06 Aprile 2024

La bellezza flagellata. Dialoghi intorno all’Idiota, il “sublime” di Dostoevskij

Che il male sia il propellente della letteratura è verità talmente ovvia da rivelarsi una mistificazione. Troppo facile accodarsi alla scia dei malvagi per tenere il lettore al guinzaglio, alla mercè dell’abisso. Nella classifica di Harold Bloom, tra i villan della letteratura occidentale primeggiano, in bassezza, gli shakespeariani Iago e Edmund, in superbia il Satana di Milton e per vigore di crudeltà il Giudice Holden, albino tiranno di Meridiano di sangue, il capolavoro di Cormac McCarthy. Da parte sua, Dostoevskij può vantare due straordinari cattivi: Nikolaj Stavrogin, il controprotagonista de I demoni, e Ivan Karamazov, il più subdolo – e intelligente – dei fratelli.

Eppure, per Dostoevskij la letteratura è animata dal bene e la sfida dello scrittore autentico, quello che azzarda tutto se stesso nell’opera, è la costruzione di “un uomo positivamente bello”, come scrisse, nel gennaio del 1868, alla nipote Sof’ja Ivanovna. Il bene è l’elemento che spiazza davvero, che prende alla sprovvista: in un mondo dominato dalla scaltrezza, quando non dalla crudeltà, un uomo buono è preso per un cretino, per idiota. L’ingenuità è stigmatizzata; l’innocenza perseguitata. Cercando un modello per il principe Myškin, Dostoevskij setaccia il cantiere letterario: Don Chisciotte è il suo paradigma, ma egli “è bello perché al tempo stesso è anche ridicolo”; il Pickwick di Dickens è “infinitamente più debole” dell’hidalgo di Cervantes; Jean Valjean, l’eroe di Victor Hugo, “suscita simpatia” soltanto “per via della terribile disgrazia”. Vincendo ogni reticenza, così, Dostoevskij fa di Myškin un Cristo contemporaneo: un uomo integrale, cioè disintegrato dai tempi. Un Cristo che porta la croce dell’epilessia, privo di discepoli, avulso perfino dalla verità. Un Cristo senza Padre.

Romanzo-mondo, romanzo-vita dalla grazia abbacinante, una rivelazione, L’idiota contiene almeno una decina di romanzi, un saggio contro la pena di morte, un commento all’Apocalisse, un trattatello di storia dell’arte, uno sull’arte di amare e quella di morire. Reca l’inquieto segreto che ha reso questo mondo, il nostro Eden, una Babilonia, massacro a cielo aperto. Rileggerlo la centesima volta, permette di snidare i dettagli. Scelgo, tra questi, a mo’ di esempio, la figura di Marie. Ventenne, tisica, “debole e magrolina”, se ne infatua, per compassione, il principe: è l’emblema della “sudicia, vestita di stracci” che si prodiga per tutti ed è da tutti disprezzata, che si umilia, compie gli atti di più pura pietà, mangia i resti, le briciole dei compaesani e tutti “la guardavano come fosse una bestia immonda”. L’immagine, in santo sentore, pare tratta dalla Historia lausiaca di Palladio di Galazia, nelle pagine in cui si racconta di una donna, pronta alle più abiette opere, seviziata dalle monache presso cui era a servizio. È a lei, tuttavia, che va la predilezione di Dio, a discapito delle altre, pur ligie alla liturgia. Farsi stolti per amore di Cristo, dice San Paolo: un atteggiamento che fa ribollire il cuore, molto russo.

L’idiota, uno dei rarissimi libri per capire come si scrive e come si vive, per vivere in grazia, torna, edito da Neri Pozza, nella nuova traduzione di Serena Prina. Dopo decine di versioni italiane, finalmente questa, impeccabile; alla Prina – già traduttrice di Bulgakov, Gogol’, Pasternak, Tolstoj e tutto Dostoevskij – abbiamo chiesto di introdurci nel corpo mistico e martoriato di Myškin. 

Viene da dire: il principe Myskin, meschino, più che “idiota” – oppure, ingenuo; meglio ancora: innocente – è terribilmente “inetto”. Il suo agire non cambia l’asse del romanzo. Come la mettiamo?

Sì, Myškin è inetto, necessariamente inetto, perché, come gli altri due protagonisti del tragico triangolo del romanzo (Nastas’ja Filippovna e Rogožin), non conosce la grammatica e le regole di un mondo in cui si muove a tentoni, nel quale è profondamente straniero. All’inizio del romanzo Myškin torna in patria da un altrove vagamente misterioso, con una totale ignoranza della propria terra. Anche Rogožin torna a Pietroburgo da un altrove non meglio definito, e nella città si aggira con fatica, di soppiatto, come un ladro spaventato, occhi tra la folla. E Nastas’ja Filippovna, anni prima, era arrivata anche lei nella capitale da uno sperduto villaggio della steppa, del tutto inattesa, indesiderata, minacciosa. Il destino di questi tre “diversi” troverà una sua soluzione nel proprio annientamento (attraverso la morte, la deportazione, la malattia); anche Aglaja, la figlia del generale, avrebbe tanto voluto unirsi a loro e alla loro diversità, ma inevitabilmente fallirà e Dostoevskij le riserverà il destino peggiore, dal suo punto di vista: diventerà la moglie di un falso conte polacco e finirà “nel confessionale cattolico di un celebre pater.”

Il romanzo dove appare – citata e cifrata – la fatidica frase “la bellezza salverà il mondo” è, invece, il romanzo, scrive lei, che dimostra che “la bellezza non salverà il mondo”. Perché, cos’è che è così storto nell’uomo da renderlo storpio al bene? Per altro: che cos’è mai questa “bellezza”?

L’Idiota rappresenta l’“esperimento” di Dostoevskij, il tentativo di creare un prekrasnyj čelovek, un uomo “bellissimo”, dove l’aggettivo è stato reso in vari modi dalla critica, vuoi con “buono”, vuoi con “splendido”, con “sublime” o “eccellente”. Nella mia traduzione ho scelto di usare il più possibile, e nei limiti del possibile, i termini “bello”, “bellissimo” e occasionalmente “magnifico”, in modo che il lettore potesse riscontrare l’infittirsi della presenza di questi aggettivi, usati tutti per rendere l’originario prekrasnyj, in alcuni punti chiave del testo.  Quest’uomo bellissimo si propone come una sorta di simbolo vivente capace di evocare la figura di Cristo, l’unica figura “incommensurabilmente bella” secondo Dostoevskij, che tuttavia quasi non è nominata nel romanzo, pur pervadendolo.

Pare che l’impazzimento sia condizione vertiginosa dello scrivere: le lettere che preparano L’idiota mostrano un Dostoevskij ai limiti della follia, della mania verbale. È così? 

La vita di Dostoevskij non fu, come è risaputo, facile: dopo un esordio trionfale con Povera gente, ci fu un periodo di incertezza creativa concluso dall’arresto e dalla condanna alla deportazione e al confino, per un totale di dieci anni, seguito dal faticoso impegno per riconquistare un posto di primo piano nel panorama letterario russo. E intanto la sua vita personale andava a rotoli, la prima moglie s’ammalava e moriva di tisi, la giovane Apollinarija Suslova lo abbandonava, il demone del gioco s’impadroniva di lui facendogli sperperare i pochi beni. E gli amici fidati (il fratello Michail e Apollon Grigor’ev) morivano, lasciandolo sempre più solo nella sua lotta. Se a tutto ciò aggiungiamo le condizioni di salute sempre più precarie e l’incalzare spietato degli editori che avevano versato anticipi per opere che dovevano essere consegnate con scadenze precise, il quadro della perenne “crisi” dostoevskiana si fa perfetto, e si ha quasi l’impressione che lo scrittore avesse bisogno di condizioni estreme per sviluppare la propria creatività. Nel caso dell’Idiota, composto interamente all’estero, bisogna aggiungere la lontananza dalla viva lingua russa e il grande dolore causato dalla morte della prima figlia, Sonja, a soli tre mesi. Ma questo parossismo creativo fu vero per tutti i grandi romanzi, Karamazov inclusi, per i quali non ci fu la pressione ossessiva degli editori, ma la consapevolezza del tempo della vita che s’andava esaurendo.

Una piccola nota a piè di pagina: l’editoria italiana sembra essere indifferente alla presentazione dei materiali preparatori di opere fondamentali per la nostra cultura quali quelle di Dostoevskij. Il lettore francese dal 1950 ha la possibilità di accedere ai taccuini dostoevskiani, inclusi integralmente nei vari volumi che La Pléiade ha dedicato a Dostoevskij (ben 7, sempre in catalogo, e si pensi che nei Meridiani Mondadori, che aspirano a essere La Pléiade italiana, non è presente nessuna opera di Dostoevskij), e può quindi farsi davvero un’idea del travaglio che ha accompagnato la stesura di tutti i grandi romanzi, che in alcuni casi mutano radicalmente nel corso della stesura. In Italia Ettore Lo Gatto, il più importante slavista del XX secolo, cercò di fare la stessa cosa, ma la sua edizione dei taccuini (Sansoni) fu fin da subito difficile da reperire, e oggi in pratica non esiste nemmeno nelle biblioteche. Nella riedizione di Delitto e castigo fatta per il bicentenario della nascita (Oscar Mondadori Cult, 2021) sono riuscita a far pubblicare il cosiddetto Diario di Raskol’nikov, uno dei nuclei iniziali del romanzo, ma è comunque ben poca cosa. Questa disattenzione editoriale è particolarmente grave per un autore come Dostoevskij, in quanto molte delle pagine più intense e illuminanti sulla sua opera sono state scritte da intellettuali non specialisti, che non potevano quindi accedere ai materiali in lingua originale.

Lei identifica in Myskin le stimmate dello jurodivyj, il “folle in Cristo”. Della stessa stregua, mi diceva, può essere inteso lo Zivago di Pasternak. C’è dunque una sequela che lega l’idiota e il dottore… 

È Vladimir Dal’, autore del dizionario che cristallizza la lingua usata all’epoca di Dostoevskij, che accosta il termine “idiota”, piuttosto insolito per la lingua russa dell’Ottocento, a una persona “scioccherella dalla nascita”, a uno “jurodivyj”, ed è questa la prima volta che tale figura, che tanta parte avrà nei romanzi successivi, fa la sua comparsa nell’opera di Fëdor Michajlovič. Per contro, l’opera di Pasternak si apre alla vigilia della festa che celebrava l’apparizione della Madre di Dio al beato Andrej Jurodivyj, e non a caso il protagonista di Živago si chiamerà Jurij Andreevič. Il tema dello jurodstvo, della rinuncia a un ruolo sociale integrato e ai beni materiali in cambio della possibilità di denunciare gli abusi delle autorità e dei potenti, appartiene sicuramente a entrambi i personaggi.

Un’altra nota a piè di pagina: tra Myškin e  Živago, ci metterei Bulgakov a fare da tramite, che in alcune parti del Maestro e Margherita “mima” alla lettera pagine dell’Idiota. “L’amore balzò dinanzi a noi come da sotto terra un assassino balza in un vicolo, e ci lasciò entrambi esterrefatti. Come lascia esterrefatti un fulmine, come lascia esterrefatti un coltello a serramanico!” racconta il Maestro a Ivan, descrivendo l’incontro con Margherita, dopo che l’uomo e la donna avevano a lungo camminato su marciapiedi opposti, come Myškin e Rogožin nel penultimo capitolo dell’Idiota. A sua volta Bulgakov è all’origine stessa del Dottor Živago, con la sua Guardia bianca, il cui incipit (i figli attorno alla bara della madre) è ripreso con precisione da Pasternak, con il piccolo Jurij dal naso all’insù arrampicato sul tumulo di terra che copre il corpo materno. L’idiota, La guardia bianca/Il Maestro e Margherita, Il dottor Živago: quattro caposaldi della letteratura russa di questi ultimi centocinquant’anni, che ruotano attorno all’idea di bellezza e di armonia: agognata nel primo, perduta nel secondo, affidata a un patto col demonio nel terzo, e intrecciata alla grande storia, alla storia del singolo e alla natura nel quarto.

Ritagli un brano dall’Idiota che le pare esemplare, ne dia ragione. 

Sceglierei la descrizione del primo incontro tra Myškin e Rogožin, sul treno che sta portando i due giovani a Pietroburgo, seduti uno davanti all’altro, con le ginocchia che si toccano: uno biondo, mite, luminoso, l’altro bruno, cupo, febbricitante. Questo stare vicini, in uno spazio limitato, tornerà in ognuna delle quattro parti del romanzo, in modo via via sempre più drammatico, fino all’ultimo abbraccio, quando il principe “tendeva verso di lui la mano tremante e piano gli sfiorava la testa, i capelli, li accarezzava, e gli accarezzava le guance… altro non poteva fare! […] finalmente […] premette il volto al volto pallido e immobile di Rogožin; le lacrime dai suoi occhi scorrevano lungo le guance di Rogožin …”. Non c’è nulla di sessuale in questo abbraccio maschile (che ci sarà invece nell’opera che Dostoevskij scrisse subito dopo l’Idiota, L’eterno marito), ma vi si esprime in modo sublime un’infinita compassione, la straziante vicinanza tra anime sofferenti.

L’idiota, scrive, è il ‘suo’ ultimo Dostoevskij. Perché? E ora? E poi: L’idiota è romanzo tra i più tradotti in Italia, come si è mossa nell’offrirgli una lingua?

Scrivo che è il mio ultimo Dostoevskij perché purtroppo Fëdor Michajlovič è morto a 59 anni, senza poter realizzare gli ultimi grandiosi progetti. L’anno prossimo uscirà un’opera minore, Il villaggio di Stepančikovo e i suoi abitanti (Feltrinelli), poi restano ancora un paio di novellette, e avrò tradotto tutta la sua opera narrativa: una storia cominciata nel 1984, con le Note invernali su impressioni estive (Editori Riuniti, poi Feltrinelli), e durata quarant’anni. Non c’è dubbio che mi mancherà.

Ultima nota a piè di pagina. Per me L’idiota rappresenta il punto più sperimentale della scrittura dostoevskiana, il più ardito, che trae energia e giustifica la propria struttura anomale dalla tradizione letteraria più antica, in particolare dall’Asino d’oro di Apuleio (relazione rivendicata nel testo) e dal Satyricon di Petronio, e al tempo stesso si proietta verso ipotesi di scrittura che sono ancora oggi avanguardia. In questo modo Dostoevskij crea un meccanismo narrativo perfetto, che ci trascina indietro verso le origini della nostra cultura e ci scaraventa in avanti verso il futuro di quella stessa cultura, avanti e indietro, senza posa, rendendoci felici e generando bellezza.

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