La vita di Jean-Michel Maulpoix – nato nel novembre del 1952 – pare votata alla letteratura. Ha insegnato “Poesia moderna e contemporanea” all’Université Pais-Nanterre; dirige la rivista di critica letteraria Le Nouveau Recueil; nel 2022 ha ottenuto il Goncourt per la poesia, come riconoscimento all’opera intera. Ha scritto, in effetti, una ventina di libri in versi, spesso per Mercure de France, editore francese di alto lignaggio lirico; il suo Précis de théologie à l’usage des anges (Fata Morgana, 1988) è stato tradotto nel 1990 da Il melangolo.
Quasi non c’è autore di cui Maulpoix non si sia occupato; a proposito de La leçon d’Arthur Rimbaud, un testo del 1996, ha scritto, tra l’altro:
“L’enigma di Arthur Rimbaud è rivolto a noi. Poiché tale figura di scrittore è la più immaginaria e azzardata possibile, non possiamo che riconoscervi l’incertezza dei nostri lineamenti. Essendo nulla, ci intima di essere. Allo stesso tempo, privi di un luogo, ci offre dimora. La sua partenza ci intima a stabilirci nella transitività, nella nostra singolare finitudine”.
Ha scritto, tra i tantissimi, di Yves Bonnefoy e di Julien Gracq, di Edmond Jabés (“Quando giungerà il momento, per l’uomo, di pensare ai propri inizi, di vedersi come un ‘ospite’, rifiutando protezione al proprio misero ‘io’, che ha unghie e denti atti a strangolare il prossimo? Jabés ci consegna, più che un testamento, un mannello di pagine da vergare”) e di Rilke, di Valéry e di Andrea Zanzotto (“Nella tensione tra la Bellezza, ormai interdetta, strangolata dalle convulsioni della storia e del pensiero moderni, e le fragili promesse dell’umile Beltà, Zanzotto ha scritto un libro che, nell’epoca in cui è desertificato il senso stesso della sensibilità, parla ancora della vocazione di abitare umanamente la terra”). Ha scritto di Malraux e di Le Clézio, sempre con raffinatezza, con quieta esigenza ‘morale’. Il suo autore-faro, in cui inscrive il proprio percorso poetico, è Henri Michaux, a cui ha dedicato un saggio, nel 1985.
Ecco: una vita così piana, così pienamente devota, da pastore della cucciolata lirica, potrebbe dare disagio. Una vita senza sfasature, senza scarti, senza rotte avverse o improvvisi avversari, è difficile che dia come esito la poesia: cioè, il Cerbero del linguaggio, bestia fulva, in piena aggressione. Eppure, a leggere l’ultimo libro, Cahier de nuit – Mercure de France, 2024; qui se ne dà una silloge in traduzione – il riverbero lirico di Maulpoix ha il cuore di sale, avvelena. Non sempre abbiamo necessità di unghie – basta la spina, a volte, una spira, a ispirarci.
Maulpoix descrive il suo libro così:
“Non si tratta più di stanare la bellezza, ma di porsi domande che impediscono di dormire e prendere appunti sul ciglio dell’insonnia… Quando la vita si mette al passato, cosa faremo dell’infanzia che ne resta, pari a uno scarto? Le tracce di un tale ‘quaderno notturno’ sono fatte di rare parole, in grafia facile, in sordina, racconciate, deformate da mano malferma. Poesia sussurrata che interroga ciò che rimane delle regioni dell’essere e del desiderio nella testa di un vecchio uomo, che guarda con stupore alle ombre del proprio ignoto”.
Il lirismo a volte si avvita, a volte ha vita di lama, e infierisce. D’altronde, la porta poetica dà sempre su una notte e le mani abbeverano civette.
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Jean-Michel Maulpoix
Sulla soglia
Non permettere ai rapaci di nidificare tra i miei versi alle iene, alle sanguisughe, alle cimici, ai calabroni – difenditi da chi reca insegne e da chi agita i venti da chi è importante, dai cantanti ricchi di fascino, dai frenetici scansati da chi saccheggia le tasche dei morti
Non entrino i corrotti, qui, né i crudeli, i fasulli i contrabbandieri, i truffatori, non entri chi semina menzogne chi fabbrica gioielli bacati e avvelena gli alcolici i rabbiosi e i rancorosi, i grevi, i ruvidi i falsi e le fantesche fallate, i perfidi, i crudeli
Sia fatto spazio agli amici di ritorno, a chi è rotto dal lutto, all’insonne; a chi ha il cuore pesante al debole, all’ultimo, al perduto – a tutti gli angeli caduti dal cielo, ai predicatori di miserie che tornano dai deserti in ginocchio, con la gola arsa – apri la porta allo spezzato, al quasi morto, a chi rantola
Ho pane, vino, sigarette – sono rimasti un po’ di caffè e una torta di prugne: qualche parola non ancora salata, beata sulla bocca dei puri: sediamoci sul terrazzo, guardiamo la sera che crolla: ecco, è ora, arriva la notte.
*
Cormorani
Per traversare l’immensa notte mi sono seduto su una di queste piccole seggiole progettate per lo più per i morti con le loro lunghe gambe scheletriche
Spesso resto di fronte al mare nelle ore più sordide quando non si distingue il cielo non resta neppure una briciola di blu
Ho visto vascelli scivolare dentro di me e planare i corvi marini smarriti, silenti
Piume d’inchiostro, lente ombre che sfilano lungo i rilievi delle onde sulle bianche pagine del mio taccuino notturno
*
Il giardino nero
Sono entrato nel giardino nero dove germogliano ancora i morti alberi: gli dèi combattono a mani nude per le belle mortali e le divinità hanno i capelli blu
Occhi fissi dentro la mia notte raccolgo i fiori del sonno dai profumi irrespirabili soffio un canto nella tua bocca per distillare parole definitive
Ho marciato dentro una stella che nessuna brina di paglia rischiara ho percorso la via che porta al fiume dove la scura acqua si beve in ginocchio: non disseta, ma obbliga all’oblio
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Treno di notte
Il sole non rischiara più le consuete cose non esiste la terra promessa, ma quella aperta alle nostre ossa: dal primo lenzuolo all’ultimo il viaggio fu rapido – non ci siamo accorti dei giorni dallo spiraglio delle porte: abbiamo sciolto i nodi e spento le candele febbricitanti arriveremo in orario per salire sul treno notturno?
Non preoccuparti: tutto è nel bene tutto non è che un sonno la morte non è che un leggero graffio sulla lingua una spina tra le parole, poco meno di un dente che morde le labbra e le fa sanguinare nell’istante dell’amore – è il grido che ulcera la luce quando una nuvola acceca il sole quando una stella inciampa cade e brucia nel fiume.
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Mantello notturno
I
Credete che il cielo sia abitato da tanti occhi sgargianti, bugiardi con le pupille fisse, troppo lontane?
Chi ha l’iride maculata d’oro? Notte cieca che caccia la notte lardellata di stelle
Perdonami, volto le spalle nulla mi è chiaro di voi cammino verso l’oblio
Come si srotola questo nero panno in cui è avviluppata la terra? Un mantello che non è della mia taglia.
II
Scrivo e mi mangio le unghie: disegno a occhi chiusi i falsi musi della mia notte
Le stanze del passato sono piene di mobili odorosi e lordi di stracci, di sogni
Uno sciame di grigie api fa colare l’oro del suo miele nell’alveare dell’invisibile
Ci sono uccelli silenziosi con la gola secca e serrata che non cantano più: hanno paura.