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In morte di Claudio Lolli. Matteo Fais ricorda il cantautore bolognese: un Sartre con la chitarra che si ispirava a Beckett

Lolli

Il tempo dovrebbe scorrere, sì, ma a un certo punto sarebbe meglio se si arrestasse, perché oltre c’è solo l’angoscia, il dolore, lo strazio dell’ultimo istante. Questo il sentimento che lascia la morte di uno dei più grandi cantautori, Claudio Lolli.

Poco noto al pubblico di ascoltatori dei più famosi Ligabue e Rossi che, pur avendo una notevole abilità nel mettere insieme delle canzoni accattivanti, non hanno mai avuto il coraggio di andare a indagare il segreto ultimo dell’esistenza. La differenza sta appunto qui. Lolli non cantava semplicemente la vita, piuttosto la sviscerava, la squartava, la analizzava come su un tavolo di obitorio. Il comunista integerrimo e irreprensibile, così terribilmente sottovalutato, è stato l’unico a rilanciare la lezione sartriana del nonsenso dell’esistenza in ambito musicale, fino alle sue estreme conseguenze. Infatti, contrariamente a quanto potrebbe credere il solito fruitore di sinistra, in realtà piuttosto superficiale, le canzoni del Maestro sono, prima che politiche, esistenziali. Basti ascoltare il più letterario dei suoi album, quello che prende ispirazione dalla famosa opera teatrale di Samuel Beckett, Aspettando Godot, e di cui riporta il medesimo titolo. La rivolta contro quella che il cantautore chiama Borghesia, la “Vecchia piccola borghesia”, è prima di tutto una ribellione dello spirito contro un modus essendi che rifiuta di fare i conti con l’esserci nella sua squallida e tragica crudezza, privilegiando piuttosto il permanere ottuso entro dei canoni forzatamente imposti per far fronte al terrore di esistere.

La vera essenza del cantautore bolognese sta appunto nel significato ultimo del pensiero di Jean-Paul Sartre, la condanna alla libertà. In fin dei conti io sono un individuo libero, per quanto a partire da una condizione iniziale assurda, nel senso di al di là della mia volontà. Mi devo scegliere, in questo mio tempo, data una situazione originaria che non ho stabilito io. Non ho scuse. Per questo il protagonista della canzone omonima dice: “La morte mi ha preso le mani e la vita,/ l’oblio mi ha coperto di luce infinita,/ e ho capito che non si può,/ coprirsi le spalle aspettando Godot./ Non ho mai agito aspettando Godot,/ per tutti i miei giorni aspettando Godot,/ e ho incominciato a vivere forte,/ proprio andando incontro alla morte”. Come si potrà notare, siamo senza vie di fuga. Per dirla con l’autore di L’età della ragione: “Sto di fronte alla mia esistenza senza alcuna scusa”. Per questo non posso addurre Godot e la mia attesa della sua venuta come una comoda attenuante. Che un senso più alto, la religione o l’ideologia, venga o meno a illuminare la mia via, io devo a ogni modo decidere se dire di sì o respingere questa soluzione che mi viene proposta. Non scegliere, come fa il protagonista della canzone, è pur sempre una presa di posizione. E anche se la vita, come nelle parole di Carmelo Bene, è invivibile (“Vivere costa fatica, quando la vita è tutti i giorni uguale./ Vivere costa fatica, quando dai giorni non nasce nient’altro che male./ Ditemi come si fa, a vivere tutta la vita in questa città./ Di giorno sudore d’attrezzi, di notte cercar nelle strade le donne coi prezzi”) non possiamo sottrarci. Certo resta la fuga estrema, la pazzia, come nella canzone appena citata, L’isola verde (“Mi chiamano pazzo perché, ho sempre in mente di andarmene dalla città./ Di andarmene a vivere là, nell’isola verde della mia felicità”), ma anche questa scelta si pone come una reazione ben precisa a un contesto, la follia della normalità, la bassezza a cui è sconosciuto il sogno, la vita della borghesia insomma.

L’unica soluzione possibile a quel mondo grigio e sordo sembra essere, come in Baudelaire, un’esistenza più leggera, che rifiuti le assurde costrizioni dell’universo limitato in cui “non ci capiamo,/ che non parliamo mai/ in due la stessa lingua”. L’esistenza senza meta degli zingari felici, che l’autore di I fiori del male descrive come “oscuro rimpianto di non aver speranze” e che Lolli, in uno dei momenti più riusciti della sua produzione, immagina quale quella di chi si abbandoni senza remore al flusso del vivere: “corrersi dietro, far l’amore/ e rotolarsi per terra,/ ho visto anche degli zingari felici/ in Piazza Maggiore/ ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra”. Questa la sua immagine di rivoluzione a quella forza oppressiva, borghese, che non sopporta la gioia più lieve e la allontana da sé, come “Quella vita che gli altri ci respingono indietro/ come un insulto,/ come un ragno nella stanza”. E a noi non resta che ritrovarla e riappropriarcene: “riprendiamola intera,/ riprendiamoci la vita,/ la terra, la luna e l’abbondanza”.

Matteo Fais

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