12 Aprile 2024

“Le pietre danzano nel petto di donne estatiche”. Tra i versi-frantumi di Joël Bastard

Dal mondo culturale francese la ‘notizia’, diciamo così, è la scoperta di un inedito di Jean Genet. Si tratta di un’opera teatrale, s’intitola Héliogabale, ritesse la storia dell’eccentrico imperatore romano Marco Aurelio Antonino Augusto, sacerdote del dio solare siriaco El-Gabal, esteta in difformi riti erotici, ucciso dai pretoriani nel 222. Genet scrive Héliogabale in carcere, a Fresnes, nel 1942, dove abbozza il primo romanzo, Notre-Dame des Fleurs. L’opera – di cui si sapeva l’esistenza – è stata ritrovata, in forma manoscritta, negli archivi della Houghton Library dell’università di Harvard; ora, con provvida preveggenza – Genet è morto il 14 aprile del 1986 – esce per Gallimard. Il curatore del faldone, François Rouget, ci fa sapere che il modello lirico di Genet è Racine, quello simbolico Artaud, autore, nel 1934, di un Héliogabale ou l’Anarchiste couronné – stampò Denoel, in Italia edita Adelphi –; il succo è che “Genet sceglie quel soggetto per abitarlo: se la sua pièce non eguaglia in potenza allucinatoria quella di Artaud, la supera in lirica”. Ergo: “Héliogabale costituisce una testimonianza commovente e singolare degli esordi letterari di Genet. La riscoperta di questo lavoro è un evento che ci obbliga a rileggere tutto il suo teatro”.

Gallimard presenta Héliogabale in un palmeto di applausi: lo si dice le texte inédit d’un auteur culte. Un tempo, Genet era “di culto” anche da noi: un tempo i suoi romanzi – Pompe funebri, Querelle de Brest, Nostra Signora dei Fiori – erano editi da Mondadori; ora, vivaddio, li ristampa il Saggiatore. Di fatto, Genet, lo scrittore che fece di sé uno scandalo permanente, nell’obliqua abiezione del corpo e del corpus (verbo-fiore, verbo-ano, verbo sublime e fecale), è pressoché scomparso nel nostro tempo pornolatrico, neo-puritano, ipocrita all’ennesima.

Eppure. Più che dell’inedito di Genet – che, sfogliato, non pare poi granché – mi attira il profilo lirico di Jöel Bastard, forse per quel nome che tiene insieme ninnoli e iene. Nato nel 1955, uomo dai mille mestieri – compreso il maestro d’ascia e il dipintore di navi –, nel 2000 Gallimard pubblica il suo primo libro lirico, Beule. In questi giorni è uscito l’ultimo, Les couvertures contemporaines. La quarta di copertina lo presenta con queste parole: “è scrittura misteriosa e deturpata, questa, che sregola il presunto ordine del linguaggio”.

Jöel Bastard scrive brevi prose liriche, che magnificano l’ordinario. È l’opera di uno che stana il linguaggio sotto i sassi, in zone marginali; uno che opera con la pietra focaia. Dalle Illuminazioni di Rimbaud, è utile norma, per i francesi, basculare nel poema-in-prosa, questa specie di siepe del linguaggio piena di ripide serpi, di rapidi rovi. Il lignaggio di Jöel Bastard, per dire, riguarda René Char e Pierre Jean Jouve, fino a Thierry Metz e Christian Bobin. Nonostante Gallimard gli abbia pubblicato sette libri, Jöel Bastard non rinuncia alla propria attività editoriale primaria: creare libri d’arte, in tirature microscopiche. Tra l’altro, sa inventare oggetti strampalati – si è fatto la casa da sé, forse è animista. Il suo blog vive d’incuria, la sua poesia oscilla tra il frugale e il futile, ma questa ingenuità ne illumina i tratti; in un tempo poetico spesso al veleno – ma senza grazia di vipera – Jöel Bastard sa di pane. Nel suo blog, senza alcuna accuratezza, allinea fragments d’une vie en cours. I quaderni di un poeta errante; questo è un frammento scritto a Rennes:

“Dobbiamo costruire giardini per convincere i guerrieri a deporre le armi. Rose e glicini non temono l’ingenuità.

Dammi un bacio. Sai quanto amo la tua lingua. La nobiltà delle parole che non dici. Turbinosa freschezza, il dolce dei denti. Dammi un bacio così potremo scambiarci il silenzio in sorsi di saliva, a occhi chiusi.

Sul lato della malinconia, un uomo e una donna aprono lo scrigno dell’infanzia, da allora si fissano da una nuvola di fumo”.

Joël Bastard mi sembra un Henri Rousseau che dipinge prodigiose giungle, viste nei libri per bambini, in un’alchimia di immaginati erbari; la poderosa amazzone sul divano, felina, che trafigge l’improbabile leone, è in verità polacca, si chiama Yadwigha. Un nome-chiavistello, capace di scardinare i cancelli del sogno, di tramutare il cielo in un praticello.

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Spera nella frattura!

Approccio all’immagine, a passi lenti, senza il brusio del brusco. L’immagine rincula di alcune lettere. La paura mostra il suo volto di pagina bianca, il suo misero strato di carta. Il più oscuro tratto. Attraversa la memoria senza inabissarsi, cerca dimora. Lascia che rivolga a te il suo viso: seduce con un istante di verità.

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Le assi dei sepolcri fremono nel fogliame, i piedi si bilanciano sui verdi serbatoi del giardino. Divina ciò che non viene più detto! Ciò che non crolla più da labbra sigillate! L’inchiostro perpetua il rituale di sangue.

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Non percorrere più il sentiero di ieri: troppe pareti disarticolate ostacolano il passaggio. Faceva freddo, poi caldo, poi fu mite. Le nuvole consigliarono a tutti di tacere. L’eternità fa la guardia a montoni dalla natura opaca: ha finito per contare le bestie dell’assemblea sottomesse a un carico contratto. La paura ancora una volta ha preso campo. Troppe pareti disarticolate ostacolano il passare.

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Chi sei tu che mi conosci
dal gorgo della gola degli interrati?

I cavalieri, la rabbia, il palio dei corpi posseduti e consunti, il corteo dei baci e la rettitudine, tutto dorme nel ventre degli alberi che si riparano nella foresta. I microbi si fronteggiano e influiscono su questi corpi per un tempo inabitato.

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Raccontaci ancora del razzo
anche se l’elastico è rotto!

Accumuliamo strati e strati di conoscenza. Il piede del bimbo colpirà la pietra del mattino. Colpirà ancora la pietra del mattino. Non sappiamo altro oltre a questa densa illusione! Uno scoppio di risa scioglie le aureole e dormiamo, le braccia sull’essenziale.

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Attento al canto! Ne sono consapevole. È una casa di cui conosciamo ogni arredo, i sistemi di apertura, i segreti anditi, il complesso gioco degli arcaici cassetti, le formule accatastate nell’oscurità; poi la poesia prende la marcia sui bordi, scompare nell’inconcepibile.

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Tutto è possibile al cospetto delle parole, il silenzio è così promettente! Poi riappare, è il fine dell’afonia del retore, si tiene saldamente alle sbarre. Il dizionario resta comunque aperto! I volti sono sconcertati, stupidi o allegri, in ogni caso significativi. Riconosciamo le smorfie, le inebrianti vacuità. A chi appartiene questo, che ha usato la corda dell’esigenza e ora penzola davanti alla porta d’ingresso? Da quale origine proviene quest’altro, il discendente di una parte messa nelle mani dell’avvenire? Rigettali!

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Il desiderio zoppica, s’incunea in se stesso. Scava tra le gomme gialle degli archivi. Rischiaralo! Dirompe la vecchiaia, i suoi teneri anditi. Ritorno di fiamma. Le conseguenze di ieri. Ancora, l’inutile torre che si sposa al deserto, come un pezzo di carta tagliato nel buio. Eppure, il neon abbagliante traccia la linea del tuo viso, in una notte provinciale.

Da: Les couvertures contemporaines, Gallimard, 2024

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Rientriamo, nell’inchiostro delle cancellature

Potremmo aprire il dizionario, puntare il dito sulla prima parola, a caso. La voglia di scrivere ha spalancato le porte, tanto meglio, siamo nudi. Dietro di lui, un vuoto pacifico e sicuro. Nessuno blocca lo sconosciuto con la faccia. Nessuna onda trascina la barca. Di negazione in negazione, l’usura prende forma, ci appaga.

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Non ricordiamo chi abbia allestito la pantomima. Oggi il paesaggio è uno straniero che passa, medagliato da un orizzonte sommario, più che sufficiente per continuare il viaggio.

Volgiamo la testa verso il fondo dell’oscuro, a cui resistiamo valorosamente. Spera! Ci chiamano, è un mormorio. All’interno: manoscritti, scatole numerate, fascicoli, l’eco di un uccello. Il canto infermo, rinchiuso, a piena pagina, senza di lui.

Il bimbo conosce soltanto il rumore delle scale, le prove d’amore. Il viso in sangue, la base della torre. La sorpresa di essere uomo comincia nella culla. Intorno a lui, le pietre danzano nel petto di donne estatiche.

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Ci troviamo davanti al nostro nastro di sabbia, da rastrellare con un vecchio arnese rattoppato. Il manico è grigio, consumato dal tempo e dal clima. Eppure, amiamo ciò che stringono le dita. Amiamo il contatto con il manico più che il risultato di quei denti paralleli, visione del nostro doppio interiore. Fare dell’interiore un terrestre esteriore è l’obiettivo di questo ordinario rastrellare. Processo che va e viene. Ma poi, cosa diventerà questa sabbia laminata, spostata, adattata da un luogo a un altro?

Da: Des lézards, des liqueurs, Gallimard, 2018

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Il tronco degli alberi è la parte del libro che non leggeremo mai. Attraversiamo l’immensa biblioteca con occhi che tentano di incidere la corteccia. L’essenza ci porta da una domanda all’altra. Il boscaiolo, a sera, si spoglia e dorme nudo nella linfa. Scrive su un foglio che non ne contiene altri.

Da: Beule, Gallimard, 2000

Joël Bastard

Gruppo MAGOG