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Vi racconto chi è stato James Agee, uno scrittore più bravo di Salinger

Il giovane Holden è pubblico il 16 luglio del 1951. In origine, il romanzo s’intitola The Catcher in the Rye, è stato scritto da J.D. Salinger – J sta per Jerome e D per David – che è diventato mitico, oltre tutto, perché ha scritto pochissimo, quasi nulla, dopo quel gran libro, perché se ne stava ritirato nella casa-prigione di Cornish, nel New Hampshire, e adorava le ragazzine. In Italia Salinger è leggenda, tanto che la scuola di scrittura più celebre del Paese si chiama ‘Holden’; nel resto del mondo, soprattutto anglofono, Il giovane Holden è un modello di scrittura. In sostanza, Holden è una specie di incrocio tra l’Ismaele di Melville e Charlie Brown. Devo dire, però, che a Salinger, per stoffa narrativa, ho preferito il meno noto James Agee. Nello stesso anno in cui è pubblico Il giovane Holden, Agee, che è nato 110 anni fa, pubblica La veglia all’alba, un libro di lirica bellezza, che amo. L’anno dopo, nel 1952, La veglia all’alba è finalista al National Book Awards insieme a Il giovane Holden. Vincerà il prestigioso alloro Da qui all’eternità di James Jones, forse per convenienze non soltanto letterarie – l’anno dopo Fred Zinnemann trae il film con Burt Lancaster e Deborah Kerr che si pappa otto Oscar. In finale, libri importanti come L’arpa d’erba di Truman Capote, Requiem per una monaca di Faulkner, L’eletto di Thomas Mann. Altri tempi. In ogni caso. Oggi è il giorno del Giovane Holden. Di Agee ho scritto a lungo su il Giornale. Oggi vi parlerò ancora di Agee.

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Dicono che masticasse il Salmo 130. De profundis clamavi ad te, Domine. Dagli abissi dell’orrore ti pretendo, Dio. Era il 16 maggio del 1955 e il taxi sfrecciava per le vie di New York. Il primo attacco di cuore l’aveva avuto quattro anni prima, a Santa Barbara, in California. Beveva troppo e fumava ancora di più. Quella volta, nel 1951, un angelo gli aveva allargato l’arteria con un mignolo, avrebbe raccontato. Salvandolo. Ma gli angeli, si sa, possono intervenire soltanto una volta nell’arco di una vita. Questa volta James Agee, uno degli scrittori più inafferrabili e incisivi della letteratura americana, non ce la fa, si è giocato tutti i santi in Paradiso. Si addormenta per sempre nel taxi diretto all’ospedale.

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Nel 1951, semplicemente, poiché la vita si regge su una assurda logica scacchistica, James Agee non poteva morire. In quell’anno scrive il suo capolavoro hollywoodiano, La regina d’Africa. Grazie alla regia rude e vivida di John Huston la sceneggiatura di Agee, imbracciata da due mostri sacri come Humphrey Bogart e Katharine Hepburn, diventa un successo. Riconosciuto anche dall’Academy: Oscar a Bogart, nomination per Huston e la Hepburn. E anche per lui, per James Agee. A differenza di tutti gli altri scrittori che pensavano a Hollywood come a una specie di slot machine – Faulkner, Hemingway, Fitzgerald – James Agee, che in alcune fotografie è uguale a ‘Bob’ De Niro all’epoca di Toro scatenato e in altre è la copia di James Dean, il cinema lo conosceva benissimo. Comincia a scrivere di cinema a trent’anni, nei primi Quaranta. E ci becca. È uno dei pochissimi che riconosce in Monsieur Verdoux il capolavoro cinico di Charlie Chaplin; un suo articolo, per altro, contribuisce a far risorgere dall’oblio quel gran genio di Buster Keaton.

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Tra le poppe dorate – ma gli scrittori, sfruttati, sarchiati, han sempre fatto la fame – di Hollywood arriva nel 1948. Comincia con un film per la tivù, The Blue Hotel, tratto da un racconto di Stephen Crane. Prima di andare in cielo a scazzottare con gli angeli ha tempo di firmare un’altra perla, La morte corre sul fiume. L’unico film di Charles Laughton, notevole caratterista (lo riconoscete in Testimone d’accusa di Billy Wilder e in Spartacus di Stanley Kubrick), che non sapeva far fronte al caratteraccio di Robert Mitchum. Ci pensò Agee, tra bevitori incalliti ci si intende. Il film è ancora una pietra miliare del noir.

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In quel magico 1951, in cui era stato graziato dall’angelo, James Agee alternava le discussioni con John Huston alla lotta contro i demoni della letteratura. Riuscì a imbavagliarli. Proprio quell’anno l’editore Houghton Mifflin pubblica The Morning Watch, “La veglia all’alba”, l’opera “esteticamente più matura di Agee” (William J. Rewak), un libro che narra, per scene simboliche, l’iniziazione di un ragazzo al regno degli adulti. Il libro, però, quasi un breviario (dura il getto di un centinaio di pagine), rispetto ad altri romanzi del genere (Rewak lo paragona ad Huckleberry Finn di Mark Twain, a Chiamalo sonno di Henry Roth, a Altre voci, altre stanze di Truman Capote e, ovviamente, al Giovane Holden di Salinger), è una iniziazione che passa attraverso la lotta, brutale, con Dio. Fin dall’ingresso, in cui risuona plumbeo il De Profundis (e qui casca l’asino della traduzione: secondo quella di Giorgio Monicelli, del 1959, passata indenne per Mondadori, Se e ora il Saggiatore, che fa copiaincolla, il Salmo 130 fa “La mia anima guarda al Signore prima della veglia all’alba”, mentre la versione corrente e veritiera suona “L’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora”: forse è ora di fare uno sforzo e far ritradurre questo piccolo gioiello). Il giovane Richard, ossessionato dalla morte e dal tradimento, nell’“ora più fonda della notte più fonda”, per sconfiggere le sirene dell’infanzia eterna, dovrà confessarsi al suo parroco e divorare Dio.

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Il romanzo, pazzesco, la Notte oscura di Giovanni della Croce sarchiata dal vento del West, possiede alcuni fermo-immagine indimenticabili: il giovane che afferra la locusta che ha “la faccia di un embrione umano”, che pare “un demone, più antico, più strano dei demoni, così arcaico, preistorico, primordiale, come i trilobiti”. Poi c’è la voluttà della morte, che azzanna il giovane mentre si inabissa in un lago (“O Signore fammi soffrire con Te in questo giorno, pregò, coi polmoni che stavano per scoppiargli”), poi c’è l’uccisione del serpente, non prima di averne assaporato il fascino, “regalmente pericoloso e adorabile e temibile” come “tutto ciò che per natura e bellezza è remoto e straniero”. Delirante e concreto, visionario come una poesia di William Blake e rotondo come un concetto di Wittgenstein, perfetto come una scaglia di quarzo, il libro, quando uscì, fu trattato con pallida indifferenza.

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Agee, uomo dalla vita disperata – tre mogli, la seconda lo lascia, in Messico, per lo scrittore comunista Bodo Uhse – e dalle amicizie spericolate – fu sodale di Whittaker Chambers, la spia sovietica che si convertì all’Occidente dopo le purghe di Stalin – fu celebrato postumo. Nel 1958 Una morte in famiglia (sempre in catalogo il Saggiatore) ottiene un tardivo Premio Pulitzer. Improvvisamente Sia lode ora a uomini di fama (sempre il Saggiatore), il magmatico reportage tra i coltivatori di cotone compiuto insieme al fotografo Walker Evans, una specie di contadino Moby Dick, diventa un classico. Ma ormai Agee dopo aver menato Dio, vuole fuggire dall’uomo. Nel 1953 firma una bellissima, tragica sceneggiatura sulla vita di Paul Gauguin. Naturalmente, nessun regista ebbe la forza di tramutarla in film. Nel 1955, in taxi, a New York, a tratti James Agee salmeggiava (“grande con Dio è la redenzione”) a tratti bestemmiava, “il vero mostro è la razza umana”. Non voleva riposare in pace. Ancora ci tormenta. (Davide Brullo)

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