
“La morte non esiste”. Jack London, vagabondo delle stelle
Libri
Nicolò Bindi
Janet ‘Jan’ Michelle Kerouac, figlia del padre della Beat Generation Jack Kerouac, muore a 44 anni, nel giugno del 1996, ad Albuquerque, nel New Mexico, per lo più ignota al mondo letterario americano, sostanzialmente ignorata. Era bella, la copia capovolta del padre; nacque il 16 febbraio del 1952 da Joan Haverty, seconda moglie di Kerouac, che proprio intorno alla sua nascita, nel ’51, scrive On the Road. La ‘bibbia’ dei Beat diventerà pubblica soltanto nel ’57, per Viking Press: Kerouac aveva abbandonato, da anni, Joan, si rifiutava di riconoscere Jan come figlia. Secondo Anne Charters, autrice di Kerouac. A Biography (1973) e curatrice delle Selected Letters di JK (1995; 96), durante il processo intentato da Joan Haverty, Jack negò di essere il padre di Jan, “Per tutta la vita ha continuato a negare, ma in privato, ad Allen Ginsberg, scrive che la bambina gli assomiglia moltissimo”.
Jan ha visto il padre soltanto due volte nella sua vita: la prima volta, nel 1962, in ospedale. Le analisi appurarono che Jack avrebbe potuto essere suo padre; lui acconsentì a pagare 52 dollari a settimana per il suo mantenimento. A 12 anni Jan prova l’Lsd, a 13 si dà all’eroina; saltuariamente, per soldi, si prostituisce; è registrata negli istituti penitenziari di New York. La sua vita, che ricalca quella degli “angeli della disperazione” descritti dal padre, è una corsa sfrenata verso il nulla. Quando, nel 1967, a Lowell, va a trovare Kerouac, Jan ha 15 anni e un ragazzo, un piccolo spacciatore, appresso. Vuole andare in Messico, è incinta, ma al padre non dice nulla. Kerouac guarda la tivù, “The Beverly Hillbillies”, una serie di successo; è ubriaco, bofonchia, “Scrivi un libro… e usa il mio nome”. Il figlio di Jan nasce in Messico, morto. Il viaggio in America Latina si muta in un vortice alcolico, tra droga, prostituzione, rischio, desiderio di nuova vita, di schianto. Quando torna negli States, si stabilisce in Colorado.
Si è sposata due volte, due volte ha divorziato. Nel 1981 pubblica il primo romanzo, Baby Driver, tradotto in Italia in tempo record, nel 1983, da Bruno Oddera, per Rusconi. La foto di Jan in quarta è bella e dolente; l’editore spinge sui rapporti con il padre nobile – “Nacque quando i genitori erano già divorziati, e il padre la riconobbe solo dopo un esame del sangue. Quell’incontro davanti al giudice è il primo ricordo che lei ha del ‘mitico’ padre a cui questo libro, nonostante tutto, è dedicato” – sperando, probabilmente, di ottenere un congruo successo commerciale, che non ci fu. Jan Kerouac resta scrittrice da sottosuolo, tra i meandri del dharma, che vuole essere raccolta da terra, accolta. Nel 1988 esce Trainsong, che insieme al primo romanzo è, di fatto, la sua autobiografia: Parrot Fever, scritto poco prima di morire, è stampato postumo, nel 2000. Gerald Nicosia pubblica nel 2009 la sua biografia, Jan Kerouac: A Life in Memory. Gli ultimi anni della sua vita – rosi da una grave malattia renale – Jan li passa tentando di appropriarsi dell’eredità del padre, che all’unica figlia nulla ha lasciato. Ma la lotta legale contro la famiglia di Stella Sampas, la terza moglie di Kerouac, finisce in niente, né sono accanto a Jan i ‘beat’, Ginsberg e Ferlinghetti.
La poesia che qui si traduce, Hey, Jack!, è stata scritta e in parte improvvisata da Jan Kerouac per il programma radiofonico di Marjorie Van Halteren, “Captured Voice”, in onda sulla WNYC di New York nel 1989. Jan legge la poesia mentre in sottofondo si sente la voce di suo padre che sussurra “Origins of the Beat Generation”, su nastro registrato all’Hunter College nel 1958. Pare quasi un abbraccio, una condanna.
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Ehi, Jack!
Ehi, Jack! Ehi, Jack! Sei tu?
Qui c’è Jan Michelle, tua figlia.
Ricordi?
Questa è tua figlia, ricordi?
Credo che ci siamo incontrati un paio di volte.
Sì, sono io.
Vorrei parlare col gatto che mi ha messo al mondo, capisci?
Ho sentito la tua voce varcare la linea
Là fuori, nel telefono scuro dell’universo
Mi sentivo come il cane della RCA Victor.
Già.
Oh, sei un allegro Folle Ragazzo dietro le nebbie dell’innocenza
Un Beat incubato dal grembo immacolato dei Beatnik
Dove i soli spettri del destino sono “due idioti calvi
Che potrebbero premere un pulsante e farci saltare tutti fuori di qui, bello!”.
Ora quelle buffonate oniriche di Krusciov e Ike
Si sono dissolte nel siero della storia.
Immortalato da Mad Magazine
Mentre rubavo dal negozio di caramelle all’angolo
Bombe H disegnate sui cartoni
Anche lui è diventato un cartoon, la più piccola misura
Del potere nucleare della terra.
Nessuno lo sa, ti svelo un enigma:
La Bomba H credo sia il segreto del successo del Giappone.
Già.
Se uno di quei dolci Bimbi della Beatitudine di un tempo
Si fosse alzato profetizzando tre decenni dominati
Da un fanatico iraniano che tiene in ostaggio l’editoria mondiale
Se avesse detto
Che ci sarebbero state gang di haitiani pieni di droga chiamati posse a Kansas City
Preservativi promossi in tivù
Virus informatici
Siringhe spacciate agli angoli della strada
Se almeno uno avesse saputo profetizzare
Che alla fine degli Ottanta
I sovietici sarebbero stati più pacifici degli americani
Che un enorme buco avrebbe squarciato l’ozono
Sarebbe finito in una camicia di forza
Sganciato in manicomio
E lì, nella casa dei matti,
Avrebbe scritto un’opera mostruosa di fantascienza
Da far apparire 1984 di Orwell una roba come Il Mago di Oz
a confronto.
Ah, povero padre
Grande Bimbo Zuccavuota
Troppo smidollato per esistere in questo mondo di geometrico orrore
Animale dalla testa santa
Animale dalla testa santa
Tanto santo da non strisciare nei labirinti di cemento dove vagano topi dal pensiero sconnesso.
Io lo so.
Sono lo stesso calco di Bimbo Zuccavuota.
Lo sento nelle mie ossa.
Lo conosco.
Conosco il Piccolo Ragazzo Blu da dentro.
Corro attraverso la folla folle
Da Madison Avenue a Manhattan
Il freddo è crudele e mi assidera, come un Arabo mi avvolgo
Tra i veli della sciarpa blu, corro
Sono un bagliore tra le vetrine dei negozi.
Sembro un pazzo Tuareg, il guru dei berberi del Sahara
Sfreccio a tutta velocità su un cavallo
O forse è un cammello
Sudari turchesi e veli che volano al vento caldo del deserto.
Solo questa spirale gelida di città
Sull’altro lato dell’Atlantico
Che mi ricorda l’antica casa sommersa
di legna continentale
pasto per l’infanzia oceanica.
Ah, gli umani sono piuttosto resistenti
Per sciamare su questo povero vecchio globo, nei secoli
Forti come le dinastie di scarafaggi
Che assediavano le case in cui ho vissuto.
Ricordi, Jack?
Mi hai fatto visita in un condominio.
Ma tu non hai visto nessuno scarafaggio
No, eri troppo ubriaco.
Nulla, non importa.
Dunque,
Dici
Tutti i padri indossano cappelli di paglia come W.C. Fields
Bene,
Avrei dovuto dirtelo
Ma, vedi,
Mio padre era l’Uomo Invisibile
Ma non te lo rinfaccerò.
Jan Kerouac