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Quel libro è un miracolo. Una manciata di domande a Cinzia Bigliosi traduttrice de “Il rosso e il nero”

È una gioia assistere a una piccola rinascita di Stendhal.

Croce e delizia di ogni lettore dei classici insediatisi nella profondità dei riferimenti culturali e sociali in Europa – e perciò stesso rimestati nell’ovvio da chi dà per scontato in pubblico di averli letti – è la paradossale persistenza dell’originale di fianco al rovinoso passare del tempo, quasi un rullo compressore, di sopra alle traduzioni.

Se il calcolatore virtuale della rete non trae in inganno, solo nel secolo scorso si contano quindici (15) traduzioni de Il rosso e il nero di Stendhal. A una prima occhiata molte erano destinate a durare, come quelle che tendevano alla versione più che alla sola resa calligrafica del traduttore: si pensi a nomi quali Diego Valeri o, risalendo la corrente, a Massimo Bontempelli, che accompagnavano in piccolo – Traduzione di – sulla pagina liminale del libro, e il più è fatto.

Ci troviamo dunque di fronte al solito enigma della durevolezza del classico e dell’impresa di restituirlo al vivo in altra lingua. La nostra consuetudine con l’enigma è più complessa di guardare in faccia una sfinge imbellettata e non vuol sciogliersi né affievolirsi: l’unica alternativa è il lavoro, una nuova approssimazione a un grado di verità per il nostro 2021.

Non sembri un rullo di grancassa quanto detto sinora. L’operazione di Bompiani che ha messo in mano a Cinzia Bigliosi Il rosso e il nero per una nuova resa in italiano merita questo, forse anche qualcosa di più. Dunque, dopo qualche domanda magari banale o ufficiosa, lascerò che siano le parole di Stendhal in persona a dialogare con la traduttrice.

Ci sono traduzioni italiane del classico di Stendhal che ti hanno accompagnata negli anni?

In realtà nessuna traduzione di Il Rosso e il Nero mi ha accompagnata fino agli anni dell’università a Parma. Nonostante a casa avessimo una sciupatissima edizione Garzanti curata da Mario Lavagetto, fu solamente al primo anno di studi che, per un esame con Mariolina Bongiovanni Bertini, lessi in originale il romanzo, venendone travolta.

Com’è fatto il tuo Stendhal personale?

Confesso di adorare la vita di Stendhal, così come ce la racconta lui: la Vita di Henry Brulard che spinge il racconto autobiografico, tra infanzia e adolescenza che bruciavano in un ambiente ostile, fino alla somma felicità dell’arrivo a Milano al seguito dell’esercito napoleonico, e i Ricordi d’egotismo che descrivono il periodo più tardo della vita dello scrittore. Sono testi che danno ragione a Friedrich Nietzsche quando diceva che insieme a Dostoevskij Stendhal era il più grande psicologo; i testi autobiografici sono il risultato di una ricerca condotta sotto falso nome, non sempre fedele né innocente, dentro se stesso, guidata da una sorta di memoria affettiva che permise la costruzione di un mondo fantastico che sostituì la vita del vero Stendhal a Grenoble, la passione per Napoleone, le donne e i salotti. E poi non si può non amare gli schizzi di suo pugno che intervallano le pagine autobiografiche. Sono disegni struggenti per la loro semplicità.

Il mio Stendhal è anche il melomane, l’appassionato di musica alla quale si abbandona come gli amanti più appassionati. L’amore per l’Italia, la freschezza delle sue descrizioni, gli scavi interiori definitivi dei personaggi, lo spietato anticlericalismo. E su tutto l’ironia, lo sguardo sagace che ne segna l’intera opera e che in Il Rosso e il Nero raggiunge picchi esilaranti, come quando, con l’intento di sedurre l’integerrima marescialla de Fervaques, Julien le manda quotidianamente lettere non sue ma di un ben più scaltro seduttore, un principe russo che gliele ha donate e che il nostro ricopia distrattamente la notte, non accorgendosi un giorno di confondere Parigi e Saint-Cloud con Londra e Richmond. Ma sarà ben altro a turbare la quiete della marescialla.

Come definiresti Il rosso e il nero a un liceale? Un amore incompiuto? È un romanzo che si può riassumere senza quel senso di carta vetro che lascia il solito schemino sul genere di Julien è un precettore povero che si innamora della sua allieva e la lascia innamorare ecc.?

A un liceale direi di leggere Il Rosso e il Nero appena possibile, di certo prima di entrare nella vita di adulto, perché non è solamente un romanzo sull’amour fou, come lo definì nel suo trattato sull’amore lo stesso Stendhal. Anzi, nel leggerlo si ha spesso l’impressione che l’amore non sia altro che un fumo gettato negli occhi con il quale Stendhal si diverte a confondere il lettore e gli stessi personaggi che restano impigliati negli infiniti trabocchetti della sua rete. In realtà, nonostante le conquiste, nonostante le avventure galanti, le lacrime, gli abbandoni e gli sconvolgenti colpi di scena che lo ritmano, Il Rosso e il Nero è un grande romanzo sulla vanità, sentimento borghese per eccellenza che spinge a desiderare sempre ciò che non si ha, senza potersi frenare neppure di fronte all’imminente tragedia. Ogni movimento dell’anima dei personaggi, ogni loro relazione, ogni attrazione, anche quella meramente erotica si fonda sulla sempiterna legge del desiderio mimetico, così come descritto da René Girard. Julien ne è intriso fin dalle prime pagine, e il suo amore incondizionato per Napoleone – modello di vita a cui si rifà anche rendendosi a volte ridicolo e del quale tiene il ritratto sotto il cuscino e che adora come un’icona religiosa – ne è un esempio.

Stendhal sembra raccontare una storia o meglio una storiella d’amore: il suo stile scorre per qualche pagina e poi arriva, inatteso, lo schiaffo e la presa di posizione, in senso ampio, politica. Quanto contribuisce la lingua classica francese, i due secoli di formazione che essa ha già prima che arrivi Stendhal, al raggiungimento di questo risultato? e quanto hai dovuto lavorare sulla nostra lingua del 2021 per restituire la voce dell’autore?

Il Rosso e il Nero è una scacchiera. Guardato dall’alto, il romanzo intreccia i diversi schieramenti politici con i posizionamenti di ceto e le relazioni tra i personaggi che si sfidano tra cene e salotti, con la Chiesa che è vista con disincanto quando non con sarcasmo (indimenticabili le pagine dove descrive il giovane vescovo che, ignaro di essere osservato da un Julien rapito, fa le prove davanti allo specchio prima di andare in scena nella parata pubblica). Per fare tutto questo Stendhal usa la sua lingua dal tocco leggero e profondo, avrebbe detto Nietzsche e della semplicità fa un’arma irresistibile. Per rendere tutto questo in italiano io ho fatto il possibile, come faccio sempre quando traduco gli autori classici che, per mia immensa fortuna, sono il mio abituale habitat lavorativo. Il francese di Stendhal è musicale, volutamente ripetitivo; va ascoltato come un’aria sconosciuta dalla quale farsi prendere e portare.

Mi sembra che sino a Stendhal (nato 1783, mai scordarlo) il romanziere si era proposto di intrattenere o di fare compagnia, al limite rendendo gradevoli contenuti che già per conto loro erano sostanziosi e corroboranti. Così che quando Stendhal diventa formalmente romanziere con la sua prima opera all’onestissima età di 47 anni (che forse corrispondono ai 74 di oggi), Il rosso e il nero. Cronaca del 1830, si presenta, è vero, quale opera d’arte a tutti gli effetti; ma l’arte benché elemento essenziale non è esclusivo. I grandi narratori sono artisti, come appunto Stendhal, oppure cercano laboriosamente di esserlo (‘les affres du style’ flaubertiane riposano all’apice della scala mistica di certe scuola di scrittura). Ora, ho la sensazione – e correggimi se vedo male – che autori come Stendhal si sarebbero però stupiti se gli avessero detto che quello che conta è l’espressione, il resto è zero. Eppure i grandi autori sono tutti dentro il loro stile e la vicenda si costruisce quasi da sola per forza di dettagli.

Con Stendhal lo stile e l’espressione si intrecciano alla trama e alla storia al punto che per chi legge diventa difficile se non impossibile distinguerle. Ed è soprattutto questa la grande virtù dello Stendhal scrittore.

Ora ti citerò un passaggio da una lettera di Stendhal dell’ottobre 1832 a un certo Vincenzo Salvagnoli che era avvocato a Firenze e nel cerchio di amicizie liberali di Viesssieux tentava di diffondere la cultura estera: Diluite dunque infinitamente le pagine che vi invio, traducendole; di una pagina, fatene quattro. Altrimenti, sarete inintelligibile per dei lettori italiani abituati allo stile verboso, dove l’autore accarezza la pigrizia del lettore, prendendosi cura di spiegare tutto. Cancellate o, per meglio dire, non traducete tutto quello che vi sembrerà falso. Attenuate l’arguzia che vi sembrerà esagerata. In una parola, perorate la causa del Rouge, come vorrete.

È una citazione molto stendhaliana, oserei dire, che trasuda sicurezza e lucidità a proposito della propria opera. Io non so se il lettore italiano dell’epoca sarebbe stato spiazzato da un romanzo così moderno, attraversato continuamente da proiezioni spesso appena accennate. È vero che soprattutto nella parte processuale si susseguono pagine dove Stendhal asciuga la scrittura, la scarnifica, semplifica i passaggi, cancella ogni enfasi, accelera il ritmo e corre smettendo anche di titolare i capitoli, con il lettore che viene travolto dalla storia, come la testa di Julien dalla lama del boia.

Per concludere, sposterei il cannocchiale sul lettore de Il rosso e il nero. All’epoca fu una scrittura del tutto nuova ma non acerba e fu apprezzata a ondate, a risacche generazionali (prima i wildisti col corteo dei gidisti, poi Sciascia). Questa mancanza di favore tra il vasto pubblico è dovuta al fatto che Stendhal non è narrativa amena o d’intrattenimento; forse è più qualcosa come narrativa di compagnia, quella che può sostituire per il lettore, temporaneamente, il colloquio con altri uomini. Il rosso e il nero non ha assunti, non cala niente dall’alto, amore o ideali nobili che siano: il suo livello formale ricorre a novità solo nella misura in cui siano esito cartaceo, dirò così, dell’impasto di Stendhal uomo e delle sue folli mostruosità. Il nostro autore non ha teoremi letterari o politico-sociali, non ha tesi: difende e propugna semmai una storia e una psicologia. Sicché il suo romanzo si chiude bruscamente con capitoli brevi, staccati, come Delitto e castigo.

Non posso aggiungere altro alla bella lettura che propone la domanda che si dà la risposta autonomamente.

C’è tutto in un’altra lettera di Stendhal a Vincenzo Salvagnoli del 2 novembre: Nell’epoca in cui siamo, in Francia e in Inghilterra è ancora possibile creare un romanzo nuovo. Infatti le convenienze impediscono molti sviluppi drammatici; talvolta si portano delle ragazze a teatro. Maxima debetur puero reverentia. Tutto può dirsi, al contrario, in un romanzo… Molte sfumature sentimentali prestate dall’autore del Rouge a Mme de Rênal, la sua eroina di provincia, a teatro non sarebbero state comprese dagli spettatori. Ad una rappresentazione, il mio piacere si accresce di quello del mio vicino, c’è un effetto nervoso. Se il mio vicino non capisce e resta freddo, il mio piacere diminuisce.

Anche questa citazione dice tutto e io non posso aggiungere altro alla grande intelligenza di Stendhal.

 

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