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Il grande genocidio dimenticato. L’holodomor si ricorda oggi.

La strada migliore per conoscere la storia dell’Ucraina è quella della letteratura. Terra fertilissima, schiacciata dalle potenze vicine, ha messo su nei secoli una tenacia e un cuore di cui i cosacchi son diventati il simbolo. Leggendo il racconto Possidenti d’antico stampo di Gogol’ vien quasi da piangere, tanto è forte il sentimento e l’idillio di questa terra, dove tutto è buono da mangiare, dove le dispense son sempre piene di marmellata e d’ogni ben di Dio, dove tutti sono amici di vecchia data.

Fra le tante avversità che hanno colpito questo paese, oggi 27 novembre si celebra l’Holodomor, termine di difficile traduzione, ma che dicono possa tradursi con “sterminio per fame”. Quella che nei primi anni ’30 del Novecento colpì l’Ucraina non fu una semplice carestia. Per chi volesse cercare di comprendere e documentarsi si consiglia Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 di Ettore Cinnella, ma per chi volesse farsi una prima idea, c’è il bellissimo Quaderni ucraini di Igort, a metà strada fra graphic novel e reportage.

Difficile in questo tempo fatto di opulenza pensare alla fame. Una fame che fa diventare pazzi, che trasforma gli uomini in bestie e poi in spettri. Questi libri ci aiutano a calarci in un tempo e in un luogo non così distanti come vorremmo credere.

Brevemente: la politica economica imposta da Stalin prevedeva che tutte le terre dell’URSS passassero nelle mani dello Stato, unificate in cooperative dette kolchoz. L’applicazione di un simile stravolgimento provocò una serie di violenze verso i proprietari terrieri, detti kulaki. Questi proprietari divennero oggetto di odio e persecuzione sempre crescenti, fino a una vera e propria demonizzazione. Per i bolscevichi, i kulaki erano contadini agiati, nemici del popolo, ma in realtà finivano in questa categoria soprattutto i piccoli proprietari, di certo non ricchi o agiati come si voleva far intendere. La lotta contro questa categoria fu attuata prima attraverso una forte tassazione, poi con l’esproprio delle terre, poi con la deportazione vera e propria. In verità, si è poi scoperto che moltissimi contadini, non solo i kulaki, entrarono malvolentieri nei kolchozy, e spesso fu necessario l’uso della violenza. L’intento di Stalin era quello di accelerare la crescita industriale del paese, sfruttando la popolazione contadina (la quale costituiva la componente basilare del vasto territorio sovietico). La collettivizzazione, su tutto il territorio dell’Urss, causò milioni di morti.

L’Ucraina aveva una lunga tradizione di possidenti terrieri, radicata nella sua cultura, come ben descritto nel racconto di Gogol’. I contadini opposero una forte resistenza alla collettivizzazione, e il regime bolscevico rispose con maggiore violenza. Le continue e sempre in aumento requisizioni di grano per l’esportazione, unite alla repressione che prevedeva la pena di morte per chi occultava una sola spiga, precipitarono la campagna ucraina in una gravissima carestia, aggravata poi dalle richieste impossibili da soddisfare che provenivano dal governo bolscevico. Lo Stato continuava a chiedere grano che non c’era, basandosi su stime completamente inventate a tavolino.

Tra il 1932 e il 1933 la carestia causò in Ucraina milioni di morti, si stima oltre cinque milioni. Che il genocidio fosse pianificato o meno, è questione di lana caprina. Se anche non ci fosse stato un vero e proprio piano di sterminio, c’era la burocrazia sovietica già in piena funzione, cieca e sorda, pronta a marciare con i suoi stivali sulla schiena della gente, verso un futuro radioso. I resoconti delle numerose testimonianze non lasciano alcun dubbio: le guardie bolsceviche sorvegliavano le campagne in preda alla fame, ai giornalisti europei e americani veniva negato il visto per transitare nella regione, i centri diplomatici inviarono ai rispettivi paesi rapporti anche dettagliati delle gravissime condizioni dell’Ucraina.

Negli anni, correnti storiche ‘revisioniste’ vicine agli ambienti sovietici hanno cercato di sminuire la reale portata dell’Holodomor, taluni avanzando perfino l’assurda tesi secondo cui il governo non fosse a conoscenza della carestia. Sebbene molte verste separassero le campagne ucraine dallo studio di Stalin, è impossibile che il dittatore non conoscesse le condizioni disperate del “Granaio d’Europa”. Con la destalinizzazione, perfino i nuovi capi di governo presero le distanze dalla politica economica del dittatore, e poco alla volta anche i ricercatori russi hanno contribuito a fare maggiore chiarezza sullo sterminio.

Un simile sfruttamento contribuì a disintegrare qualsiasi forma di ribellione ucraina, spianando la strada alla russificazione (difatti, molti villaggi ormai trasformati in cimiteri furono poi ripopolati con coloni russi). Negli ultimi anni, poi, sono emersi documenti che contribuiscono a rafforzare la tesi secondo cui lo sfruttamento dell’Ucraina avesse un duplice intento: aumentare l’esportazione di grano e piegare una volta per tutte il sentimento nazionale ucraino. In proposito, Cinnella ci ricorda come unitamente al dilagare della carestia, il governo di Mosca attuò “un attacco su vasta scala contro tutti i maggiori centri ed esponenti culturali e intellettuali ucraini, e contro le Chiese dell’Ucraina”.

Questa “carestia terroristica” trascinò nell’orrore, prima che alla morte, una popolazione felice, una terra fra le più floride. Un po’ di fumo che esce da un camino dovrebbe portare la mente a qualcosa di sereno, di caldo: una famiglia riunita intorno al fuoco, un rifugio, un po’ di serenità, un idillio come quello descritto nel racconto di Gogol’. Invece, durante la carestia, molti sono i racconti di episodi di cannibalismo. E quando si alzava un po’ di fumo da una casa, era prova inequivocabile dell’orrore supremo: i contadini impazziti per la fame non esitavano a cucinare i loro simili. Ecco cos’è stata la carestia che oggi si ricorda, il momento in cui gli uomini non solo sono stati privati della libertà o uccisi, ma in cui sono stati portati a valicare la soglia dell’umano.

Per ricordare questa catastrofe, utilizzeremo i mezzi che abbiamo: ancora una volta, la letteratura. Quanto segue è tratto da Tutto scorre di Vasilij Grossaman.

«Dapprima la fame scaccia di casa, perché in un primo tempo ti brucia, ti strazia come il fuoco, ti strappa le budella e l’anima – allora l’uomo scappa di casa. La gente estrae i vermi dalla terra, raccoglie l’erba; hai ben visto, fino a Kiev strariparono. Tutti si allontanano da casa, se ne vanno tutti. Ma poi arriva il giorno che l’affamato torna indietro, trascinandosi alla sua capanna. Questo significa che la fame lo ha sopraffatto, ormai quell’uomo non si salva più: si mette a letto e là giace. Una volta che la fame lo ha sopraffatto, quell’uomo non lo rialzi più, non solo perché non ne ha la forza: è che gli manca l’interesse, non ha più voglia di vivere; sta lì steso, zitto zitto, e non si muove, e non ti venga in mente di toccarlo. L’affamato non vuole mangiare, piscia ogni momento, ha la diarrea; diventa sonnolento, non vuole essere disturbato: vuole che lo lascino in pace. Così distesi si avviano alla morte. […] A certi invece dava di volta il cervello, non si calmavano fino alla fine. Li riconoscevi dagli occhi, lucidi. Erano loro quelli che facevano a pezzi i morti e li cuocevano, uccidevano i propri figli e li mangiavano. Si risvegliava in loro la belva, quando l’uomo moriva in loro. Ho veduto una donna, l’avevano portata sotto scorta al centro distrettuale. Il suo viso era di un essere umano, ma aveva gli occhi di un lupo. Dicono che questi li han fucilati tutti quanti. Ma non erano loro i colpevoli, colpevoli erano quelli che riducevano una madre al punto di mangiare i propri figli. Ma credi che si trovasse, il colpevole? Hai voglia a cercarlo… è per fare il bene, il bene dell’umanità che loro hanno ridotto le madri a quel punto».

Valerio Ragazzini

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