02 Gennaio 2024

“Appartengo al silenzio”. La poesia di Jean Cayrol

Aveva un viso incredibilmente innocuo, Jean Cayrol: tutto occhi, becchime per belve del sogno, per statuari giaguari erbivori. Nato nel 1910 a Bordeaux, cava subito il suo destino dalla poesia: dismette gli studi di legge, legge Paul Claudel, mette a prova la precocità con il mare. La vita dettata dall’oreficeria lirica – e il lavoro da bibliotecario nella città natale – viene interrotta dalla guerra: Cayrol s’impegna nei ranghi della resistenza, agli ordini del colonnello Rémy. Arrestato nel 1942 dai tedeschi, secondo le direttive del “Nacht und Nebel”, è inviato a Mauthausen, dove incontra il padre carmelitano Jacques de Jésus, che lo avvince con una fede capace di portare lume nell’abisso. Nel campo, in condizioni di atroce indigenza, indegne d’uomo, Cayrol scrive. Alcuni testi, molti anni dopo, saranno pubblicati come Alerte aux ombres con questa specifica:

“Questi testi, che l’autore rifiuta di considerare poesie, sono stati scritti in un piccolo laboratorio del campo di Mauthausen-Gusen. I detenuti controllavano materiali ammassati su un grande tavolo. Nascosto, l’autore scriveva in penombra, senza rileggere, mentre il lavoro continuava attorno a lui. Smarriti durante la liberazione, questi quaderni gli furono restituiti da un anonimo tedesco, dieci anni dopo. Ma nel 1955 ai sopravvissuti era vivamente consigliato di dimenticare, di tacere…”.

Del ritorno dal campo di concentramento, Jean Cayrol ha tratto i temi più noti della propria opera, tradotta, in Italia, ai primordi, da Lerici (I corpi estranei, 1963) e da Rizzoli (Mezzogiorno mezzanotte, 1970); ora alcuni libri sono meritoriamente pubblicati dalle edizioni Nonostante e da Medusa. Con il romanzo più celebre, Je vivrai l’amour des autres, Cayrol ottiene il Prix Renaudot nel 1947: è l’inizio di una carriera letteraria nascosta ma importante, che lo porterà a essere membro dell’Académie Goncourt e direttore editoriale di Seuil, che ancora oggi pubblica parte della sua opera. Al suo fiuto, si deve la scoperta, tra i tanti, di Philippe Sollers e di Roland Barthes, di Erik Orsenna e di Denise Roche. Insieme ad Alain Resnais, nel 1956, Cayrol realizza un cortometraggio, Nuit et Brouillard, sulla prigionia nei campi nazisti, di particolare potenza.

Sostanzialmente, Jean Cayrol è però poeta teso ad auscultare i più minuti moniti del cosmo, il più lieve passo delle piccole creature. Parte da pochi elementi – il muro, il fuoco, la bestia ferita, la margherita di campo – per ricostruire un mondo. Sembra cucire le ferite immedicabili con mani dalle vive fiamme, il poeta. Come un agrimensore che passeggi su una terra squarciata dal disastro, il poeta risarcisce con il sangue le cose perdute, fonda i dettami di una nuova, scandalosa semplicità. Tutto è ora, tutto chiede questa cura perché il consolatore è già passato, ed è grigio. Anche la luce, la grande ingannatrice, va sfollata con il coltello. Inaudito candore traluce da queste poesie, dalla matrice solitaria, senza idoli né vincoli.

Introducendo la raccolta Pour tous les temps (1955), così Cayrol declina la propria poetica:

“La poesia non va usata come un orologio, non dice un’ora, non riguarda un’ora soltanto: segna tutte le ore, insieme… Sta alla finestra quando tutti dormono, alla porta quando l’ultimo paesano è partito, in soffitta quando il bambino alza le spalle, sul ponte della barca quando i ratti si radunano per il grande salto, sulla cima dell’albero quando il tagliaboschi sfrega le sue ingorde dita, con uno sguardo che rasenta l’indecenza è nella nera fame, sui ciottoli bianchi della sorgente turata, in mezzo al fuoco di cui mai capiremo la minaccia… La poesia di tutti i tempi è ostaggio della tua felicità, è il sole del tuo rancore, l’agrodolce voce del tuo eco. Ti tiene all’erta, sospeso, sulla soglia di quella dimora dove l’inquietudine anima le ombre, dove la solitudine batte il rabbioso pugno contro la smisurata porta, dove ciò che dà gioia reca i nostri tratti e il nostro destino”.

Jean Cayrol muore il 10 febbraio del 2005, dopo aver visto l’indecente e l’invisibile.

***

Scritta sul muro

Appartengo al silenzio
all’ombra della mia voce
alle nude mura della Fede
al duro pane di Francia.

Appartengo al ritorno
con le porte serrate
Chi bussa alla corte
chi fracassa la pace?

L’alba nutre la terra
alla sorgente del fuoco
Appartengo al cielo blu
che soffre sulla pietra.

*

Entro nella notte

Entro nella notte
come in una grande oreficeria
abbandonata
il fuoco non brucia più,
sole sull’alta trincea di fiamme
le vecchie terrine di cenere
suo nobile lignaggio,

è un fuoco diritto, lento, cerimonioso
che fa a meno dei ceppi
del suo Dio
più leggero di un pugno di tigli
dalla curiosa brace

illumina a tratti la notte come un ladro.

È tempo di torce
tempo di verbi che si muovono come ombre
tempo di uccelli meretrici e di forconi
un tempo d’ambra.

Un uccello beccheggia a modo suo:
le fiamme simulano il piumaggio o il vello
ma nessuna mano le spezza
come il pane.

*

Alla piccola bestia ferita

La più piccola bestia ferita
pesa così tanto alla terra
piccolo grano fracassato
abbandonato alla notte.

Crescita precoce di erbe
brusco stame di pioggia
chi può ritrovare nel sogno
ciò che gli è sfuggito?

A ogni sorso di silenzio
la bestia rotola un po’ di più
a ogni colpo di scure
la tua paura è messa a nudo.

Domani l’albero vivrà nelle sue foglie
e la bestia piena d’amore
si addormenta sulla nuova soglia
che sconfina nel grande giorno.

*

Mio Dio, sei così calmo

Mio Dio, sei così calmo al mio fianco
che l’anima mia ti canta e arrossisce alla tua vista.
Mio Dio, dormi al mio fianco
albero che mi ripara da un vento che più non suona.

La pioggia è azzurra sul crinale dei colli.
Mio Dio, svegliati, l’aurora è alla porta
la tua mano trema perfino sulla divinata notte
immobile e gelida sulle braccia che mi consegnano.

*

Poema improvviso

Torno da così lontano che ho paura di perdermi;
dietro di me, una lunga scia di cani.
Infine, crollano le corde e i vincoli
e mi calo ancora sull’usura delle mie lettere.

Un uccello grida: “sbrigati, vecchio”.
Abbiamo sopportato la stagione al sole
non potevamo agire dal profondo della veglia:
Jeanne ha detto che era meglio così.

Lasciamo che arrivi la fredda stagione.
La neve è in agguato, come un miraggio,
non so più come mi chiamo né la mia età

e tutto tace nel dolce mallo della casa.

Mi tengo sullo stretto margine del confine:
contemplo la campagna circostante
una ecumene di schiuma bianca sul mare
e colline sui cui pendii la vigna rampica.

Sono io il vendemmiatore che l’uva desidera?

*

Parole all’aria

Non ricordo
se siamo ancora vivi

Non ricordo
se esiste il vento

Non so più dove
abita la mia memoria

Non so più
se sono l’inseguito
o l’inseguitore

Muore l’albero
con gli uccelli dell’oblio

Il sole morde la polvere
ed è notte

Sterzo dal mio cammino
che mi parla del tempo

Il silenzio richiama i fratelli di un tempo
la seta del cielo blu
si strappa tra le mie dita pallide

Avevo una storia da raccontare, viva,
raccontamela, se vuoi, perché soltanto se seguo
la tua storia si accende il dolce lume dell’avvenire.

*

Margherita

Margherita, così rispondi:
rido troppo al tramonto
e il vento si lagna
della mia educazione.
Con i miei petali
creo la sensazione
di una piccola sala da ballo.

Margherita,
mia bianca risata
scelta per i riti
che mai deludi.

Margherita dei campi
conosci quella di città
la margherita che fila
l’amore tra i denti?

Tutte le margherite sono regine
in piena estate;
i roseti si disperdono
nel corsetto è il loro segreto.

Margherita
tu doni la pace
agli uomini senza riparo

la margherita è la chiave
del sole quando mi inviti.

Jean Cayrol

Gruppo MAGOG