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“Ci importava dell’essere umano, del suo destino”. Su Horacio Quiroga

Non era un tipo facile, Horacio Quiroga. Nel 1926, dopo anni passati a Misiones, decide di tornare a Buenos Aires. La moglie, Ana María Cires, s’era ammazzata: non sopportava più la giungla, né quell’uomo, spiritato, indomito, nichilista. Eglé, la figlia di Quiroga e di Ana, nasce nel 1911: lui, invaghito di una sua amica, María Elena Bravo, di lampante e scorbutica bellezza, fa di tutto finché non riesce a sposarla. Nel ’27 Quiroga va per i cinquant’anni, ha una vita di sommossa e tragedia – nel 1902 uccide, incidentalmente, il migliore amico – e il “New York Times” l’ha definito “il Kipling americano”. “Credi che la tua arte sia una vetta inaccessibile. Non sognare di dominarla”, proclama il secondo comandamento del suo celebre Decálogo del perfecto cuentista, per lo più un manuale di estetica estatica, neoplatonico, nonostante i pitoni e i giaguari, autentici, che affollano l’opera di Quiroga. María non aveva neppure vent’anni, Quiroga s’era messo ad allevare animali selvatici, si stufò presto di quel vecchio, prestante e visionario. Proprio nel 1926 Quiroga pubblica Los desterrados, che significa gli esiliati, i banditi, gli espulsi. Desterrados identifica la grana di Quiroga, la sua personalità e la sua poetica: sterrato da ogni genealogia, senza terra, in perpetuo espatrio dal tempo, dagli uomini del suo tempo. Uno dei racconti più noti lì raccolti, Il tetto d’incenso, pubblicato in origine nel 1922, ambientato “nei dintorni e fra le rovine di San Ignacio, seconda città dell’Impero Gesuitico” (dove abitava Quiroga), racconta di Orgaz, “il Capo dell’Anagrafe… un uomo amante dei modi schietti” che “in paese non era ben voluto, ma lo si rispettava” (pubblicato nell’edizione Einaudi dei racconti di HQ, Tigre per sempre, citerò la versione Sellerio a cura di Eleanor Londero, 1995). Tutti i ‘giusti’, in Quiroga, lo sono incidentalmente; sono, per lo più, malsopportati dai propri simili.

A Buenos Aires, quell’anno, Quiroga incassa applausi pubblici, veri: tra i suoi fan annovera la poetessa argentina Alfonsina Storni, tra i suoi amici lo scrittore Ezequiel Martínez Estrada – assai apprezzato da Borges – che di Quiroga ci ha consegnato la memoria più eclatante, El hermano Quiroga, pubblica nel 1957, vent’anni dopo il suicidio dell’amico fraterno. “Eravamo entrambi interessati ai problemi sociali, a prescindere dalla sociologia, dall’economia, dalla politica. Ci importava dell’essere umano e del suo destino, liberi dai commenti e dai commentatori e dagli esegeti… Si presumeva fosse comunista e anarchico; altri gli davano del borghese, contraddittorio, insoddisfatto, antisociale. Ci facevano schifo i demagoghi dell’azione e del pensiero, quelli che, come dice Péguy, trasformano la mistica in politica. ‘La gran parte del mio pensare, oggi, deriva da una grande delusione… un anarchico solitario, valoroso, non può scrivere per conto di Stalin né della Cia’, mi aveva detto, una volta”.

Che compito assurdo essere Capo dell’Anagrafe incastonati nella giungla! Nel racconto, Orgaz tiene l’ufficio in casa sua, il tetto è “fatto di tavolette d’incenso”, che l’umidità e la pioggia hanno piagato e scassato, “al punto da conferire al tetto del bungalow l’aspetto di un riccio”. Orgaz vive come in una pagoda, in una palude: il tetto è figura del suo animo anomalo. Orgaz, questa specie di energico Giobbe, che afferra lucertoloni e serpenti a mani nude, che ha domato in sé il selvaggio, è antipatico e non ha un riparo. Il tetto non gli cade in testa: si avvolge, implode: Orgaz, funzionario privo di funzione – qui Quiroga sembra fondere l’amato Kipling a Kafka –, non ha un posto dove posare il capo, in tutti i sensi. Quando, improvvisamente, come un’apparizione demoniaca, arriva nella giungla l’Ispettore dell’Anagrafe, la dramma di Orgaz è svelato. “L’Anagrafe era il suo incubo. Doveva tenere aggiornati, e in duplice copia, tutti i registri di nascita, morte e matrimonio”. Orgaz è colpevole di non aver compilato i registri, se non in modo approssimativo, fasullo. In questa formula, in verità, egli adempie al precetto biblico: censire è atto d’orgoglio, il numero è dominio di Dio, come il nome e la vigilanza sulla genia, sulla nascita. Orgaz, in forma dispari, ha protetto il selvaggio: chi abita la giungla è un senza nome, un senza nume, luminoso nella latitanza.

Ovviamente, l’Ispettore minaccia il rude ufficiale dello Stato: se non consegnerà entro tre giorni i libri compiutamente compilati, gli sarà sottratto lo stipendio che gli permette quella vita, alta, frugale, animalesca. Orgaz, che passa i giorni a sistemare il suo tetto, disobbediente, obbedisce. Passa due giorni infausti, si fa aiutare da “un ragazzino polacco, di dodici anni, capelli rossi e un viso lentigginoso color s’arancio”, riesce, in qualche modo, falsificando, a riempire i registri. Ora deve consegnarli all’Ispettore, a Posadas, la capitale di Misiones. La natura si ribella al viaggio di Orgaz: un violentissimo temporale rallenta la sua cavalcata, manda in piena i fiumi, sembra che il cielo, con i suoi angeli di cristallo, gli si rompa sul cranio. Orgaz resta pur sempre l’ufficiale che non riesce a rassettare il tetto della sua casa. “Sofferenza, tormento per la mancanza di sonno gli ronzavano dentro la testa, che pareva scoppiasse… Tuttavia, quel che lo dominava era un sentimento di intima soddisfazione”. Orgaz è certo di aver compiuto un gesto giusto, è felice, come chi intaglia una sedia, ma l’Ispettore gli ride in faccia: “Io le avevo detto di portarmeli soltanto per dire qualcosa, nient’altro! Perché si è disturbato così?”. Quando il narratore prende la parola, alla fine del racconto, è per assegnare un tono livido alla parola soddisfazione: “dopo aver saputo della soddisfazione che venne data quella notte a Orgaz, per niente al mondo avrei voluto essere l’ispettore di quei registri”.

A un primo livello, il racconto, selvatico, è uno sketch dalla vita della giungla: Orgaz è l’ennesimo profeta dei banditi, esiliati dal regno ‘civile’, con un dicastero di enigmi sulla lingua della foresta. Nel sottosuolo, il racconto è una parabola gnostica: Orgaz, angelo reciso, non conta i suoi concittadini, non fa affari mercificando l’uomo, ne benedice la libertà, evoca la vita; è ostile al dio malvagio che sregola il mondo, vince l’arconte del calcolo, l’ispettore che minaccia per il gusto, incapace a pietrificare la parola in compito. D’altronde, una creatura alata non ha bisogno di un tetto.

Nel 1937 Horacio Quiroga fu ricoverato presso l’Hospital de Clínicas de Buenos Aires. Aveva un cancro alla prostata, era tornato a Misiones nel 1932, tutti – moglie, figlia – lo avevano abbandonato. Quando seppe che un ragazzo, deformato nel corpo, era rinchiuso nelle cantine dell’ospedale, chiese che fosse immediatamente ospitato nella sua camera. Il ragazzo, una specie di Elephant Man argentino, si chiamava Vicente Batistessa: diventarono amici. A lui Quiroga confidò il segreto più intimo, il desiderio di morire.

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