03 Novembre 2020

“Pallaksch”, la parola magica di Hölderlin. Il poeta si fionda nell’indicibile

La parola cardine è pallaksch. Uno scoscendimento. L’ingresso nell’acropoli poetica, tra lama e fruscio. Pollaio di mostri. “Come nota Christoph Theodor Schwab nel suo diario del 1841, il poeta malato aveva escogitato, e usava con predilezione, l’espressione pallaksch, che si poteva prendere per un ‘sì’ o per un ‘no’ e che gli serviva come espediente per evitare l’affermazione o la negazione”.

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Friedrich Hölderlin s’inchina e entra nella “torre” del falegname Ernst Zimmer nel 1807. Due anni prima lo avevano dichiarato ipocondriaco, “la sua follia è diventata furiosa”, scrive il dottor Müller, a cui, da Homburg, è chiesta una perizia medica. In particolare, annota il dottore, “i suoi discorsi paiono incomprensibili, parte in tedesco, parte in greco e in latino”. La fatale follia di Hölderlin si celebra in linguaggio, catabasi nell’incomprensibile. Hölderlin resta nella “torre” più di trent’anni, morirà nel giugno del 1843. Il falegname Zimmer muore prima di lui, nel 1838: il poeta, da allora, viene affidato alle cure della figlia, Lotte. Al funerale del poeta, sorta di oggetto sacro, a Tubinga, “prendono parte un centinaio di studenti… mancano il fratello e la sorella. Erediteranno dal poeta 12.959 fiorini” (così Luigi Reitani nel ‘Meridiano’ Mondadori che coglie Tutte le liriche di Hölderlin, 2001). Naturalmente, l’eredità in fiorini del poeta è incommensurabilmente misera rispetto a quella lirica, che sconfina, sconfitta l’epoca.

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L’ultima poesia scritta da Hölderlin s’intitola La veduta, è questa:

In lontananza va la vita dell’uomo,

Dove scintilla dei tralci il tempo nuovo,

Il campo dell’estate si svuota di figure,

Appare il bosco con immagini oscure;

Completi la natura l’immagine dei tempi,

Che resti, ed essi scorrano svelti,

È perfezione, il cielo invia splendori

All’uomo, come gli alberi si avvolgono di fiori.

Il poeta si congeda con un idillio, nello splendore, mirando la perfezione. La poesia è firmata “Con umiltà, Scardanelli”; ed è datata “il 24 maggio 1748”. Il poeta perde i contatti con la cronologia umana, non ne vuole avereieri oggi domani sono latitudine dei limiti, agorà dei mortali, il trono su cui l’uomo, assiso, tronfio, pensa di fare la storia. Con umiltà, depone il proprio nome, il poeta. Forse non è più nemmeno un uomo. Non è neanche poeta. È pura cetra, tramite, incarico, suono.

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A seconda di chi gli fa visita – studiosi, intellettuali, artisti folgorati dalla leggenda del poeta folle – Hölderlin s’inventa un nome. Spiazza, spazzando ogni agiografia, evocando un labirinto in grammatiche. “Sì, le poesie sono autentiche, sono mie, ma il nome è stato falsificato; io non mi sono mai chiamato Hölderlin, ma Scardanelli o Scarivari o Salvator Rosa o qualcosa di simile”, dice il poeta a Johann Georg Fischer. Solo la poesia è autentica: non il poeta, che dei suoi nomi – quelli terreni ma anche quelli fantasiosi, inventati – ha fatto trogolo, cibo per cimici. “Qualcosa di simile” a una fantasia verbale, è il poeta: forse una gazza, una libellula, il fiume.

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A Wilhelm Waiblinger, giovane e sfortunato poeta (morì a Roma, a 25 anni, tubercolotico), Hölderlin disse, scombinando nomi e generi, “Mio signore, non ho più lo stesso nome: ora mi chiamo Killalusimeno”. Così, quasi ventenne, Waiblinger descrive Hölderlin, eletto a maestro, innescando la miccia del mito: “La musica non lo ha completamente abbandonato. Suona ancora bene il pianoforte, ma in modo alquanto singolare… Ama molto i bambini. Ma questi hanno paura di lui e lo fuggono. La morte, la teme oltre misura, e del resto è assai timoroso. A causa della sua estrema eccitabilità si spaventa facilmente. Trasale al minimo rumore” (trovate in: W. Waiblinger, Friedrich Hölderlin. Vita, poesia e follia, Adelphi, 2009).

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Il poeta trasuda nel linguaggio: non c’è altra malattia. Il verbo l’ha fatto proprio, l’ha maciullato, ha preso possesso di lui, ha fatto resina della lingua – è un cespuglio di api. Inebetito, il poeta vive attese, trasalimenti, fughe, apocalissi sul comodino, esegesi boschive – degli uomini incontra l’incanto, semmai, l’articolata ombra, non vuole avere implicazione con l’ora, il corrotto. Cosa succede il 24 maggio 1748 a un uomo chiamato Scardanelli?

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Il poeta esplora l’al di là del linguaggio, va dove non è lingua, dove il suono è primo – oppure l’ultimo. Dove l’ordine verbale è scavato con una zampata; è lì, nell’inarticolato guaito, nella contemplazione per singulti. Dalle implorazioni bibliche – in bilico su Dio – a quelle bacchiche, da Dante ad Antonin Artaud, tra Hölderlin, Andrej Belyj, Amelia Rosselli, Andrea Zanzotto. Qualcosa di insinuante e di pericoloso svasa da questi linguaggi che non confortano, non comunicano – portano in luoghi bianchi, disancorati, dispari.

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Nello studio su Hölderlin. L’arte della parola (il melangolo, 1979), Roman Jakobson ci porge la parola pallaksch. “Una volta, mentre gli si facevano parole pressanti, Hölderlin fu preso da movimenti convulsi e si ebbe da lui solo ‘un terribile, confuso profluvio di parole senza senso’. Oppure Hölderlin preferisce semplicemente rifiutare la risposta… Alla continua contraddizione fra sì e no nel modo di parlare di Hölderlin, Waiblinger ha ‘innumerevoli volte’ prestato attenzione”. Il poeta non vuole rispondere perché non ammette la logica umana, non vi appartiene: e no accerchiano in scelte innaturali – non certo esclusive, escludenti, piuttosto –, che concimano morte. Non esiste ragionevolezza né opposizione nel mondo autentico, dove le “parole senza senso” sono la sola poesia possibile. Pallaksch è una specie di amuleto, una parola magica, il passepartout per tutte le visioni, da sbandierare di fronte a chi pensa per superfici piane e progressive, per convenzioni. A te, che ragioni in trapezi e rettangoli, la risposta: io resto sconfinato, opto per tutte le direzioni, dice il poeta. Tra Teseo e Minotauro, il poeta è quello che disegna una porta con il gesso su un lato del labirinto: certo che la pietra si sgretoli, e qualcosa, di luce e sangue, appaia. (d.b.)   

*In copertina: un autoritratto di Joseph Ducreux (1735-1802)