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“Io sono un gladiatore, io resisto. E aspetto il cadavere del mio nemico”. Cronache dalla fine: la testimonianza brutale di Francesco

Bacon Autoritratto

Incontro Francesco nella sua casa a Torrevecchia. Insieme a lui vive Mara, la compagna. “Ormai ex”, specifica Francesco. “Il nostro rapporto è finito da un po’ di mesi. Ma con la mia malattia non la faccio andare a vivere altrove. Adesso è fuori. Ritorna stasera per farmi le iniezioni.”

Francesco ha trentanove anni. Fino a due mesi fa lavorava insieme al padre nella piccola azienda di famiglia.

La casa è molto grande. Pochi mobili e moltissimi spazi bianchi. In corridoio tre stendini in fila – tutti e tre curiosamente vuoti, senza panni ad asciugare. Una finestra in salone ha il vetro crepato. L’impressione è di estrema fragilità. Basterebbe una lievissima pressione a romperla. Un televisore a schermo gigante e una playstation ultimo modello.

Francesco: Ho lasciato il letto matrimoniale a Marta. Io dormo lì, sul divano. Ma l’ho scelto io, non me lo ha imposto nessuno. Dormire ancora insieme sarebbe una presa in giro. Accetto che sia finita, ma non mi va più di…”

GG: Di?

Francesco: La roba delle donne ha un odore…

GG: Be’?

Francesco: A me non va più di sentire il suo. Quando si dorme nello stesso letto è inevitabile.

GG: Hai paura che ti ecciterebbe ancora?

Francesco: No. Mi farebbe incazzare.

GG: Quindi lei si limita a farti da infermiera. Per il resto, separati in tutto.

Francesco: Te l’ho detto, mi aiuta con le iniezioni, i farmaci. Sennò dovrei pagarmi un’infermiera. Anche se pure un’infermiera, oh, sarebbe mica male.

GG: Infermiera per forza? Infermiere, no?

Francesco: Con un infermiere mica ci posso scopare. Perché è maschio, dai. Non sono frocio. Invece con una bella infermierina, una tirocinante… tu pensi che a un malato direbbe di no? Con quale cuore rifiuti un moribondo?

GG: Perdonami, ma stai messo un po’ male su questo versante. Sbaglio?

Francesco: No. Non faccio niente da un sacco di tempo. Non ci riesco più.

GG: I farmaci, immagino. La chemio…

Francesco: Penso sia più un blocco, come si dice, di cervello, psicolabile. Ogni tanto riprovo anche con Marta. Mi faccio fare le pippe, perché mica lo so chi ha ficcato da quando ci siamo lasciati. Vatti a fidare. Comunque non mi si drizza nemmeno. Posso immaginarmi di scopare chiunque… con la fantasia ci faccio correre i treni. Però sono deluso, non so, tu che ne pensi? Voglio essere sincero con te.

GG: Le terapie antitumorali inibiscono il desiderio sessuale. Non è così anomalo.

Francesco: Boh, sarà. Però quando mio nonno stava morendo di cancro riusciva comunque a… (fa un gesto eloquente con la mano destra).

GG: Ah, con tua nonna? Che teneri.

Francesco: No, con le mignotte. Dopo che è rimasto vedovo, si è scatenato. Lo andavano a riacchiappare sulla Togliatti che stava fuori di testa, si rifiutava di pagare le ragazze, le corcava (le picchiava), strillava. Quanto menava – pure le guardie. E aveva un cancro ai polmoni. Se fosse stato sano… Vorrei avere la sua forza. Mi sento un mollusco.

GG: Da come lo descrivi non sembra esattamente un modello da imitare.

Francesco: Era forte, l’unico in famiglia. Ci penso sempre, a lui.

GG: La tua idea di forza è curiosa. Azzardo che fra te e Marta sia finita per questo motivo.

Francesco: Mi stai prendendo per il culo?

GG: No, figurati. Dicevamo?

Francesco: Dovresti scrivere un libro su mio nonno, invece di intervistare me. Io non ho un cazzo da raccontare. Non è interessante sapere che sono sceso fino a cinquanta chili. Mio nonno invece si è fatto la guerra d’Africa che non aveva nemmeno vent’anni. Dovevano metterlo a capo dell’esercito: oggi tutti questi negri starebbero al posto loro, nelle capanne, sugli alberi. Ugga ugga ugga – a grattarsi ascelle, panza, e buco di c**o. Parlo per cognizione di causa. Abito qui da sempre e ogni anno che passa sono sempre di più. Hai presente l’invasione zombie nei videogiochi, che sei circondato? Tocca prendere le mazze, i ferri. A calci in bocca nelle fosse. Come gli zombie, pari pari. Miri alla testa…

Francesco ride. Ci rimane male quando si accorge che io non sto ridendo. Gelo. Si chiude per alcuni minuti.

Francesco: Una volta avevo una specie di amico egiziano…

GG: Risparmiami la storia del “non sono razzista ma”.

Francesco: Siamo rimasti mezzo amici, finché non ha provato a fregarmi il portafoglio. Allora l’ho spaccato di botte giù in piazza. Sputava i dentini marci, lo vedevi. Cazzo di schifo. Davanti gialli e dietro neri. Bleah. Che ti credi? Che parlo tanto per parlare? Conosco quello che dico. Dalla Sicilia in giù, non ti puoi fidare. Come si chiama quella zona? L’Equatore?

GG: L’Equatore, esattamente.

Francesco: Non hanno onore lì. È proprio il DNA di quelle parti. Tipo gli animali, ma su due zampe. Non capiscono l’aiuto. Il concetto, non mi viene il termine, di riconoscenza. Non sono amici nemmeno tra di loro. Si mangiano. Mio nonno li ha visti, lo raccontava sempre. Si ammazzano e si cucinano allo spiedo. Tua madre? La cucini. Tuo padre, pure. A tuo figlio una botta in testa e lo mangi come i polli. Fanno schifo. Mio nonno ne ha ammazzati quattro, da qualche parte ho le fotografie che ha portato da lì. Ora le cerco.

GG: A parte la campagna d’Africa e picchiare le prostitute, cos’altro ha fatto tuo nonno di così interessante per scriverci un libro?

Francesco: Un culo così a tutti. (Fa il gesto). Maschi e femmine. In ogni senso. A quei tempi gli uomini sapevano farsi rispettare. Mio nonno ha costruito questo quartiere, si può dire. Chiedi di lui ai più anziani. Da un paio d’anni, ci stiamo muovendo in municipio e circoscrizione per fargli un piccolo monumento alla memoria.

GG: A che titolo?

Francesco: Come a che titolo?

GG: Campagna d’Africa, pestaggi, avventure sulla Togliatti…

Francesco: Perché è morto, Cristo. Perché qui lo conoscevano tutti. Uno dei primi, è stato a…

GG: Senti: cambiamo discorso. Da quanto hai scoperto di essere malato?

Francesco: Ad aprile è un anno. Marta e i miei lo sapevano già da prima. Volevano che io non sapessi – tanto il male era così diffuso che, comunque, non avremmo potuto fare niente. Ma pure io sono un gladiatore. Non mi butta giù niente. Io resisto. Mi siedo e aspetto il cadavere del mio nemico.

GG: Chi è il nemico di cui aspetti il corpo?

Francesco: Nella mia vita ho una regola. O sei mio amico, o sei mio nemico. Nessuna via di mezzo. Aspetto i cadaveri di chiunque non sia amico mio. E allora godo. Mi prendo la rivincita. Tanto qua devono passare tutti. Ogni giorno metto una mia foto integrale su Facebook: mi copro solo i coglioni e l’uccello. Così tutti quelli che mi hanno trattato male vedono come sto e si fanno schifo. Questi cani. Li schiaccio con la merda loro, col senso di colpa. Un metodo che non avevo mai considerato prima.

GG: Non tutto il male viene per nuocere, allora. Senza la malattia non avresti mai scoperto questa tattica.

Francesco: Ma quanto funziona oh – guarda con Marta per esempio. È vero che io non la faccio andare via. Ma è vero pure che lei non se ne andrebbe comunque. Che fa? Mi lascia solo in queste condizioni? Non è tipa, piagnona com’è. Non fare quella faccia, tu nemmeno la conosci. Ti assicuro che lei non vale un cazzo come donna e compagna. È un buco slabbrato con due gambe. Sì, è rimasto del feeling, come si dice. E allora? Perché io sono generoso, io perdono. Ma non dimentico. Tra noi è finita perché l’ho beccata insieme a un amico mio. Merda lui e troia lei. Me li hanno dovuti togliere sennò li ammazzavo. Ogni giorno le faccio stringere il culo. “Vai dove cazzo ti pare”, le dico. “Scopati chi ti pare. Io, però, posso darti un pugno in bocca in qualsiasi momento. Ne ho il diritto. Occupa pure il letto matrimoniale. Mangia con i soldi di mio padre”. Cosa vuole di più? Il cancro doveva venire a lei che è una lurida. Una che per tutta la vita non ha fatto nient’altro che prendere cazzi e su quei cazzi viverci, comodo com’è. Stava pure con un negro, da ragazzina. Sono stato un coglione e ci sono cascato con tutte le scarpe. Ma tanto crepo presto. E lei deve morire di dolore. La verma deve soffrire finché campa. Non avrà mai tregua. Ritornerò sempre.

GG: Ma tutto questo schifo che hai dentro non ti brucia? Questo non c’entra nulla con l’intervista. È una domanda che ti faccio da umano a umano. Rispondimi sinceramente.

Francesco: E deve bruciare me? Deve bruciare loro. Io sto portando una croce che non mi merito e loro non portano niente. Quando io sarò sottoterra, loro continueranno a scopare, ad andare in vacanza e a divertirsi.

GG: Loro, sempre questi loro. Ma loro chi?

Francesco: Gli altri. Quelli che non hanno niente. Forza, fammi un’altra domanda e poi vattene affanculo. Voglio riposare.

GG: Non ho altro da domandarti. Mi hai detto abbastanza.

Francesco: Chiedimi se credo in Dio.

GG: Francamente non mi interessa.

A interrompere Francesco lo squillo del telefono fisso in corridoio. Si alza per rispondere.

Raccolgo le mie cose e me ne vado.

Gabriele Galloni

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