26 Gennaio 2021

Giù la maschera! Un racconto profetico di Hawthorne

Come è possibile memorizzare il viso di Gesù? Secondo la tradizione ebraica il viso del Messia è anonimo, irriconoscibile per eccesso di familiarità. Quando posa lo sguardo su di te, Egli prende le fattezze che da sempre attendi. Per questo, riguardo al Risorto la testimonianza dei Vangeli è obliqua, spaiata, dispari: come puoi riconoscere ciò che ti era tanto accanto da divorarti? Un volto pari a una presa, a un assedio. Secondo la tradizione, redatta in alcuni apocrifi, è su un velo che s’imprime la ‘vera immagine’ di Cristo, quello che appartiene alla “donna di nome Veronica”. Il viso di Gesù è sfuggente, neanche la memoria lo trattiene – egli è Uno per ciascuno –, per questo Veronica, “privata della sua presenza, volli dipingermi un’immagine affinché avessi sollievo almeno con la rappresentazione”. Nella Morte di Pilato si racconta di Veronica che intende far dipingere il viso di Gesù su un velo quando “mi venne incontro il mio Signore… mi richiese il panno e me lo restituì insignito della sua venerabile faccia”. Sul velo si svela il viso che Gesù ha donato a Veronica.

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La rappresentazione consola l’assenza – e la amplifica in un’altra dimensione. Ecco il ruolo della pittura. Nella pittura, però, è la ‘vera icona’ a resistere; l’altra è l’icona mondana, apparente, transitoria. Nel tempo antico, lunghi veli coprivano, nei giorni di rito, le statue degli dèi.

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Nel 1835 su “The Token and Atlantic Souvenir”, Nathaniel Hawthorne pubblica The Minister’s Black Veil, uno dei suoi racconti più noti, perfetti, inquieti, poi raccolto in Twice-Told Tales, nel 1837. Edgar Allan Poe amava i racconti di Hawthorne e nel 1842, in aprile, sul “Graham’s Magazine”, ne scrive così: “Lo stile di Mr. Hawthorne è la purezza stessa. Il suo tono è singolarmente efficace: selvaggio, appassionato, pieno, in totale accordo col tema… Nel complesso, è uno dei pochissimi uomini di indiscutibile genio che il nostro paese abbia partorito”.

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Hawthorne è geniale nel cogliere l’anomalia, l’ago oscuro che con lenta costanza infetta una società. Nel caso del Velo nero del pastore, l’assurdo pare una mesta sciocchezza. “Le cause di tanto stupore potrebbe sembrare di non grande peso. Il signor Hooper, distinta persona sulla trentina, benché ancora scapolo indossava abiti clericali doverosamente impeccabili, come se una moglie diligente gli avesse inamidato il collare e spazzolato la polvere settimanale dal vestito della domenica. Un’unica cosa saltava agli occhi del suo aspetto. Stretto intorno alla fronte e calato sulla faccia, tanto in basso da venir smosso dal respiro, il signor Hooper aveva un velo nero”. Perché il reverendo Hooper nasconde il viso sotto un velo nero? Trentenne, pare indossare una vedovanza: per chi?, per l’uomo?, per Dio? La domanda squarcia la comunità, nell’ardore del pettegolezzo, del giudizio, ansiosa di stanare le colpe altrui. Cos’ha di orribile da nascondere il reverendo Hooper? Nulla, in verità. Annientando il viso sotto la lieve celata, il reverendo non fa che svelare l’orrore che gli altri, nudi, spavaldi, famelici di giudicare gli altri, nascondono. Il reverendo Hooper è un monito nero, che svergogna chi lo fissa: “Pur coprendo soltanto la faccia del nostro pastore, il velo nero estende la sua influenza su tutta quanta la persona e lo trasforma in un fantasma da capo a piedi”, dice uno, “Non gradirei restare sola con lui per niente al mondo”, dice un altro. il reverendo Hooper è come l’emblema del Giorno dei Giorni: estorce la malizia, il male minimo, dai fedeli che gli sono affidati.

Willem Defoe in The Minister’s Black Veil di Romeo Castellucci

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Diversi racconti di Hawthorne sono sanciti dal marchio, dal segno: qui c’è il velo, là c’è la Lettera scarlatta, altrove La voglia. I protagonisti dei racconti di H sono dei ‘marchiati’, destinati a sparire perché tutti li mirano: la ‘macchia’ di Wakefield è la latitanza da casa, per vent’anni, senza ragione apparente. The Minister’s Black Veil è un grande racconto perché non accade nulla: H narra come la pezza nera che copre il viso del reverendo Hooper diventi, poco a poco, un’ulcera, una petroliera spaccata a metà, un acquazzone di pece che macchia il paese. Per paradosso, l’unico davvero svelato è il pastore, che sceglie di velarsi. “Vecchio dal cuore di tenebra! Con quale orripilante colpa sulla coscienza vi stare ora avviando al giudizio?”, urla il reverendo Clark, al cospetto di Hooper, gravemente malato. In realtà, l’orripilante colpa è solo di chi la immagina; quanto a Hooper, sospira, “Io mi guardo intorno, e cosa vedo? Su ogni volto un Velo Nero”. Oscurando i tratti del suo viso, egli si muta in fiamma, in candela: gli uomini, fedeli perbenisti, non hanno una faccia, sono sfacciati; al posto della carne, il bubbone dell’iniquità. Ciascuno deve vincere la propria maschera, negandosi. Pare strano che in epoca di mascherina permanente, nessuno abbia sventolato Hawthorne: oggi, forse, è ‘marchiato’ chi si svela, ragione di contagio permanente, pelle fatale, maliarda, malata.

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Eppure, il segno è salvezza: in Esodo, Dio impone che la soglia delle case sia segnata con sangue d’agnello: Dio travolgerà tutti coloro che non hanno quel marchio. Sangue chiama sangue, Dio adempie una mattanza.

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Nel 2016 Romeo Castellucci trae uno spettacolo da The Minister’s Black Veil; il protagonista è Willem Defoe. Così scrive, nella sua didascalia esegetica, Castellucci: “Il fatto di nascondere è però anche un ri-significare il ruolo cruciale che ha il volto tra di noi, di riconoscerlo per quello che è: un luogo, il luogo della politica. Nasconderlo, al fine di renderlo vivido e urgente. Nasconderlo nel silenzio, come fosse un grido. Il gesto del reverendo Hooper è un esperimento in negativo della politica; una politica radicata nell’esistenza dell’altro. Se è vero che l’espressione del volto dell’altro ci impegna a far società con lui, è anche vero che è appello dell’uno all’altro anche se viene a essere negato, giacché il volto parla anche se occultato da un fazzoletto nero: rimane il suo vuoto e il suo appello. Il volto, dunque, è condizione di ogni discorso, e nel dialogo, inteso come un rispondere ossia un essere responsabili per qualcuno, si dà l’autentica relazione. Allora, cosa vuole dirci il Pastore con la sua scelta? Cosa davvero, e in profondità, ci vuole dire? Perché questa sfida lancinante, che lui stesso paga in prima persona con un prezzo di altissimo dolore? Perché lo ha dovuto fare? Se il Pastore si copre il volto anche la sua parola e quella di Dio e tutta la presenza divina nel suo ministero collassano. Il genio letterario di Hawthorne ci risparmia una risposta perché la risposta non è mai degna della domanda. Ecco, io vorrei seguire”.

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Il velo rivela, si cela il volto come si copre la bocca; il silenzio è l’operazione profonda del linguaggio, il tempus tacendi. Anche un volto ha il proprio tempus tacendi: quando chiudiamo gli occhi, verso quale viso ci avviamo, che viso abbiamo, lì, allora? E verso dove, chiudendoli, rivolgiamo gli occhi?

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Hawthorne dice di aver preso spunto, per il suo racconto, dal caso di “Joseph Moody di York nel Maine, morto circa ottant’anni fa, che si fece notare per la stessa eccentricità di cui qui si parla a proposito del reverendo Hooper… Nei suoi giovani anni egli aveva accidentalmente ucciso un suo caro amico e da quel giorno fino all’ora della propria morte aveva nascosto il proprio viso allo sguardo degli uomini”. In quel caso, però, il velo è punizione autoinflitta per scontare una pena – non posso guardare il mio crimine, non guardatemi; come Edipo si acceca per non vedere, raddoppiando gli occhi –; nel caso del reverendo Hooper non c’è apparente spiegazione al gesto radicale di cancellarsi il volto.

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La ragione profonda, in verità, è liturgica. In Esodo 34, “Mosè… si pose un velo sul viso”. Mosè si vela prima di svelarsi davanti a Dio; si vela dopo aver parlato con gli Israeliti. “Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando non fosse di nuovo entrato a parlare con il Signore”. Dopo aver parlato con Dio – di cui è invisibile, insondabile il viso – Mosè diventa pura fiamma, un falò per le attese del suo popolo. Il velo è come un lago: segna una pausa, un selah umano, ci si trattiene dall’uomo per accedere a Dio. tra la parola umana e quella divina, un velo. Ci si vela in preparazione dell’incontro. Dietro un velo, d’altronde, è posta “L’arca della Testimonianza”; per capire, spesso, occorre intravedere. Il reverendo Hooper, velandosi, era in pieno contatto con Dio, per questo, ai concittadini appare ostile, una stimmate. (d.b.)

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