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“Siamo nodi di nebbia”. Jens Peter Jacobsen, il maestro di Rilke

Oh, cosa poteva saperne il mio amico – cosa potevo saperne io. Era il 1995, per il mio compleanno mi regalò Niels Lyhne, il romanzo epocale di Jens Peter Jacobsen, pubblico nel 1880. Di Jacobsen non sapevo nulla: danese, nato nello Jutland nel 1847, fece coincidere gli studi scientifici con l’estro letterario. Aveva studiato botanica: poco più che ventenne partì al seguito di una spedizione per l’isola di Anholt, nel tratto oceanico tra Danimarca e Svezia; si razziavano piante rare; l’isola dev’essere meravigliosa, attualmente ci sono 167 abitanti, un sogno. Di famiglia abbiente, Jacobsen nelle fotografie ha baffi lunghissimi, capelli laccati e una faccia da schiaffi; visse poco, fino al 1885, fiaccato dalla tubercolosi. Si professava ateo, posseduto dal tedio d’acciaio che perseguita chi si ostina a fare domande, tradusse in danese L’origine delle specie di Darwin. Il mio amico, evidentemente, trovava in me alcuni tratti del protagonista del romanzo, Niels Lyhne, che in fondo è lo specchio di Jacobsen. Il romanzo ha avuto diverse traduzioni in Italia – Sonzogno e Carabba (nella versione di Ervino Pocar), negli anni Trenta, poi Rizzoli e Mondadori –, quella acquistata dal mio amico era Iperborea (ristampata nel 2017). Mi conquistò il formato del libro (molto verticale) più che l’introduzione di Claudio Magris (molto lunga e molto noiosa). Mi stupisce ancora oggi che quel libro, così pieno di domande e grave di dubbi, fosse approdato in un’edicola di Orbassano, paludosa periferia torinese, priva, all’epoca, di una vera libreria.

Il romanzo mi pareva involuto, senza trama, senza vita, grigio: lo lessi più tardi, ero troppo scemo – e poi, la poesia mi aveva già predato e Dylan Thomas, che idolatravo, faceva scempio di tutto il resto. Che estroso cretino: il romanzo di Jacobsen è bello proprio per le ragioni che allora me lo facevano giudicare brutto. Insomma, Niels Lyhne è una specie di Amleto passato al maglio di Kierkegaard e dell’evoluzionismo, un tipo che volteggia tra abisso e scientismo, torturato da interrogativi che infrangono la quiete pubblica, il bene comune. Niels Lynhe è un ragazzo catapultato nella crisi, è un degno schizzo di Edvard Munch, uomo ispirato dalla disperazione, che va fino al culmine del soffrire, e scava con un cervello/punteruolo fino a scoprirsi senza-Dio. “Poi arriva il giorno in cui capisci che è nel terremoto che scosse il Golgota e spalancò i sepolcri, che la sua voce si è fatta udire per l’ultima volta, e che dopo, da quando il velo del suo tempio si è squarciato, regna il Dio Gesù: da quel giorno preghi in modo diverso… Se Dio l’aveva abbandonato, poteva anche lui abbandonare Dio”. In un passaggio – “Quando andava a letto la sera, sorgeva in lui uno strano sentimento di desolata grandezza al pensiero che a quell’ora tutti, bambini e adulti, pregavano il Signore e chiudevano gli occhi nel suo nome” – Jacobsen pare in anticipo su una poesia di Dylan Thomas, The conversation of prayer: “Il colloquio delle preghiere sul punto d’essere dette/ Dal bimbo che va a letto e dall’uomo sulle scale/… Dormirà illeso il fanciullo o sarà in lacrime l’uomo?”. In una frase sono riassunte una duna di pagine: “L’esistenza si era incrinata e perdeva il suo assurdo contenuto da ogni parte”.

Jens Peter Jacobsen mi assale con prepotenza da quando leggo Rilke. Per Rilke, Jacobsen è il raro maestro e Niels Lyhne il preludio che lo porta a Malte Laurids Brigge (un danese, appunto, cascato nel Quartiere Latino, Parigi, col gusto per le riflessioni incandescenti). Al “giovane poeta” Franz Xaver Kappus, Rilke impone di leggere Niels Lyhne, “libro di magnificenze e profondità… non c’è nulla, lì, che non sia stato compreso, concepito, esperito, riconosciuto” e Marie Grubbe, “il meraviglioso libro su destino e nostalgia” (uscito in origine nel 1876, pubblicato, in Italia, da Vallecchi, Fabbri, Mondadori, nel 2019 è stato riesumato da Carbonio Editore). “Il nome di Jacobsen significa già di per sé una determinata, intera epoca della mia vita”, scrive ad Alfred Schaer, da Muzot, nel 1924, ricapitolandosi, Rilke; e poi, lo stesso anno, a Hermann Pongs, rimarcando un rapporto di franchezza coi morti: “Anche a Parigi egli continuò per molto tempo a essermi un compagno nello spirito e una presenza nell’animo; che non fosse più in vita, mi sembrava talvolta una privazione intollerabile, ma proprio il singolare bisogno ch’io sentivo di essere arrivato in tempo a conoscerlo, educò ben presto in me la libertà e la schiettezza verso ciò che è morto”.

Nel mondo inglese, Jacobsen ha un successo che vince il tempo. Penguin, nel 2006, ha pubblicato una nuova traduzione di Niels Lyhne; Eric O. Johannesson, in un vasto testo introduttivo, spiega con tono didascalico come “il romanzo abbia avuto un impatto decisivo e immediato, perché rifletteva le preoccupazioni esistenziali di una generazione di spiriti sensibili vissuti in un’era di transizione, tra vecchi e nuovi valori, tra romanticismo e realismo, tra fede e ragione. Gli scrittori dell’inizio del XX secolo videro in lui un esteta decadente, un Amleto imprigionato nel proprio regno onirico; la generazione degli anni Quaranta e Cinquanta, del tutto disincantata dagli eventi della Seconda guerra, che aveva letto Camus e Sartre, considerava Niels Lyhne un eroe esistenzialista, che sfida l’angoscia della condizione umana”. Nel 2017 Morten Høi Jensen pubblica A Difficult Death. The Life and Work of Jens Peter Jacobsen, una biografia che rende giustizia a “uno dei capovolgimenti più sconcertanti della storia della letteratura”. Se nei primi del Novecento, infatti, esiste un autentico “culto” per Jacobsen, “che annovera tra i suoi adepti James Joyce, Thomas Mann, Franz Kafka e Sigmund Freud”, negli ultimi decenni la fama di JPJ va scemando, rispetto a quella, ad esempio, di Ibsen, Strindberg o Hamsun. Grosso modo è ciò che è accaduto da noi: annoverato tra i ‘classici’, Jacobsen è ora scrittore per pochi, da leggere di nascosto. Nelle lettere, Rilke accenna ai “versi” di Jacobsen “che vivono di un suono perpetuo”. Benché più consone ai canoni del tardo romanticismo, spesso intonate alla fiaba, belle quando intrise di cauto pessimismo, le poesie di Jacobsen sono state musicate da Gustav Mahler e Arnold Schönberg. Manca una traduzione italiana.

***

Il dolore è paziente ma io risorgo

respiro l’aria e corro per le strade:

fame che devia in lussuria

il mio petto si gonfia come la marea.

 

Mi sembra di stare in piedi su una nave

la chiglia incatenata a nodi di nebbia

mentre sfreccia il vento

e le luci infiammano la riva.

 

Non sono che un gioco di corde

il vizio di una tempesta improvvisa:

bisogna fondersi nell’Uno

benedetti dal desiderio.

*

Ogni sera da bambino pregavo Dio

prima di dormire, ma la mia preghiera

non è mai giunta all’orecchio dell’Onnipotente.

 

Ora so che le mie parole sono ai piedi del Trono:

Dio mi ha reso il re dei miei sogni

presto da questo caos di nebbie nascerà il mondo.

*

Il silenzio mi avvolge pacifico

non ho il coraggio dell’acqua

non sfido le foreste oscure

non svelo ciò che il cielo nasconde

le colline scrosciano come onde

forma dentro forma – colore nel colore

cammino dentro il sogno di Dio.

*

Dunque, la vita che ho vissuto

è un dedalo di nebbie – è il vuoto

 

ho amato incatenato al sogno

un’ombra che non mi riconosce

 

sparisce nella melma oscura

proprio ora che vorrei toccarla.

*

Non m’importa del sole che

si sfascia a occidente

se non riguarda una vita che arde

 

non m’importa della foresta che sussurra

né della voce melodiosa della sorgente:

non raccontarmi la saga degli spiriti buoni

 

immaginare non ha più senso.

*

Terribile e benedetta scorre la pioggia

segni solcano l’aria e sulla terra

sono ruscelli a migliaia.

Sfere di pioggia fredda

creano un inno sopra le strade

si sbriciolano come sabbia:

ora ci sembra di vivere

in un mondo sottomarino.

I tronchi sono gelidi e gli alberi

si inchinano a bere.

Jens Peter Jacobsen

 

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