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“Ti-Jean, non dimenticare che sei bretone!”. Jack Kerouac e l’ossessione per il suo antenato, il figlio di un notaio francese, de Kervoac, disonorato e vagabondo, capitato in Canada nel ’700

Quando Jack Kerouac si mise in viaggio verso la Francia, all’apice della fama letteraria, il suo obiettivo non era quello di promuovere un libro, né di farsi una vacanza. Dopo essersi interrogato per decenni, all’età di 43 anni, l’autore americano desiderava ritrovare le proprie radici. Atterrato a Parigi il primo giugno del 1965, per poi dirigersi in Bretagna, Kerouac, che narrò della sua spedizione in Satori a Parigi (1966), era deciso a scoprire tracce del suo antenato, un uomo bretone vissuto nel diciassettesimo secolo, che emigrò in Canada. Per generazioni i Kerouac avevano custodito il mito del loro progenitore, un nobile nullatenente di nome de Kervoach.

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Kerouac rastrellò gli archivi francesi in cerca di omonimi, ma, malgrado il titolo che diede al suo libro (“Satori” in giapponese significa illuminazione improvvisa), si ritrovò in un vicolo cieco. I suoi problemi di salute gli impedirono di tornare in Bretagna e morì il 21 ottobre del 1969, a quattro anni di distanza da quel primo viaggio. Passarono altri trent’anni prima che il mistero fosse svelato.  Nel 1999, la storica Patricia Dagier e il giornalista Hervé Quéméner ripercorsero in un libro gli intricati studi genealogici che diedero infine una soluzione alle ricerche di Kerouac.

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Kerouac affermava di essere “il primo Lebris de Kérouack che mai tornò in Francia in 210 anni”, ma non fu così. In realtà i Kervoac, Kirouac, e Kerouac (tutti cognomi derivati da Kervoach) del Nord America, da secoli erano in cerca delle proprie origini, alcuni si imbarcarono persino su navi a vapore per raggiungere la Bretagna, ma ogni ricerca fu vana. Nel 1978, i discendenti fondarono la Kirouac Family Association per “scoprire informazioni riguardo alle [loro] origini bretoni”. Le ricerche partirono dal certificato di matrimonio del 1732 tra “Maurice-Louis-Alexandre Le Bris de Kervoach, commerciante, figlio di sieur Le Bris de Kervoach, e dame Véronique-Magdeleine de Meuseuillac, da Beriel, nella diocesi della Cornovaglia francese” e Louise Bernier, in Nuova Francia (nell’attuale Québec). Di lui si sapeva che ebbe tre figli, morì il 5 marzo del 1736 e che la sua vedova, avendo ereditato cospicui debiti provò per tutta la vita a prendere contatto con i parenti dell’aristocrazia bretone, senza successo.

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Quando nacque Kerouac, nel 1922, con il nome di Jean-Louis, erano già due secoli che la sua famiglia stava cercando di risalire al proprio nobile antenato Kervoach, mi ha rivelato Hervé Quéméner, 74 anni. Figlio di immigrati canadesi stabilitisi a Lowell, in Massachusetts, la madrelingua di Jean-Louis Kerouac era il francese, solo quando cominciò ad andare a scuola imparò l’inglese, e diventò “Jack”. Suo padre coltivava le tradizioni bretoni, ripeteva continuamente: “Ti-Jean, non dimenticare che sei bretone!”. Anche negli anni trascorsi sulla strada non mancano riferimenti alla Bretagna, ma nel 1965 l’abuso di alcol e droga cominciava ormai ad avere conseguenze su Kerouac. Come spiegò Quéméner, “Sentendo la morte che incombeva, cominciò a sviluppare una monomania per le sue origini. Per due volte emigrato, una vita intera passata a vagabondare da un luogo all’altro, [Kerouac] aveva fatto della Bretagna la sua ancora”.

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Indizi della sua ossessione per la Bretagna sono disseminati nella produzione letteraria di Kerouac. Ancora non era stato incoronato “Re dei Beat” quando firmò la sua raccolta di poesie in francese La vie est d’hommage (1940) come “Principe della Bretagna”. In Big Sur (1962), la storia della sua estate in una capanna nella West Coast, il suo alter-ego Jack Duluoz (un altro nome bretone) urla all’oceano: “Sono bretone!”. Le poesie di “MARE”, in appendice a Big Sur, sono animate da suoni bretoni (“Ker plasc”, “Kerarc’h”), che ricordano il rumore del mare mentre si infrange contro le rocce. Kerouac scrive: “I pesci nel mare/ Parlano bretone / Io sono Lebris / De Keroack”. Quéméner si augura che un giorno gli studiosi analizzino le opere di Kerouac “alla luce della sua ossessione bretone”.

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Non c’è pagina in Satori a Parigi in cui Kerouac non ribadisca che la sua “gente viene dalla Francia, e che il loro nome era de Kerouac”. Tuttavia l’identità dell’antenato era impossibile da trovare e Jack si spazientì: “E poi è tutto di troppo tempo fa”, scrisse, e “senza senso a meno che non ritrovi i sacrari della famiglia, ma dovrei rivendicare i sanguinosi dolmen di Carnac?”. Il racconto è come un insieme di voci di viaggio meravigliate: Kerouac che fuma dentro la biblioteca nazionale francese, che vaga per Parigi prima di partire per Brest, una città portuale all’estremità occidentale della Bretagna, il Finistère (“dove la terra finisce”). Arrivato lì condivide cognac e racconti con un libraio di nome Le Bris, presumibilmente un cugino alla lontana. Un’altra falsa pista.

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Tornato a New York, Kerouac strinse amicizia con l’autore bretone Youenn Gwernig di Huelgoat, nel Finistère. Insieme discutevano della Bretagna, mentre passavano da un bar all’altro. Nel 1967, Kerouac scrisse a Gwernig: “Devo vedere la Bretagna con te […] Vediamo cosa riusciamo a trovare su les pirates Lebris de Kerouac questa volta!”. I due amici avevano in programma di partire per Huelgoat, ma la prematura morte di Jack stroncò i loro piani.

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Kerouac non seppe mai che lui e Gwernig, erano stati a un passo dalla verità. Nel 1996, Clément Kirouac, un membro canadese della Kirouac Family Association, si mise in contatto con i genealogisti francesi per avere informazioni su “Le Bris de Kerouac”. La storica Patricia Dagier ne rimase affascinata; dal momento che non si trovò traccia del nome, dedusse che “l’identità dell’antenato e quella dei suoi parenti era falsa” e spostò quindi l’attenzione sul luogo di nascita. In questo modo scoprì che “Beriel”, come era stato segnato dal sacerdote canadese nel 1732, era in realtà “Berrien”, della parrocchia di Huelgoat. Non c’era nessuno che si chiamasse Bris de Kerouac, ma emerse una famiglia dal nome Le Bihan de Kerouac. Di cui faceva parte Urbain-François Le Bihan de Kervoac, figlio di un notaio, scomparso dagli archivi intorno al 1729, la cui morte non fu mai registrata.

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Dagier si chiese il motivo che avesse spinto un giovane facoltoso a emigrare in Canada. Gli archivi dei tribunali locali custodivano la risposta; il nome di Urbain-François fu associato allo scandalo per via di accuse di furto e leggerezza. Disonorato, si imbarcò per ricostruirsi una nuova vita commerciando pellicce in Québec. Negli archivi canadesi apparve con nomi diversi e nel 1732 fu costretto a sposare una giovane che portava in grembo suo figlio. Per proteggere il suo patrimonio in Bretagna, spiegò Dagier, cambiò il suo nome da “Le Bihan” a “Le Bris” e dichiarò di essere nobile, che all’epoca garantiva protezione legale. Forse Urbain-François avrebbe desiderato tornare a casa, ma morì in Canada quattro anni dopo. La sua firma intricata, la stessa sia a Huelgoat che nel Québec fu la chiave. Dagier poté finalmente dichiarare: “L’antenato della famiglia Kerouac in America non era altri che il figlio del notaio, il cui nome nel 1720 era sulla bocca di tutti a Huelgoat: Urbain-François Le Bihan de Kervoac”.

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Non scorreva sangue blu nelle sue vene; Urbain-François, come il suo famoso discendente, fu un girovago con una straordinaria creatività e un’inclinazione all’infiorettatura. Quéméner, che scrisse il libro insieme a Dagier, ricorda con affetto questa “caccia al tesoro”. “Lo abbiamo inseguito tra gli archivi”, ha osservato. “Il nome lo puoi cambiare, ma la firma no”. La strategia di Urbain-François funzionò a meraviglia. Dagier ha affermato: “I suoi discendenti furono condannati a cercarlo ad nauseam”. Nel corso degli anni, inflessioni dialettali e analfabetismo fecero nascere una miriade di variazioni del nome Kerouac, mentre “Le Bris” scomparve. Sebbene non fosse che “pura fantasia”, il mito della nobiltà sopravvisse, nutrendo in Kerouac le fantasticherie di un passato nell’aristocrazia bretone.

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L’opera di Dagier e Quéméner, ripubblicata nel 2019, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Kerouac, intreccia la sua storia con quella di Urbain-François, per meglio enfatizzare la “convergenza di destini” tra due mistificatori che sognarono, peregrinarono e sfuggirono ai posteri. Kerouac non pagò mai gli alimenti per la figlia e tantomeno riconobbe l’influenza dei Beat sul movimento hippie. Però forse sarebbe stato orgoglioso degli omaggi che gli ha reso la Bretagna dal 1999. Oggi a Huelgoat, una targa ricorda Urbain-François e a Carhaix, nel Finistère, gli artisti salgono sul “palco Kerouac” durante l’annuale festival di musica locale. La leggenda di Jack è ormai radicata.

Pauline Bock 

*Il testo, pubblicato in origine qui, è tradotto da Valentina Gambino; le citazioni tratte da “Satori a Parigi” sono riportate nella traduzione di Silvia Stefani, per l’edizione Mondadori

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