13 Dicembre 2021

Buttiamo "Il giovane Holden" giù dalla torre! Basta leggere libri brutti, la vita è breve

La vita è troppo breve per leggere brutti librimi scrive l’amico Michele nella prima pagina libera di un volume che mi ha regalato a inizio novembre. L’ha scritto a penna subito dopo la copertina, citando l’immenso Schopenhauer. È la sua risposta a una mia lettura, In città zero gradi di Daniel Glattauer, davvero deludente, che mi ha contestato. Gli ho dato ragione: “zero” è un voto troppo alto, la temperatura è molto più glaciale.

La copertina è minimalista ed è la parte migliore, quella più interessante del libro. L’ha progettata Bruno Munari, il perfettissimo e leonardesco Bruno Munari, ed è completamente bianca.

Ci dev’essere un motivo per cui l’ho affrontato solo a 46 anni suonati: sempre schivato, cautamente, scansato come si fa con le palle di neve. Eppure ogni anno 250 mila ragazzi negli Stati Uniti d’America e 50 mila in Italia affrontano, più per imposizione che per scelta libera, questo classico della letteratura di formazione.

Butto giù dalla torre Il giovane Holden di J.D. Salinger (edizione Einaudi, traduzione di Matteo Colombo): forse quando è uscito, esattamente 70 anni fa (1951), poteva sembrare “giovane” ma oggi dimostra tutto il suo tempo. È un’opera canuta, sopravvalutata, profondamente noiosa. Peggio: inverosimile. Buona per un pubblico di lettori, quelli statunitensi, che se vogliono imparare qualcosa dai suoi scrittori devono scavare molto per trovare, alla fine, un pugno di nomi o poco più (sul genere “romanzo di formazione” a stelle e strisce merita attenzione solamente Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll mentre il plurimedagliato Sulla strada di Jack Kerouac, anch’esso ampiamente sopravvalutato, segue a ruota il lancio di Holden e delle sue anatre del lago di Central Park gelato giù dalla turrita e ideale costruzione di mattoni).

Forse il passaggio più interessante, solo accennato, è quello sul fratello di Holden, Allie, che aveva guantone da baseball, il sinistro. Lui era mancino.

“La cosa descrittiva di quel guanto, però, era che c’erano scritte delle poesie su tutte le dita, e il palmo, e dappertutto. In inchiostro verde. Ce le aveva scritte lui, così aveva qualcosa da leggere quando stava a aspettare e nessuno batteva. Ora è morto. Gli è venuta la leucemia ed è morto quando stavamo nel Maine, il 18 luglio. Vi sarebbe piaciuto, aveva due anni meno di me ma era cinquanta volte più intelligente di me. Era di un’intelligenza fantastica. I professori non facevano che scrivere a mia madre per dirle quant’erano contenti di avere in classe un ragazzo come Allie. E non è che facessero tanto per dire. Dicevano sul serio. Ma non era soltanto il più intelligente della famiglia. Era anche il più simpatico, in centomila modi. Dicono che i rossi di capelli perdono le staffe molto facilmente, ma Allie mai, ed era rossissimo”.

Un’occasione mancata o una furberia: sapere i contenuti delle liriche del gagio avrebbe potuto in parte accendere la curiosità del lettore, ma si esaurisce in poche righe, rimanendo una suggestione accennata, una lampadina in un buio imbarazzante.

Non sei giovane e non ti rivolgi ai giovani riempiendo le pagine di “ad ogni modo”, “se proprio volete saperlo”, “e tutto quanto”, “voglio dire”, “e così via”, “via discorrendo”. Superato l’impatto, dopo poche pagine gli intercalari diventano stucchevoli. Piuttosto, sei giovane e capisci cos’era la giovinezza e le sue angosce se ti tuffi nei due romanzi formativi di Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita e Una vita violenta, o ne Il grande Meaulnes di Alain-Fournier (meglio il primo del secondo). Holden è, sic et sempliciter, solamente un pezzo mancante della letteratura, un libro privo di ogni accento. Non è un capolavoro, nemmeno mancato, nonostante si sia impegnato per diventarlo.

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“Lui non sopportava di sentirsi chiamare stronzo. Tutti gli stronzi non sopportano di sentirsi dare dello stronzo” non è una riflessione geniale ma solamente stucchevole. E scontata.

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Il giovane Holden non solo è scritto male, ma è anche noioso. Holden fa di cognome Caulfield, è un ragazzo perdigiorno, smonato, che va male a scuola, che non gliene frega niente di migliorarsi, che si trascina (grazie ai soldi della famiglia) da un college all’altro (lo incontriamo in uscita dalla Pencey), che fa pensieri banali. Ha una sorella, Phoebe che, nonostante gli sforzi dell’autore – prova a darle dignità e a renderla interessante, senza riuscirci – appare senza nerbo e senza dimensione.

Eppure Il giovane Holden viene citato da Woody Allen in “Io e Annie” (durante la separazione dei due, il protagonista Alvy Singer domanda ad Annie a chi appartenesse il libro), da Stanley Kubrick in “Shining” (Wendy Torrance lo sta leggendo durante la colazione con il figlio nella prima scena in cui appare), da Haruki Murakami in “Norwegian Wood”, da Stephen King in “22/11/’63”, da Charles Bukowski in “Panino al prosciutto”, dai Green Day e dai Guns N’ Roses in ambito musicale. Delle due, una: o è un romanzo geniale e io non capisco un cazzo, oppure è l’abbaglio più abbagliante della letteratura novecentesca (va detto, per completezza, che a Torino, nel 1994, è stata aperta la Scuola Holden, un’università di storytelling, cioè di narrazione e comunicazione, e di arti performative).

“Entro nell’ascensore, e per prima cosa l’addetto all’ascensore mi fa: – Che le andrebbe di divertirsi un po’, amico, o è troppo tardi? – Cosa intende dire? – domandai. Non capivo dove volesse arrivare né niente. – Le andrebbe di dare una bottarella, stanotte? – A me? – dissi. Che era una risposta molto cretina, ma è un bell’imbarazzo quando uno viene a faccia fresca a farti una domanda come quella. – Quanti anni ha, capo? – disse l’addetto all’ascensore. – Perché? – dissi io. – Ventidue. – Uhm. Be’, che gliene pare? Una semplice cinque dollari, la nottata quindici dollari -. Guardò l’orologio. – Fino a mezzogiorno. Una semplice cinque dollari, fino a mezzogiorno quindici dollari”.

Tabagista, cazzaro, frequentatore di night-club, bevitore di whisky, Holden incontra prostitute, fa a cazzotti con un compagno di college, si invaghisce della mamma milfona di un pseudoamico, si incazza perché un conoscente si sbatte una ragazza di cui è innamorato.

Un libro privo di contenuti, lento. Un “capolavoro” che vorrebbe raccontare la storia di un adolescente ma che finisce con l’inabissarsi nel nulla del protagonista. Il giovane Holden è semplicemente un vecchio apatico che si muove in un vuoto inespresso. Una grande bugia letteraria che però continua ad attirare sempre nuovi lettori. Addirittura uno che ha passato di slancio i suoi 46 anni.

Alessandro Carli

Gruppo MAGOG