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“È un solitario, ed è la solitudine a dargli quella sicurezza”. Jean Grosjean, il poeta che ha riscritto la Bibbia

Come un talmudista che prediliga il bosco al tempio, prodigo alle more, alle scie nel cielo; un chiosatore abile nell’erranza, Jean Grosjean (1912-2006) non si è limitato a tradurre la Bibbia – lento, letale lavoro come comincia con Les Prophètes nel 1955, culmina, nel 1971, con l’edizione Gallimard del Nuovo Testamento, poi costantemente rivisto –; l’ha riscritta. Più che una clausura, le riscritture di Grosjean sono un esilio: il poeta cammina intorno alla fortezza del Testo, segna le pietre, scrive sul torso della sera. Non c’è, cioè, un’esegesi, pur cruda, rovinosa – come accade in Lecture de l’Apocalypse, 1994, o nel commentaire de l’Évangile selon Jean, 1991 –, ma gioco, messa in scena, monologo che svasa gloria e tenebra. Interprete di Sofocle e di Antigone e del Corano, amico di André Malraux e di Thierry Metz, Grosjean inaugura, nel 1974, una serie di testi biblici, in bilico tra pièce, poema, visione. Il primo testo, Le Messie – poi rivisto nel 1987 – ha un passaggio felice: Gesù attraversa le lande dei morti. “Gesù cammina sotto le stelle. Si abitua alla vita in cautela. Frequenta ancora le tombe e il suo passaggio risveglia i morti. Per quanto insignificanti, essi conoscono l’esperienza del naufragio. Si destano, per scortarlo, ma lui li congeda, con ferma gentilezza, lasciandoli, impotenti, alla loro resurrezione. Per un antico vizio – o per salutare la vedova, per consolare l’orfano – si lanciano verso la città. Le porte sono chiuse, e questi spettri che sanno attraversare le mura non osano. Conservano, nelle pieghe dell’anima, il rispetto per la materia e camminano tristi lungo i bastioni”. Scrive, negli anni, testi su Pilato, Giona, Elia, Sansone, Adamo ed Eva; s’infila negli angoli oscuri di ogni storia, nei non detti.

Samuel, di cui si ritaglia una pagina, esce per Gallimard nel 1994, e comincia nel momento in cui Israele chiede al profeta – Samuele – di avere un re. Egli è reticente, si muove in più dimensioni, sa di poter dimenticare Dio. Poeta dalla curiosità anomala, polimorfica, nel 1989 Grosjean fonda con Jean-Marie Le Clézio la collana “L’Aube des pauples”, con l’intento di pubblicare i grandi testi attorno a cui sono sorte le civiltà del pianeta. Al sommo “solitario” della letteratura francese, Le Clézio dedica un pensiero, edito nel 1992 sulla “NRF”, che si pubblica in calce al testo di Grosjean.

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Samuele

Così Samuele ha iniziato ad attraversare le siepi. Vestiti, gambe, mani: perfino il viso è lacerato. Videro le sue ferite, proprie di chi perde la testa, hanno detto. Continuarono a consultarlo. Le stranezze possiedono un significato. Lui ha annuito, è asceso a Rama: gli portiamo un dono per sapere dal veggente cosa bisogna fare.

I guai non smettono. Ne è stanco Samuele, e il popolo sogna un cambiamento. Vogliono varcare la siepe e sconfinare. Perché non andare dritti al cuore, vivere in prosa, senza sorprese? Un giorno gli uomini della tribù hanno raggiunto Samuele. Eccoti, vecchio. Ci fidiamo di te, ma tu sei vecchio. Vogliamo un governo, un re, come i nostri fratelli siriani.

Samuele è sorpreso. Non si può pianificare un ritiro – né un rito. Guarda le margherite dalla finestra, nel cuore brucia l’oro e i petali gli obbediscono. Ma non hanno odore. Forse ha dimenticato il Dio Solo in una stanza, e lui è scappato. Aveva bisogno di tempo per riflettere. Ritornarono dopo pochi giorni.

Errava. Dopo aver attraversato una siepe, si è fermato tra il rovo e il biancospino. Le foglie rosse del rovo, bianchi fiori sulla spina. Altre primavere ha visto, ma questa gli sembra la prima, sul bordo dell’estate. Samuele è stordito. Conosceva i racconti del mondo, e invece di un’apocalisse scopre il giorno, la fonte della sua gloria.

Zoccoli di bestie. Un nitrito piega l’equatore dell’erba. Gira la testa e vede piccoli cavalli montati dai Mongoli: una fessura negli occhi, pelle cruda sul viso. Con lenta fermezza, per paura di scindere un miraggio, alza la mano destra istoriata di graffi, e lancia un saluto, nella sua lingua.

La tratta dei monti si allontana, l’odore dei cavalli si mesce con quello di fiori. Bande di nuvole si gonfiano nel cielo come borchie d’argento.

Samuela si libera delle sue visioni. Riprende il cammino finché non inciampa su una lapide, crollata sul ciglio del bosco. Neanche le tombe sono eterne. La roccia è friabile come la memoria. La gente dimentica la mia lungimiranza. Mi lasciano, ma sperano nella promessa. Tornerò da loro dicendo che ho cura del futuro. Una nazione sostituirà la tribù. Non sarò più il più punito.

Jean Grosjean

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È il passante, il passatore del nostro secolo. Lo attraversa tranquillamente, senza far rumore, ma a grandi falcate, con incedere fermo e sicuro, e senza fretta, come chi sa dove sta andando, lo sguardo in agguato, le mani libere da bagagli. Sin dal primo giorno in cui ho iniziato a camminare con lui, non ha cambiato andatura, non ha rallentato il passo. Allora, mi ricordo, andavamo per le strade vicine alla Nouvelle Revue Française, rue de Beaune, rue de l’Université, nelle fredde sere d’inverno, parlavamo di altri tempi, di altri luoghi, come se quelle strade e quella folla frettolosa non avessero davvero importanza.

Lui ha sempre la stessa giacca nera, quell’aria insieme accesa e noncurante, quella stravaganza. È il poeta di Terre du temps, d’Hypostases, de La Gloire. Oggi, leggo La lueur des jours e mi ritrovo in quello stesso tempo. Riprendo lo stesso fiato, sono preso nella stessa parola. Allora, vent’anni fa, ricordo conversazioni in cui il tempo non esisteva più, perché io e lui avevamo la stessa età, malgrado quel che aveva vissuto, malgrado quel che sapeva, quel che mi superava. E quel che diceva era chiaro e semplice come le parole delle sue poesie.

Nessun uomo manifesta una tale rispondenza tra ciò che è e ciò che scrive, nessun uomo sa guardare oggi al mondo con un tale distacco e, insieme, un tale trasporto amoroso. Nessun uomo sa meglio di lui opporre il riso lieve e l’alzata di spalle alle domande e ai giudizi resi sulla pubblica piazza. È un solitario, ed è la solitudine a dargli quella sicurezza. Quel che sa, dice, e non lo ripete. Sta a noi comprenderlo, raggiungerlo, ma perché ciò avvenga dobbiamo passare per il crogiolo della poesia, non per il tino in cui macera la presunta cultura. È la poesia la fonte pura, l’acqua della verità, ed è quest’acqua che ci dona Jean Grosjean.

J.M.G. Le Clézio, “Hommage à Jean Grosjean”, Nouvelle Revue Française n° 479, dicembre 1992 (traduzione italiana di Annalisa Crea)

 

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