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“La letteratura ci offre gli strumenti per combattere la fantasia e il bisogno di consolazione e ci aiuta a riprenderci dai danni del Romanticismo”. Su Iris Murdoch, la filosofa americana che impugnava libri come scimitarre

C’è un bel libro edito dal saggiatore che raccoglie, divisi per periodo, gli scritti della filosofa e scrittrice Iris Murdoch. Uno di questi è un saggio del ’61 intitolato Contro l’aridità. Figura all’interno di una sovra-parte intitolata “la letteratura può aiutare a curare i mali della filosofia?”. La risposta giunge forte e chiara, semplice e colma di una radicata – seppur disinteressata ossia priva (per quanto possibile) d’ideologia – adesione.

Ma quali sono i mali della filosofia? Come la Murdoch fa notare, e come più spesso si dovrebbe far notare (ed è il motivo per il quale la filosofia non è affatto morta, anzi, è più viva che mai) “la filosofa è insieme guida e specchio della propria epoca”. Quindi, se la prima si ammala, si ammala anche la seconda. Ciò significa che siamo malati?

L’attuale nostra epoca è (e non è strano) figlia della precedente. Quest’ultima ha prodotto una concezione della persona che è un misto di comportamentismo e individualismo, approcci che si spalleggiano a vicenda. La cultura romantica e la rivoluzione francese hanno portato a raffigurare l’uomo come individuo solitario e totalmente libero, non trasceso da nulla: nulla sta alle sue spalle – né famiglia, né società, né evoluzione – perché conceder questo lo priverebbe della sua (totale) libertà. È stato detto, quando li si è eliminati, che pensare per fondamenti (che di conseguenza impongono strutture, forme) ha distrutto il pensiero stesso, il suo libero andare; la metafisica è stata additata come un pericolo, il pericolo d’incatenare il pensiero entro schemi a priori, precedenti al pensiero stesso. Ma anche pensare senza fondamenti – dice la Murdoch – è un pericolo. Ci si deve situare nel mezzo: “rappresentare la trascendenza della realtà (che quindi è trascendente l’individuo) in senso non metafisico, non totalitario e non religioso”; riconoscere un fondamento che sia costituito da noi stessi ma che non si risolva in noi stessi.

“Che cosa abbiamo perduto? E che cosa, addirittura, non abbiamo mai avuto? Quello che sperimentiamo è una generale perdita di concetti, un impoverimento del vocabolario morale e politico. Non abbiamo più a nostra disposizione un’estesa e sostanziale rappresentazione delle molteplici virtù dell’uomo e della società. L’uomo non si staglia più contro uno sfondo di valori e realtà che lo trascendono, ma emerge come volontà spoglia e coraggiosa, circondata da un mondo empirico facilmente comprensibile. Alla difficile idea di verità abbiamo sostituito quella più semplice di sincerità. Quello che non abbiamo mai avuto è, ovviamente, una soddisfacente teoria liberale della personalità, una teoria dell’uomo come essere libero, separato ma in relazione con un mondo ricco e complesso da cui, in quanto essere morale, ha molto da imparare. Abbiamo accettato la teoria liberale così come la conosciamo perché volevamo incoraggiare le persone a pensare a se stesse come esseri liberi, anche a costo di abbandonare i fondamenti.”

Questo retaggio ha portato a una letteratura (che è la letteratura novecentesca) che è – dice la Murdoch – o cristallina o giornalistica. E nessuno dei due generi si occupa del problema che affligge la filosofia. Quindi la letteratura non è – ora come ora – d’aiuto, perché cede alla “tentazione dell’arte” che è la tentazione di consolare con miti e narrazioni. Invece, piuttosto che di fantasia (che non può prescindere dal sogno), ci vorrebbe dell’immaginazione; all’aridità (alla semplicità del simbolo) si deve contrapporre eloquenza.

Perché l’eloquenza fa uso dell’immaginazione, sì da giungere a una libertà che sia concreta, perché quella di adesso è diventata talmente libera che ormai nessuno le crede più, se non nella forma di un’assurdità vuota e cieca al mondo che la circonda, che comunque lì rimane, per quanto lo si voglia ignorare.

“Il legame tra arte e vita morale si è allentato perché nel mondo morale è andato perduto il senso della forma e della struttura. Il comportamentismo linguistico ed esistenzialista, la nostra filosofìa romantica, ha ridotto il nostro vocabolario e semplificato, impoverendola, la nostra concezione della vita interiore. È naturale che una società liberale e democratica non si interessi alle tecniche di perfezionamento personale, neghi che la virtù sia conoscenza ed enfatizzi la scelta a scapito della visione. Così come è ovvio che lo stato sociale non favorisca l’analisi dei fondamenti di una società democratica liberale. Per scopi politici siamo stati incoraggiati a pensare a noi stessi come a esseri totalmente liberi e responsabili, esseri che sanno tutto ciò che hanno bisogno di sapere per raggiungere gli scopi della loro vita. Tuttavia si potrebbe dire, ripetendo le parole di Hume, che questo è vero in politica, ma falso nei fatti; ed è poi sicuro che sia vero in politica? […]

Abbiamo bisogno di liberalismo postkantiano e non romantico capace di elaborare una diversa idea di libertà. Divenire liberi è molto più complicato di quanto John Stuart Mill non immaginasse. È necessario disporre di molti più concetti di quelli che ci offre la nostra filosofìa attuale, per riuscire a pensare in termini di gradi di libertà e a rappresentare la trascendenza della realtà in senso non metafìsico, non totalitario e non religioso. Una fede ingenua nella scienza, insieme al presupposto che ogni individuo sia razionale e assolutamente libero, porta a una pericolosa mancanza di curiosità nei confronti del mondo reale ed è responsabile del fatto che non si apprezzino le difficoltà incontrate nel tentativo di conoscerlo.

Dobbiamo abbandonare il concetto egocentrico di sincerità e tornare al concetto altrocentrico di verità. Non siamo individui sovrani isolati e liberi di scegliere, ma creature ottenebrate, sprofondate in una realtà che siamo costantemente tentate di deformare per mezzo della fantasia. La nostra attuale immagine di libertà incoraggia la fuga dalla realtà, mentre a noi farebbe bene un rinnovato senso della difficoltà e complessità della vita morale e dell’ambiguità della persona umana. Abbiamo bisogno di concetti con i quali definire la sostanza del nostro essere, perché solo attraverso un arricchimento e un approfondimento dei concetti si può ottenere un progresso morale.

Simone Weil sostiene che la moralità abbia a che fare con l’attenzione, non con la volontà. Abbiamo bisogno di un nuovo vocabolario dell’attenzione. A questo punto della nostra riflessione possiamo capire quale importanza ha la letteratura, specialmente da quando ha preso su di sé alcuni dei compiti che in precedenza erano propri della filosofia. Attraverso la letteratura possiamo riscoprire quale spessore hanno le nostre vite. La letteratura ci offre gli strumenti per combattere la fantasia e il bisogno di consolazione e ci aiuta a riprenderci dai danni del Romanticismo. Se si cerca di individuare il compito della letteratura, allora di certo si tratta di questo. Ma per riuscire a portarlo a termine, è necessario che la prosa ritrovi la sua antica gloria ed eloquenza. Mi sembra appropriato mettere in relazione l’eloquenza e la ricerca della verità nel discorso. […] Dobbiamo distogliere l’attenzione dalla consolante necessità del sogno tipica del Romanticismo, dal simbolo arido, dal finto individuo, dalla falsa totalità, e rivolgerla verso la reale e impenetrabile persona umana. Che questa persona sia reale, impenetrabile, individuale, indefinibile e abbia di per sé un valore è, dopotutto, il principio fondamentale del liberalismo.”

Quindi, contro il marxismo: “La realtà non è una totalità data. La comprensione di questo fatto e il rispetto per il contingente sono fondamentali non per la fantasia, ma proprio per l’immaginazione. Il nostro senso della forma, un aspetto del nostro desiderio di consolazione, può costituire un pericolo per un senso della realtà capace di coglierne la ricchezza e l’elemento sfuggente. Alla consolazione della forma, alla pura opera cristallina, al mito, fantastico e semplicistico, dobbiamo opporre il potere distruttivo della concezione naturalistica del personaggio, oggi tanto fuori moda. La persona reale distrugge il mito, la contingenza distrugge la fantasia e apre la strada all’immaginazione. Pensiamo ai russi, quei grandi maestri del contingente. Troppa contingenza può certamente trasformare l’arte in giornalismo, ma visto che la realtà è incompleta, l’arte non deve avere troppa paura dell’incompiutezza.

“La letteratura deve sempre rappresentare una battaglia tra persone reali e immagini, e quello di cui ha bisogno al momento è una concezione più forte e più complessa delle prime. In campo morale e politico abbiamo da tempo abbandonato i concetti. La letteratura, curando così i suoi stessi mali, ci può offrire un nuovo vocabolario dell’esperienza e un’immagine più vera della libertà. In questo modo, tramite il rinnovamento del nostro senso di distacco, possiamo ricordare a noi stessi che anche l’arte è fallibile, come tutti gli sforzi umani. […] Solo l’arte più grande fortifica senza consolare e sconfigge i nostri tentativi, come dice W.H. Auden, di usarla come magia.”

Bianca Cesari

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