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“La vita delle città americane è in balia del gioco, d’un krak di borsa”. Gli Stati Uniti secondo Giuseppe Ungaretti

Nel 1929 Giuseppe Ungaretti comincia a sistemare Sentimento del tempo, organizzandolo in libro, lavorava come giornalista, la figlia Ninon compiva quattro anni. Negli Stati Uniti era stato eletto Presidente Herbert Hoover, repubblicano. Si era sulla soglia della grande crisi del Ventinove. Il 21 settembre del 1929 Ungaretti firma su “Il Tevere” un articolo dedicato alla Politica americana.Lo spunto è una raccolta di testi di Fortunat Strowski de Robkowa, professore alla Sorbona, già maestro del poeta (con lui aveva discusso, nel 1913, un lavoro su Maurice de Guérin). Ungaretti, così, delinea alcuni aspetti della cultura americana: ad esempio, il culto dell’azzardo più che del guadagno. I soldi non vanno conservati ‘progettando un futuro’, ma investiti per dare oro al presente. Il sistema del credito ha la preminenza su quello del risparmio. Soprattutto, Ungaretti capisce che l’azzardo delle grandi città – “il gioco” su cui si regge l’eccitante New York – è possibile grazie alla produzione ‘militare’ del Middle West: quello è il cuore autentico dell’utopia americana. Certo, tra prodotti agricoli e sfida alla borsa, tra ‘cosa’ e finanza, tra le tracce di un trattore e i fatati flûte di champagne, tra la fattoria e il grattacielo, c’è una distanza che è ancora trincea, oggi. La vita porterà Ungaretti nell’altra America: in Argentina, in Brasile; il poeta coltivò la lingua d’Albione per tradurre Shakespeare e William Blake. Atterrato negli Stati Uniti, nel 1970, per ritirare un premio, attraversò una New York scalfita dal gelo. Il viaggio fu letale. Ricoverato per una broncopolmonite, il poeta riesce a ritornare in Italia – e morire, in giugno. La sua attività giornalistica – esercitata per tutta la vita: fu corrispondente per “Il Popolo d’Italia”, scrisse su “La Gazzetta del Popolo”, “Commerce”, e diverse altre testate – va riscoperta. Il testo riportato è tratto da: Giuseppe Ungaretti, Filosofia fantastica, Utet, 1997, a cura di Carlo Ossola. “Arso tutto ha l’estate/… Muore il timore e la pietà”, scrive il poeta, in quel 1929.

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Politica americana

Quando il mio vecchio maestro Strowski per farci vedere la segreta formazione d’un verso che commentava, ci parlava dalla sua cattedra in Sorbona di Molinos e di Molina, o quando giocava alle carte al Caffè di Flora come se non avesse altri pensieri (e a un tavolo vicino facevano corona a Apollinaire gli scavezzacolli, e, naturalmente, capitando lì, prendevo posto a quel tavolo), chi l’avrebbe detto che un giorno mi sarei trovato sotto gli occhi sue prose giornalistiche. Un po’ di giudizio, l’abbiamo un po’ messo tutti.

Non sono grandi prose. Eh! Dio mio, facciamo tutti alla buona. Ma non prive di quella fine luce che ogni tanto appariva nelle sue indolenti lezioni. Manda le sue lettere a Paris-Midi dagli Stati Uniti. E chi l’avrebbe detto che si sarebbe messo anche a viaggiare. In una di queste lettere imparavo che gli americani sono ghiottissimi di zucchero. Ci condiscono perfino l’insalata. Mi pare che questa ghiottoneria avrà la conseguenza di rendere un po’ meno amari all’Europa i tremendi progetti di tariffe doganali, già esaminati e approvati dalla Camera…

I salari, gli stipendi, sono alti. Ma tutto il guadagno è impegnato, impegnato a volte per anni. Le scarpe che hanno ai piedi, il mobilio di casa, i titoli – già, anche gl’impiegati e gli operai speculano in borsa – tutto è preso a credito, pagato a rate. Tale è l’America delle città, dove non esiste risparmio, un margine tra spesa e guadagno per far fronte a casi imprevisti, dove non solo tutto ciò che si possiede, ma tutto ciò che si spera di giungere a possedere, è messo in gioco.

La vita delle città americane è in balia del gioco, d’un krak di borsa. L’altro giorno Bergeret ci raccontava sulla “Gazzetta del Popolo” che questa possibilità d’un krak generale è un tema che laggiù hanno perfino messo in musica. E non dico che questo modo di vivere non abbia la sua poesia.

M’intendo poco di sociologia, di politica, di economia, ma forse si perde di vista, quando si ragiona come sopra, l’esistenza d’un’altra America, la vera America. Il cuore dell’America non è New York, è il Middle West. Nel Middle West è nata la razionalizzazione, la militarizzazione della produzione: agricola, industriale, mineraria. Per ottenere il massimo rendimento, ma anche per arrivare a quello standard of life, a quel benessere delle masse che per gli americani è diventato una cosa sacra. Il Middle West ritiene che per mantenere tale benessere sia necessario il protezionismo a oltranza? E se, in seguito a questa politica, la persistenza dello spirito d’avventura degli antichi pionieri, lo spirito di gioco che rappresenta New York, dovesse subire una sconfitta, perché dovrebbe essere tanto difficile, a uomini come quelli del Middle West, impedire che ciò metta in una situazione angosciosa operai e impiegati?

Giuseppe Ungaretti

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