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“Le ferite brillano come gioielli”. Jean Grosjean, una leggenda

Jean Grosjean è figura che sfiora la leggenda; stupisce, piuttosto, che in Italia sia pressoché sconosciuto, latitante all’editoria nostra. Nato a Parigi il 21 dicembre del 1912, Grosjean entra in seminario a vent’anni, viaggia in Medio Oriente, è ordinato sacerdote nel 1939. Mobilitato durante la Seconda guerra, è prigioniero a Sens: lì conosce André Malraux, che lo ispira e lo induce alla letteratura. Trasferito in Pomerania, nello stalag, sperimenta il dubbio, lo squarcio: dopo la guerra rinuncia al sacerdozio. Uomo schivo, isolato, furibondo nella gioia, “amichevole ma distante, incapace di parlare senza passione, alieno ai fuochi fatui della fama, religioso ma senza enfasi, non usava mezzi termini, non velava le sue idee, amava il contraddittorio”, lo ricorda Le Clézio introducendo la raccolta di “textes retrouvés”, Une voix, un regars (1947-2004), edita da Gallimard nel 2012, da cui abbiamo tradotto alcuni testi. Dagli anni Cinquanta, Grosjean si ritira ad Avant-lès-Marcilly, nel Grand Est: 480 abitanti e un oceano di silenzio. Una fotografia lo ritrae con Malraux, mentre camminano insieme: non possono raffigurare uomini più diversi. Uno è distinto, curvo, con il viso proteso verso l’avvenire, rapido, rapace; l’altro – Grosjean – è magro, dimesso, ligneo, sembra levitare. Con Gallimard, Grosjean salda un sodalizio inesorabile: la sua opera poetica, vastissima, s’inaugura nel 1946 con Terre du temps, “è come se il mondo si andasse creando mentre lo leggiamo, i testi sacri fossero appena nati, il caos si dispiegasse di fronte a noi”, scrive di lui Robert Sabatier. Il suo lavoro come traduttore è impressionante: per Gallimard ha tradotto Eschilo e Sofocle, i profeti biblici, la Genesi, il Vangelo di Giovanni, l’Apocalisse, il Corano. Ha curato le opere di André Malraux e Le journal d’un manouvre di Thierry Metz. Insieme a Le Clézio, nel 1989, crea la collana “L’Aube des peuples” dove vengono raccolti “i testi fondativi delle grandi civiltà del passato”. L’impresa editoriale – curata per Gallimard – è affascinante: fino al 2007 vengono pubblicati l’Edda di Snorri e l’Epopea di Gilgamesh, i canti degli Urali, i testi degli sciamani siberiani, i miti della Polinesia e i “testi sacri dell’Africa nera”, le iscrizioni persiane e il canto dei Nibelunghi. Quasi vi fosse il desiderio di setacciare le origini di sé. Qui cominciamo un lento lavoro per valorizzare l’opera di Grosjean, morto in aprile, era il 2006: le sue mani sembravano una mappa celeste.

***

Variazioni sul tempo

Ruth:

Ragnatele nel sogno sospese sull’emozione.

La storia comincia ad aggiogare il remo, ma all’improvviso è priva di viaggio.

L’ape mi sveglia con un dolore.

Sostenuti, al fianco, o separati, come le labbra.

Che promessa porta il fremito?

Ha senso, sempre, soltanto l’altrove.

Tamburelli e calabroni.

*

La cella da cui sentivo il ronzio della città è vuota. Non sono nulla più del vento che ostacola la tua strada, dialogo con il tuo cuore. L’ombra passa la spalla. Il gatto ti fissa, tigrato. Gli stami ti hanno ingiallito il naso. Quello è il mio nome.

Guarda, nel bagliore, le ginestre in fiore, ma la casa del Re è così lontana! Tormento incorrotto per aver conosciuto il mio vero desiderio.

*

Trance

Che il nuovo esista una distanza dopo il morire.

Non essere il più idiota tra gli uomini è impossibile. Lo storno inclina il becco.

La mano della tempesta, prima di schiaffeggiare, accarezza le teste schiacciate degli alberi: dovrei lasciare che il diluvio si asciughi.

Le rocce nere mi accerchiano. La pioggia si approfondisce. Ti sento gemere.

*

Quale palma agiterebbe le sue mani eloquenti? Cantare soltanto l’emanazione non l’attitudine. La tua assenza è nel mio rifiuto. Come il sale vincola il mare.

Cammelli di sabbia tanto vaghi che non si possono superare. Lo scorpione mi osserva sotto la pietra. E io, pazzo, designerò le costellazioni?

Saprò deporre il mio cadavere come una freccia orientata a Est.

Vedranno. Tutto il mio corpo (pure l’indice troppo corto) come la speranza dell’alba. Se il sole bevesse l’acqua delle mie giunture – che almeno la morte sia vera!

*

Ruth:

Mi levo, amazzone solare, sulla foresta. Tanti alberi in fratellanza! Li vedo tutti. Ho bisogno di questo inestricabile per una sola fiamma in tua presenza.

Ignora l’humus e il mughetto. Divina la trave dal ramo. Ricostruisci con pazienza il deserto. Ho raccolto le stelle in fasci. Tra le foglie morte, il boscaiolo.

Solitudine è la tua gloria. Le mie staffe! Questo silenzio assoluto è la tua domanda. Quindi, per risponderti: eternità dove la luce si appicca come un incendio.

*

Il paradiso non è che un utile inferno e l’amore una solitudine piena di sensi? Qual è la gioia di essere perduti se non la connivenza di tutte le restituzioni?

Tutto si muove. Le ferite brillano come gioielli. Nessun rimorso, né risentimento, né rimpianto. L’impeto. E la musica della ruota.

E quell’altro che ogni giorno, lampada tra rami secchi, è il solo Altro.

*

Il cieco canta ogni nervo del prato e del bosco. Il sole soffia nel vento. Sei giunta Sapienza. Sono la tua ombra esatta. Distruggo tutte le cose nominandole. Vuoto di essenza, cessa di essere.

Piramidi di foglie s’illuminano perché gli alberi siano puri. Odore di fuoco.

*

Esther:

Cappa piena di gioielli, non oso. Sciogli le mie labbra dalla tenebra. La profondità di rame spegne il mio clamore.

Ho pianto come una prigioniera, lo sai. Mi nascondessi! Sarebbe peggio. La rotta della steppa galoppa davanti alla tua collera, Angelo di Dio.

Appari. I tori immobili oscurano la tua soglia. Vado su un filo d’oro per l’incontro d’amore.

Jean Grosjean

 

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