“Scrivere è come maneggiare il fuoco”. Dialogo con Flaminia Cruciani
Dialoghi
Federico Magrin
Il ramo d’oro è uno dei libri cardinali del Novecento, senza eguali. È un libro-mondo, un libro capace di ‘seminare’ centinaia di altri libri: la sua portata, in effetti, è pressoché infinita. È un libro impari – gli si può avvicinare, per gittata, Il tramonto dell’Occidente di Spengler – per sfrontatezza d’indagine: James George Frazer – scozzese, cresciuto accademicamente al Trinity College, dissertando intorno a Platone – mostrandoci riti e culti dei “primitivi”, ha svelato le nostre origini, ha portato il bosco sacro nel nostro salotto borghese.
Chiunque abbia letto Il ramo d’oro ne riemerge con un senso di vertigine: lo sguardo enciclopedico di Frazer è spiazzante, spesso conturbante. L’uomo di scienza ha fatto della propria scrivania un altare: lavora per consultazione e comparazione, sviscera i miti, discerne le superstizioni, guarda ai “selvaggi” con la sicurezza di essere un europeo “evoluto”, eppure… l’acre odore del sangue che permea il suo libro, le ombre che accende davanti ai nostri occhi, i fuochi perenni e la perenne sfida alla fiera, l’azzardo magico, ci fanno tremare – e ci sconvolge la nostalgia del tempo in cui pronunciare una parola significava agire sulla cosa nominata. A quel tempo, dominavano i re taumaturghi e il poeta poteva trasformarsi in corvo, sciacallo e airone.

Come si sa, “il ramo d’oro” – probabilmente, un ramo di vischio – permette ad Enea, secondo il racconto di Virgilio (“latet arbore opaca/ aureus et foliis et lento uimine ramus,/ Iunoni infernae dictus sacer”), di scendere in Ade. Trasferendoci nel simbolico, potremmo dire che con Il ramo d’oro Frazer è penetrato nel cuore di tenebra dell’umanità – chissà se lo scienziato di Glasgow ha mai letto Conrad… Le prime pagine di quel libro, aurorale e al tempo stesso sempiterno, non si riferiscono però a Virgilio. Frazer cita un quadro di William Turner – The Golden Bough, appunto, ora alla Tate – e una poesia di Thomas Babington Macaulay, altrimenti noto come uomo politico e autore di una History of England; dai suoi Lays of Ancient Rome, Frazer estrae un tratto di cupa veemenza:
“L’immoto vitreo lago che dorme
sotto gli alberi di Aricia…
Quegli alberi alla cui fioca ombra
governa lo spettrale sacerdote
il sacerdote che ha ucciso l’assassino
e che a sua volta sarà assassinato”.
L’opera di Frazer ha lo scopo di spiegare l’assassinio rituale del “Re del bosco”, che ha sacerdozio presso il lago di Nemi. L’efferatezza del rito è temprata dalla delicatezza del paesaggio, tratteggiato in stile english:
“Ancora oggi come un tempo, il lago di Nemi è immerso nel bosco dove, a primavera, i fiori selvatici spuntano freschi come senza dubbio facevano duemila primavere or sono. Si trova così in basso nel vecchio cratere che la quieta superficie dell’acqua limpida raramente si increspa al vento”.
Della violenza dei fiori – tigrati nel loro barbarico urlo – è inutile dire: qui si parla di un rito di morte e resurrezione; la continuità è garantita dal sacro assassinio, compiuto sotto il placido, immoto sguardo del lago, dominio di Diana, sapiente nell’accennare e nel cacciare (freccia, icona del verso, che quando colpisce costringe all’inchino; arco, arma del responso). Partendo dal particolare – il piccolo laghetto di Nemi – Frazer, con implacabile sfoggio di erudizione, passa all’universale: Il ramo d’oro è una abbacinante enciclopedia dei costumi umani, dalle isole del Pacifico alla Groenlandia, dal Congo alla Lapponia, dall’Amazzonia all’India, dimostrando – nonostante Frazer – che l’uomo ha un cuore votato al magico, ha un corpo dominato dalla liturgia, è animato da tensione costante verso i numi, i sacri nomi, i cari ignoti; privo di rito, semplicemente, deperisce.
Per paradosso, più che dimostrare la nostra superiorità su questa terra, di cui siamo primizia e predazione, Il ramo d’oro decreta la nostra inesorabile distanza dall’albero e dalla gazza, dalla volpe e dalla vipera: incapaci di riconoscere i codici delle creature, abitiamo in esilio, in un mondo non più nostro. Chi pensava di sfruttare, si è trovato sfrattato. Così, le antiche feste del vigore e degli armenti sono ridotte a sagre; il pasto in comune ora si dice “street food”; non si prega sulle arature, impetrando un fruttuoso raccolto ma si fa abuso di fertilizzanti; quanto al bosco, è valido unicamente come “paesaggio”, a rimarcare la nostra estraneità dalla madre terra. Al cartiglio, preferiamo la cartolina, al ritratto la fotografia – ignari della sua forza demoniaca –, alla grafia la scrittura digitale, anonima. Ossessionati dagli eventi atmosferici, minutamente controllati dalle “previsioni meteo” e dalle “app” ad essi legate, dovremmo leggere il capitolo che Frazer dedica al “Controllo magico del tempo atmosferico”. I modi per “controllare la pioggia”, ad esempio, sono molteplici: in Nuova Guinea “il mago della pioggia… imita con la bocca lo scroscio della pioggia”; in Messico “gli indiani Tarahumares lanciano l’acqua verso il cielo affinché il dio possa approvvigionarsene”; in Giappone i cacciatori “accendono un falò, scaricano i fucili, fanno rotolare grandi masse di rocce giù per le rocce, rappresentando la tempesta desiderata”; in Africa – già che ci siamo, leggete Henderson the Rain King, il più bello tra i romanzi di Saul Bellow – lo sciamano spruzza l’acqua del fiume all’aria, asperge corpi e cose, credendo così di attirare per seduzione le nuvole. Gesti inutili? Semmai, atti di confidenza, di fidanzamento con il creato. D’altronde, quando il prete benedice siamo pronti a sacrificare le ginocchia alla terra, il volto alla pietra: le mani del sacerdote sembrano lupi.
Sia come sia, l’opera di Frazer ha un fascino barbarico, è fonte di costante ispirazione, è una cospirazione all’oggi. Dal suo corpus ha preso avvio l’antropologia contemporanea, esercitata ‘sul campo’, riconducendo a incoercibile individualità i costumi di ciascun popolo. Soltanto grazie a Frazer è potuto nascere chi lo ha contestato: i lavori, miliari e particolari, di Malinowski in Melanesia, di Lévi-Strauss in Mato Grosso, di Marcel Griaule tra i Dogon, di Remo Guidieri tra i Fataleka delle Salomone. Dalle ramificazioni del Ramo d’oro sono nati libri analoghi per ‘simpatia’, come La Dea bianca di Robert Graves; alle fonti di Frazer si sono abbeverati – come eccelso maniero di ‘simboli’ – i poeti: Thomas S. Eliot, anzitutto – Frazer è alla sorgente de La terra desolata e de Il bosco sacro – poi Ted Hughes e, in genere, i poeti-sciamani, che dall’io anelano a dio, che al ‘sociale’ preferiscono l’‘animale’. In Italia non eravamo da meno: peccato che il formidabile repertorio di Miti e leggende allestito da Raffaele Pettazzoni per la Utet dal 1948 al 1963, in quattro volumi, sia fuori dai radar editoriali da tempo.

A deragliarne gli intenti, il libro di Frazer spiega l’ardore, tutto occidentale, di fuggire la civiltà per tornare a una ‘origine’ dei sogni; i primordi non sono edenici bensì violenti, quasi quanto la vita ‘in sicurezza’ nella bocca della metropoli. Una porta pare chiusa per sempre. Se Turner si accontentava di dipingere una Nemi ideale, Gauguin, saturo di ‘progresso’, preferì imbarcarsi verso solari ignoti:
“La nostalgia per il primordiale, il barbarico, il primitivo lo costrinse ad abbandonare l’Europa e a cercare rapporti mitici e un’unione con le divinità e la natura nelle remote isole dei Mari del Sud. Al principio meccanico della civiltà contrappose lo spirito della natura. E al posto del virtuosismo collocò la forza vitale dei primitivi”.
Oto Bihalji-Merin, I Primitivi contemporanei, il Saggiatore, 1960
Quando leggiamo degli arditi cacciatori del Borneo che dopo aver ucciso il leopardo “sono molto preoccupati della loro anima” e si danno a una serie di riti – che riferiscono di aspersioni e di periodi di solitudine e reclusione: perché la gloria della grande caccia va scontata – per pacificare l’anima della bestia uccisa, il desiderio di bosco – per lo meno, di esserne preda – ci schiaccia. Restiamo ingenui, vi prego: crediamo ancora di poter cavalcare il leopardo, di essere re per gioco e che le parole siano serrature, bisogna saperle aprire e investigare in quel forziere di oscure forze.
In Italia, tuttavia, non abbiamo mai letto Il ramo d’oro. Ciò che abbiamo maneggiato, è l’edizione ridotta, realizzata dall’antropologo nel 1922. Un meraviglioso manuale, è vero – l’edizione Bollati Boringhieri in mio possesso conta poco meno di 900 pagine –, con tutti i difetti dell’opera ‘parziale’, nell’antica traduzione di Lauro de Bosis, un autentico ‘personaggio’ – dannunziano, monarchico, poeta, insegnò ad Harvard e morì, nel 1931, in seguito al “volo” antifascista su Roma – che elaborò il ‘suo’ Frazer nel 1925. Ora, Luni Editrice si è incaricata del lavoro micidiale: pubblicare l’edizione ‘autentica’ del Ramo d’oro, secondo lo schema originario di Frazer, uscita dal 1911 al 1915 in dodici volumi. Ne sono usciti, finora, tre tomi, per la cura di Fabrizio Bagatti: contano già 1360 pagine. Una impresa memorabile, che dimostra che esiste ancora un’editoria avventata, coraggiosa, in grado di grandezza. Ne vien fuori, a leggerlo in diagonale – una delle molteplici piste possibili – un trattato di ‘poetica’:
“Incapace di distinguere con chiarezza fra le parole e le cose, il selvaggio crede comunemente che il legame tra un nome e la persona (o la cosa) denominata non sia una mera associazione arbitraria e ideale, ma un legame reale e sostanziale che unisce i due in maniera tale che la magia può essere esercitata su un uomo attraverso il nome”.
Così scrive Frazer significando, tra l’altro, il principio magico della parola che rende al poeta il suo ruolo, la sua stola. Naturalmente, nessuna formula schiuderà ai nostri occhi i mondi, nessuna bestia apparirà se ne scandiamo il nome, nessuna malattia potrò sanarsi al suono dell’esatto verso. L’endecasillabo non cura e non invoca; semmai, evoca. Eppure, nel fondo, come una patina d’oro nei penetrali del secchio, come la luce, flebile, libellula, che veglia sulla boschiva navata di una chiesa, la poesia, proprio per la sua penuria, mantiene un magico pallore – agisce. Quando leggi una poesia essa ti trascina, fa accadere sentimenti inauditi – futili, certo, eppure, per magia, necessari –, abbevera il bovino cuore, va verso i precordi, nel ricordo che precede ogni ricordo. L’opera accade – un giaguaro si forma sotto i nostri occhi, come quando eravamo bambini, e possiamo pensare di cavalcarlo. Ed è bello.
*In copertina: donne Maori, 1900 ca.