“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Forse le piaceva proprio questo: il talento evanescente, che brucia, tra foreste di falene, sfinimenti infiniti.
La lettera più bella che Cristina Campo scrive a María Zambrano è datata 1975, “nella festa di San Giovanni”, spedita da Roma. Racconta la morte di Héctor Murena, “all’età di 52 anni, il 5 o il 6 dello scorso mese”. L’incertezza, mai indulgente, sulla data di morte – nato il 14 febbraio del 1923, Murena muore a Buenos Aires, secondo i documenti, il 6 maggio del ’75 – cela un mistico cifrario, forse. Di Murena – nomen omen: aggressione tra le oscure rocche, bocca d’incredibili, fosforescenti denti, tra le segrete marine – si è incerti perfino nel nome, indecifrabile: nato Héctor ÁlvarezMurena, firmava i suoi libri H.A., a volte Héctor A. Murena. “Io amavo molto Murena, fin dal nostro primo incontro a Viale Pinturicchio, forse dodici anni fa, forse tredici. Ma non credevo di amarlo tanto. La notizia della sua morte mi ha letteralmente spezzato il cuore. Non ho potuto far altro, la sera stessa e tutti i giorni seguenti, che fuggire alla chiesa russa e accender ceri per lui, piangendo senza vergogna”.
Héctor A. Murena (1923-1975)
Così attacca C.C. Murena faceva parte del ristretto pleroma dei suoi pari, “C’era tra Murena e me uno di quei rapporti estremamente silenziosi… che corrono tra Scorpione e Toro: complementari celesti, legati da simmetrie profonde e antitesi armoniose e tremende”. Aveva tradotto alcune poesie di Murena – ora raccolte in: Cristina Campo, La tigre assenza, Adelphi, 1991 – sull’“Approdo letterario” diretto da Carlo Betocchi, nel 1961; liriche tratte da El escandalo y el fuego, “l’ultima raccolta, scritta, come l’autore precisa, nel giro di poche notti”. Amava quelle parole, dicotomiche e magnetiche, fuoco e notte, che la mandavano nel girone di San Juan; il fatto che la poesia fosse nottambula ispirazione, nella spirale dell’istante, il coltello di Abramo che splende prima che l’angelo ne interrompa l’opera oscura. Una di queste poesie viene risolta così:
“Solo resiste al tempo quel che si fa col tempo. E quello che si fa con l’eternità? La poesia viene quando restiamo nell’inesauribile compagnia della solitudine. Viene come un sùbito taglio, dove si mischiano con fredda febbre sangue con sangue, due separati mondi”.
Collaborava con la rivista “Sur” di madama Ocampo, Murena, e con il supplemento culturale de “La Nación”; aveva tradotto in spagnolo l’opera di Walter Benjamin, e scritto saggi dalla tensione d’acciaio: La fatalidad de los cuerpos, Ensayos sobre subversión, El nombre secreto, La cárcel de la mente (tradotto nel 1972 come Il carcere della mente da La Nuova Italia). Nel 1963, con prefazione di Carlo Bo, Longanesi aveva pubblicato uno dei suoi romanzi, La colpa. Altrimenti, Murena – a parte l’interesse di Irradiazioni, che qualche anno fa ha tradotto Homo atomicus e La metafora e il sacro – resta, per l’editoria italiana, un paria, una creatura dimentica; in Francia, lo editava Gallimard. Era uno scrittore notturno, teso a spaziare per desiderio di sparizione.
Nella lettera alla Zambrano – in: Cristina Campo, Se tu fossi qui, Archinto, 2009 –, la Campo ci dà qualche nota sulla suprema sprezzatura di Murena:
“La morte di Murena è stata la morte tipica dello Scorpione: morte di disamore, largamente immaginario, forse, o forse arcanamente vero. Insonnia e alcool, ma insieme, fino all’ultimo, preghiera e poesia. Questa morte pressoché volontaria – o per lo meno questo consenso alla morte – è stato grave, perché lui era entrato da vari anni in un processo di metamorfosi estremamente bello e importante: stava realmente, lentamente trasformandosi in Aquila (tu sai, non è vero, che lo Scorpione può strisciare nel fango come un Serpente o mettere le ali levandosi fino al sole). Il processo ora dovrà compiersi altrove, in altre dimensioni, suppongo”.
L’ultimo libro in versi di Murena, pubblicato poco prima della morte, s’intitola El águila que desaparece. Nella morte di Murena – che aveva la sua stessa età – la Campo prevede la propria fine: il loro legame, al di là delle ascendenze astronomiche – Murena era Aquario, in sodalizio ascendente con lo Scorpione – era magico (“Murena mi aveva predetto molte cose, che si sono realizzate e si stanno tuttora realizzando”).
D’altronde, “Héctor Murena è il nostro unico amico”, scrive la Campo, nel 1963, ad Alejandra Pizarnik; e poi Elémire Zolla, ancora alla Pizarnik, nel 1965, una frase che è accorato accordo, “Se dovessi morire, per favore, per favore, consegni le mie cose a Murena”.
Uomo vissuto nell’ispirazione costante, dallo sguardo vespertino, consapevole di terrorizzare, Murena svanisce, avvilito dal ‘nuovo’, perfino dal contesto della letteratura argentina. Nel 2019, per la cura di María Negroni, poetessa che ha studiato, tra l’altro, l’opera di Alejandra Pizarnik (a dire che ci muoviamo sempre in un’orbita di consonanze simili), Editorial Pre-Textos pubblica come Una corteza de paraíso, un’antologia di poesie di Murena:a quel libro afferiscono le traduzioni che trovate in calce.
Nell’introduzione, partecipe e bella, la Negroni scrive, tra l’altro:
“Ho cominciato a leggere le poesie di H.A. Murena negli anni Novanta: il clima culturale dell’epoca celebrava mode piuttosto raccapriccianti. Fu una specie di shock. Ho cercato i suoi libri, quasi tutti introvabili; li ho letti spasmodicamente. Da dove veniva questo poeta, da quale tradizione, e perché era così poco conosciuto? […] Non siamo, qui, in presenza di un’ecatombe del linguaggio, come in Alejandra Pizarnik, dove l’opera, infine, è capricciosa, eccentrica; qui vige la piena assunzione di uno stile d’inganno, astiosamente sordo ad ogni mandato. Le poesie, fragilissime, non hanno sostegni: le proposizioni scorrono a cascata, concise o involute, piene di salti di senso, come accade nei versi di Paul Celan o di Rilke, schegge di pensiero sospese nel vuoto. Ogni verso nega e completa il precedente, spalanca e serra, guida e pone dubbi, espone gli opposti, esige una sorta di resa. Al presunto ideale di una ‘comunità poetica’, Murena opponeva come nessun altro il diritto di pensare a sé, di pensare, soprattutto, contro se stessi.
Nel 1607, il monaco Chen-i incontrò una donna che aveva trascorso molti anni sulle montagne del Wu-t’ai. La donna viveva sotto un tetto di paglia rovinato. Mangiava pochissimo. I suoi capelli erano arruffati. Quando le fu chiesto come si chiamava, rispose: “Non ho nome”. Alla domanda sulla sua età replicò: “Non ho età”. Di fronte a chi le chiedeva quale metodo di meditazione utilizzasse diceva: “Sono seduta, non ho metodo”. Che cosa sei riuscita a comprendere?, le chiesero. Lei rispose: “Le mie orecchie odono il suono del vento, della pioggia, degli uccelli”.
Ho sempre pensato che questa donna senza nome, senza età e priva di metodo abitasse la poesia di Murena. La immagino così, seduta in silenzio in mezzo a quelle minuscole poesie, senza fare domande, senza pretese, senza fretta, dedita al dono più arduo: essere ciò che si è quando si cessa di essere. Quando abbandonerà le pagine, resterà una traccia. Incertezza diafana, fatta di mondi impossibili, perciò reali”.
Nelle poesie di Murena c’è sempre un filo tagliato, uno che stacca la spina, che sottrae le maniglie. La poesia, in effetti, è un sibilo: cratere del Cerbero-cervello pieno di libellule.
***
I
La notte che ho morso quella pepita: l’inconfondibile sapore di me stesso. Da allora fuggo. Cos’è quel tremore in cui corro quel vento che non so se è l’essere o il non essere? Quando mi volto mi leccano il viso le fiamme della città irrigata di roghi.
*
IX
Chi abita in questo canto silenzioso e solo chi si lamenta mentre resto tranquillo, chi si divincola, trema, come se volesse nascere in me nella mia anima per mutarmi in mostro o in angelo, feto di fuoco della mia vittima del mio carnefice?
*
X
E i volti che scorgo nei tuoi sogni, l’iguana del tempo che balla eretta al chiaro di luna, le voci che sussurrano nell’orecchio dell’uomo mentitore nell’estremo giaciglio: faremo quel che dobbiamo fare mentre siamo ancora in forze non cederemo al male… La mia magia. La mia magia.
*
XL
Neghiamo Dio. Ma non osiamo andare nudi. Sordi, ciechi, nell’attardarsi del tempo nel frutteto tra le terre udiamo incessante la voce che ci chiama: dove sei? cos’hai fatto?
*
Com’è, dov’è
Si contemplano si odorano i fiori per ricordarci del fiore.
Il fiore.
Il fiore dello spirito. Chissà com’è dov’è?
*
Sentiero aperto
La pagina è bianca e la calligrafia la invade.
Ma non posso dire di amare.
Un silenzio redimerà domani il rumore dei miei passi.
*
Esistenza del lignaggio
Un cigno invisibile bacia sempre la mia mano.
Sa che l’albero esiste? Sa di esistere? Il cigno dice di sì è nel sì.