza di contatti umani dovremmo saperlo eppure l’uomo è banale, preferisce la velocità del vivere alla capacità di ascoltarsi davvero.
Un libro questo per non smettere mai di riflettere, specialmente per le donne, un testo per uscire dalla storia degli altri e seminarne una tutta propria.

Clery Celeste