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“Povero Crane, un poeta autentico schiavo della dissipazione…”. Su Hart Crane, l’inafferrabile (una manciata di lettere e l’amicizia con Lovecraft)

Harold Bloom non amava le classifiche: pensava, nettamente, che la letteratura fosse una lotta tra titani. Nella lotta, va da sé, se ne salva qualcuno – a volte soltanto uno. Tra Thomas S. Eliot – che non amava – e Hart Crane, preferiva quest’ultimo. A suo dire, la poesia americana moderna dipende interamente da Crane e dal suo miracoloso poema, Il ponte. “Dopo una vita passata a criticare la visione letteraria e culturale di Eliot, mi sono arreso a The Waste Land. L’ho fatto perché Hart Crane, per comporre il suo poema, ha combattuto contro The Waste Land. La gloria de Il ponte, in effetti, risiede nella guerra ambivalente a The Waste Land, e in questa guerra è la ragione del suo miracolo”. Da una parte il deserto, il Tamigi, il Gange, dall’altre il ponte di Brooklyn, Capo Hatteras, Atlantide – i libri si compenetrano e compensano, in entrambi qualcosa va varcato, quasi tutto si perde. Ma se Eliot puntella con florilegio di citazioni ciò che resta dell’Occidente, Hart Crane invoca il volo, crede nel canto e nella trasformazione del clangore in falco. T.S. Eliot dopo la terra desolata trova un buon impiego in Faber; Hart Crane, invece, accetta la seduzione oceanica e il vagabondaggio. Nel triangolo gnostico di Bloom, Hart Crane è il lato che congiunge quelli occupati da Walt Whitman e William Blake.

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Hart Crane nasce in Ohio nel 1899, il padre ha inventato le caramelle “col buco”, non gli mancano i soldi. Gli manca tutto il resto – compresa una famiglia: i suoi divorziano presto. La vita, perciò, ricamata tra assenze, è dedita alla poesia: una poesia imbizzarrita, indomabile, che parte da Whitman e prevede Philip K. Dick, biblica e cosmica, crocefissa al prodigio. Il primo libro, White Buildings, è edito nel 1926, sotto gli auspici di Eugene O’Neill – “la poesia di Hart Crane è profonda e frutto di una ricerca vertiginosa; rivela un potere nuovo, diverso, una mistica della bellezza” – e di Allen Tate. Il suo libro più grande, The Bridge, esce nel 1930, per Black Sun Press, l’editrice di Wilde e di D.H. Lawrence, di Joyce, di Hemingway, di Faulkner. Nello stesso anno, insieme a Crane, escono Imaginary Letters di Pound, Marcel Proust (47 Lettres inedites a Walter Berry), Lewis Carroll. Il poema di Crane è in 283 copie numerate, adornata di tre fotografie di Walker Evans, il fotografo che lavorerà con James Agee. “The Bridge è finito nel 1929. Un’opera, con tutti i suoi squilibri, fra le più rappresentative della poesia americana del Novecento. Ma Crane pensa di aver fallito lo scopo. Quello che si trova tra le mani è un risultato diverso da quello progettato, non lo sa giudicare. Con la coscienza che, comunque, tutto debba essere tentato, e ancora legato all’idea di un’America senza confini, terra e mare, storia e leggenda, onnipresente, feconda e distruttrice, cerca altre radici, più lontane. Parte per il Messico, e ancora è sopraffatto – morbosamente – dall’ampiezza del disegno. Riprende la via del ritorno. Il 26 aprile 1932, dalla tolda della nave Orizaba, si getta in pieno Golfo del Messico. Il suo corpo scompare per sempre” (Roberto Sanesi).

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In effetti, il poeta non ha mai coscienza precisa di ciò che fa, non può – egli non scrive, getta e si getta, dopo una ingenerosa disciplina. Insoddisfatto, il poeta tenta il Messico di una innocenza sempre più arcana – fino a farsi corrodere, concorde all’ombra.

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Dalle lettere di Crane, ne ho scelte due, scritte dal Messico, la tappa definitiva. La prima è indirizzata a Katherine Anne Porter, scrittrice di talento – Pulitzer nel 1966 e tre candidature al Nobel – da tempo in Messico (e su questa febbre messicana, da Crane a Malcolm Lowry, da Artaud a Cormac McCarthy e Lawrence, bisognerà scrivere, vi passa un meridiano della letteratura del secolo). Crane denuncia a Katherine lo stato livido, la rabbia, il rimbambimento alcolico. L’altra è l’ultima lettera di Crane, alla matrigna, cinque giorni prima di morire. Crane ricama il desiderio di andare da alcuni amici, a New York; come sempre, è in bolletta. Nel groviglio dei futili problemi quotidiani sguazza il poeta, vertiginoso nell’ascesa: c’è come un’ansia alchemica nel leccare la vita negli angoli oscuri, a quattro zampe.

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Pubblicato qualche anno fa dalle Edizioni Grenelle (White Buildings, 2016; Key West e altre poesie, 2017) e da Mauro Pagliai (Il ponte. La torre spezzata, 2013), Hart Crane merita degno riconoscimento, proprio perché imbraccia una poesia sciamanica e d’acciaio, al di là dei furbi e forbiti giochi di parole, della poesia come grigio sorbetto civico. A novant’anni dalla prima edizione di The Bridge, spero che qualcuno recuperi la traduzione di Sanesi: pubblicata da Guanda nel 1967 poi da Garzanti nel 1984, con un primo studio come introduzione. Nella Library of America, con Complete Poems & Selected Letters, Crane occupa il numero 168, e 850 pagine di lirica celestiale, di lotta angelica. “Nessun poeta americano ha trasformato il corso della poesia in modo tanto deciso e rapace come Hart Crane. Nella sua vita breve e dolente, Crane ha modellato un linguaggio moderno che fonde la retorica elisabettiana agli enigmi estatici di Rimbaud alle espressioni profetica e la visione cosmica di Whitman”. Lo presentano così.

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Un brano da Atlantide, ottava – e ultima – lassa de Il ponte:

Fra i cavi di ferro allacciati s’inarca verso l’alto
il passo svariante di luci, la fuga delle funi –
rigide miglia di chiardiluna che appare e scompare
sincopano la corsa bisbigliata, telepatia di fili.
E fino al limitare della notte granito e acciaio –
e maglie trasparenti – piloni limpidi risplendenti –
tremano voci sibilline, ondulando trascorrono
come se fosse un dio la prole delle funi…

E nella trama delle corde, con il suo richiamo,
si sdipana un’arcata sinottica di tutte le maree –
le labirintiche bocche della storia
versano una risposta, come se tutte le navi si dolessero
al largo in un respiro, vibrante, che diventa grido –
“Rendi sicuro il tuo amore – per il cui canto noi continuiamo
a tessere!” – E dalla costa nera, scandagli immoti in saluto,
così sette oceani dal loro sogno rispondono.

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Non credo sia un caso l’amicizia dispari tra Hart Crane e H.P. Lovecraft: entrambi, in fondo, sotterranei rivoluzionari della letteratura americana. Il punto d’unione tra i due è Samuel E. Loveman (1887-1976), intimo amico di Crane – su cui scriverà diverse memorie – e di Lovecraft – faceva parte del ‘Kalem Club’, si scrivevano dal 1917; a lui H.P. dedica un poema. Certamente Crane incontra Lovecraft nel 1924 (in una lettera di giugno, parlando del “mio classico, puritano, pudico amico Sam Loveman, che ha tradotto in modo così affascinante Baudelaire”, cita “la signora Sonia Green e suo marito, Howard Lovecraft, dalla voce acuta” che insieme a Sam “si sono trascinati per gli slums fino al molo, fino alle quattro di mattina, a cercare esempi di architettura coloniale”). D’altronde, in una lettera di Lovecraft alla zia, Lillian, si fa cenno a Crane in questo tono: “Povero Crane! Un poeta autentico & un uomo di buon gusto, discendente da una antica famiglia del Connecticut & vero gentiluomo, ma schiavo della dissipazione e dell’alcolismo che rovineranno rapidamente la sua salute”. Così accade: “partito per il Latinoamerica certo di scrivere lì il suo capolavoro”, Crane non combinerà nulla, preda di allucinazioni alcoliche ed esperimenti sessuali – fino alla morte, cercata, accidentale, chissà. Ma è proprio lì, nell’incompiutezza, nel tentativo di una parola che superi tutte quelle finora espresse, alla soglia del silenzio, nella capriola, il capolavoro del poeta autentico. (d.b.)

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A Katherine Anne Porter, Mixcoac, 22 giugno 1931

Cara Katherine Anne, le mie scuse stanno diventando davvero meccaniche tanto che, a forza di ripetermi, riesco ad assaporarne la minima finzione. Quindi devo lasciare la maggior parte di tutto questo a tua discrezione riguardo la potenza e la cattiva sorte di una dose eccessiva di tequila. Chiedi a Theodora se ho qualche possibilità di parlare e di poter spiegare, altrimenti capirò che non vuole essere importunata nemmeno fino al limite della sopportazione.

Come probabilmente Theodora ti ha già detto, ho passato la notte in prigione. A modo suo, era una punizione sufficiente, oltre ad avermi reso ridicolo in città. . . Tuttavia sono stato arrestato per niente, se non per aver affrontato il tassista a causa di una tariffa eccessiva. Ma se non fosse stato per l’attesa ­– ora dopo ora a cercare di mantenere il cibo caldo, la crema deliziosa e la mia indole dannata – non credo che ti avrei urlato contro in un modo così orrendo!

Non ti chiedo di perdonarmi, perché so quasi certamente di non avere più speranza. Ma dal momento che Peggy [Baird] sarà qui tra qualche giorno, preferirei, per il suo bene e per il mio, che non si sia cacciata in una scena tipica da Greenwich Village…

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A Bessie M. Crane [la matrigna], Mixcoac, 22 aprile 1932

Cara Bess, scusatemi per aver collegato Byron [Madden] ai soldi, ma mi sono venute subito in mente così tante difficoltà e, debole per la febbre alta e la dissenteria, ho dovuto usare ogni modo per impressionarlo riguardo all’urgenza dei miei bisogni immediati. E immagino che potreste essere stata davvero preoccupata per rendervi conto, anche solo in parte, della situazione che c’è qui.

Nel complesso, ultimamente ho trascorso un periodo terribile. Non posso iniziare a scrivere i dettagli ora che ho quasi finito di fare le valigie. Domani sera parto per Vera Cruz e domenica mattina vado a Orizaba per poi tornare a New York. Avevo intenzione di tornare in Ohio anche prima che arrivassero le notizie scioccanti sulla questione di W.; e con tutto quello che è accaduto, non avrei mai pensato di restare qui un altro minuto. Potrei esservi di aiuto durante la prossima estate, impegnandomi soprattutto perché sarete bloccata (nel cottage) senza l’aiuto di Dorothy.

Non potete immaginare quanto sia difficile per gli stranieri rimanere qui e stare bene con i messicani. Adoro il paese e il popolo (indiani) ma per un certo periodo ho avuto numerose difficoltà con il passaporto, problemi con i servitori e altre complicazioni. Non sono stato solo malato, ma ero quasi spaventato dal mio ingegno perché mi è capitato, ingenuamente, di mettere il problema del rinnovo del passaporto nelle mani di un avvocato-truffatore. Non preoccupatevi, ho i documenti per la dogana; ma questo mi ha costretto a molte spese, consultazioni con innumerevoli persone e preoccupazioni infinite. Poi, all’ultimo momento, il mio domestico si è ubriacato, se ne è andato, è tornato, ha scosso il cancello urlando minacce contro la mia vita, terrorizzandoci per giorni, finché non fummo costretti a chiamare l’Ambasciata Americana per un servizio speciale di polizia, et cetera. Vi chiederete se sono stato ansioso di partire il prima possibile. Grazie a Dio, il contratto di locazione è già scaduto e non possono esserci ulteriori complicanze, che io sappia.

Ultimamente, mi è seccato attingere ai vostri soldi in modo così sostenuto, ma dopotutto non avevo modo di sapere come sarebbero andate le cose con la tenuta; e le spese per tornare a casa ora sembrano certamente giustificate in vista della possibilità di economizzare in seguito. Ci sono molte cose davvero importanti da discutere insieme, e inoltre non vedo l’ora di rivedere voi e il resto dei nostri amici e parenti. Vi porterò molte cose interessanti, alcune davvero belle che vi piaceranno, ne sono certo.

Una cassa di libri è stata inviata (a carico di Wells Fargo) ed è da ritirare direttamente in fabbrica. Vi prego di stare all’erta per questo. Le altre cose sono tutte in una grande cesta che porterò con me in nave e che verrà successivamente inviata in fabbrica da New York. Resterò a New York alcuni giorni perché devo vedere dei vecchi amici dopo così tanto tempo. Vi telefonerò la notte del mio arrivo verso le dieci quando le tariffe saranno ridotte.

Per favore, consegnate il mio amore alla piccola Dorothy. Ultimamente non ho avuto un attimo per scrivere, forse avrei dovuto scriverle molto tempo fa. Ieri ho passato tutto il giorno in giro a cercare di riscuotere denaro per vaglia telegrafico. Non è stata colpa vostra, e nemmeno mia. Peggy quasi è impazzita con il suo denaro inviatole dal precedente marito. L’ufficio del telegrafo ci ha ripagato con seicento dollari e alcuni strani “Tostons” (su come ottenere tutto in centesimi) e né l’ufficio della Ward Line né l’ufficiale Banco de Mexico li avrebbero accettati… Sembra che ci sia una legge contro il pagamento di una tale valuta oltre un certo importo. Ma come avremmo potuto saperlo? E poi, cosa vuol dire che, attraverso un ente governativo come il telegrafo qui presente e che pago in contanti, lo stesso governo, tramite la propria banca ufficiale, muti politica e lo rifiuti? Alla fine abbiamo dovuto organizzare un colloquio con il presidente della banca. Ero pronto a lamentarmi addirittura con l’ambasciata. Quindi vedete come le cose si muovono lentamente qui e quali ostacoli incessanti si devono combattere per il tipo di transazioni più semplici. Certamente mi sono innervosito, ma mi riposerò durante il viaggio in nave.

Hart Crane

*Il testo è tratto da “The Letters of Hart Crane (1916-1932)”; la traduzione è di Caterina Rosa

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