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“A me piacciono le opere anomale, cadute nell’oblio, sparite”. Dialogo con Giovanni Pacchiano

Nelle diverse, arabescate, spesso pilotate, reiterate e di fatto inutili analisi sulla “critica italiana” a mezzo stampa – non quella che ha i tempi grigi dell’accademia – di rado si fa il nome di Giovanni Pacchiano. Mistero. Forse è troppo educato, competente, compiuto – percepisce la botola del nulla, non ha gli irritanti vezzi del narciso, ama (ormai pare una rarità) la letteratura. Ha attraversato diversi giornali – “L’Europeo”, “il Giornale”, “la Repubblica”, il “Corriere della sera”, “il Fatto Quotidiano” –, sempre ad alta latitudine intellettuale; ha tradotto libri insoliti – Il primo della classe di Benjamin Crémieux, Il visionario di Julien Green, l’anno scorso La speranza di André Malraux –, ha criticato, in anni non sospetti, il sistema scolastico (Di scuola si muore è del 1993), ha scritto (Gli anni facili è del 2018), si è occupato di autori inconsueti, come Carlo Dossi e Vittorio Imbriani. Conosce l’arte della stroncatura, Pacchiano, il che gli ha creato diversi nemici. Sul “Sole 24 Ore” nel 2001, ha osato dire che la “macchina a produzione continua che è Andrea Camilleri” spesso s’inceppava, che “discontinua è tutta l’abbondante (anche troppo) produzione di Camilleri”, che “non nascono spesso romanzieri come Simenon”. Dieci anni fa, dal “Sole 24 Ore”, per altro, Pacchiano se n’è andato, gentilmente accompagnato alla porta; è una vicenda che non gli piace ricordare, resta un cavaliere. Di fatto, dava noia. Con arguzia, acribia e amore – ha curato per Adelphi tutte le opere di Sergio Solmi, un fuoriclasse della letteratura italiana, morto quarant’anni fa, ma chi se ne è accorto? – Pacchiano continua a lavorare, a elaborare piccoli stratagemmi per salvarsi la vita leggendo. A me pare un liutaio, uno che costruisce violini di cristallo: quando parla degli scrittori che preferisce, scaturiscono con un suono nuovo, appena creati, esatti, intatti. Pacchiano – per stile, immagino – ha una passione per gli scrittori folgorati da un’esistenza laterale, in oltraggio al mondo, spesso infima. Di ogni autore coglie il punto di fuga, l’attimo dell’abbandono, il tono ostile, quella specie di fanatica ostilità. Ne narra, poi, con rapidità caravaggesca, con preveggente felicità. È rabdomante tra gli isolati e i soli. Questa eversione è politica.

Lui è Giovanni Pacchiano

Parto con la domanda capitale. In tempi pandemici, nell’era della statistica, sanitaria, che igienizza l’infetto in tutti i sensi, che senso ha, ancora, la letteratura? Insomma, perché leggere i romanzi, la poesia, caterve di cose censite come ‘inutili’?

Che senso ha ancora la letteratura? Se intendi la letteratura del passato, ha un senso eccome. Intanto ci conferma anche a livello emotivo l’idea di una continuità storica, un’ideale staffetta e una comunione di spiriti da secolo a secolo, perché la letteratura, quella grande, intendo, nasce sempre dal rapporto con la letteratura precedente, così Virgilio da Omero, e Dante da Virgilio, e si alimenta di essa nei modi più svariati. Mentre senza il senso della continuità storica saremmo travolti dalle vertigini. E forse il mondo di oggi, nella sua ansia sciagurata di un eterno presente, finirà così, con la perdita delle identità individuali perché legate a un vuoto, visto che ignorano e non percepiscono più la Storia. Io leggo l’Odissea con la stessa passione con cui posso leggere il Verga o Maupassant o Svevo o Hermann Broch. L’arte della parola si trasforma nei secoli, ma ricordiamoci che nei grandi libri, a qualsiasi epoca appartengano, è sempre sottesa la ricerca di un senso-non senso della vita. Persino nel raffinatamente gioioso Ariosto: “A questo la mestissima Isabella,/ Declinando la faccia lacrimosa” ecc. ecc. Versi angosciosi e bellissimi di fronte alla morte dell’amato Zerbino. Perché, in fondo, il problema della grande letteratura è sempre stato, e nei migliori, lo è ancora, quello del rapporto vita-morte, a partire da Dante. Certo, se consideriamo l’inutilità della vita individuale rispetto al tutto non dovremmo leggere più niente, metterci a letto e aspettare di andarcene. Ma, te lo dissi già in una intervista precedente: leggere, dichiara Walter Benjamin, è come incorporare il cuore del grande e valoroso avversario dopo averlo ucciso. Leggere non è solo un’attività razionale: affonda le radici nel nostro io più primitivo. E se l’avversario è piccolo, non leggiamolo, tutto qui. Leggere ci fa crescere dentro, ci aiuta a esistere, anche se, insieme al piacere, ci porta il dolore, lo smarrimento, il capogiro. Penso, ad esempio, ai due romanzi del mio amatissimo Broch, I sonnambuli e Gli incolpevoli. Penso, ora che sono vecchio, anche se stolidamente non mi sento tale, al terribile racconto di Thomas Mann, L’inganno. Penso a Il cieco Geronimo e suo fratello, di Schnitzler. Uno dei più bei racconti lunghi che mente umana abbia mai prodotto. Penso al racconto Sole di D. H. Lawrence. Penso al meraviglioso, emozionante Il ballo di Francis Scott Fitzgerald. Eppure, nonostante tutte le mie contraddizioni emotive, leggere è un rimedio contro l’accidia e la vecchiaia e la solitudine. E un palliativo nei confronti dell’idea della fine.

È indispensabile poi, se mai fosse il caso, fare l’elogio dell’inutile, dell’atto gratuito della vera scrittura, quella che leggendo ti resta nel cuore, in un esistere, come quello di oggi, che guarda solo ai soldi, al successo e alla visibilità. Pensiamo al grande, ancora quasi ignorato, Ludwig Hohl, che dal 1954 al 1974, la bellezza di vent’anni, visse a Ginevra in un seminterrato, una specie di cantina, riducendo al minimo le uscite e appendendo i foglietti di carta dei suoi scritti con le mollette alle corde del bucato. All’apparenza, una vita inutile. Eppure i suoi libri, a partire dal romanzo La salita, un piccolo capolavoro, rivelano come l’apparente inutilità possa riscattarsi nel tempo e diventare la vera utilità, quella svincolata dal dio denaro, dagli sporchi maneggi della politica, dalle chiacchiere delle televisioni. Dall’assurdo brulicare delle emittenti che generano e incentivano la follia schizoide del continuo saltare col telecomando da un canale all’altro, senza che poi ci resti nulla.

E la pandemia? La pandemia ha rivelato il senso della precarietà, della fragilità dell’uomo (ma chi avesse letto il Leopardi ben lo sapeva da un pezzo); ha creato degli choc emotivi a chi si credeva immortale (e sono tanti), ma, oltre ai vaccini, di cui peraltro si sa ancora così poco, oggi ha un senso più che mai coltivare la cultura, a partire da quella del passato, per reggere alle avversità del presente. (Della letteratura del presente dirò poi). Non sei solo nel mondo se hai accanto a te autori che dal regno della morte ti parlano attraverso i loro libri come se fossero vivi. Pensa al Foscolo dei 22 volumi dell’Epistolario: di fatto, anche se non appartengono allo specifico genere letterario, il più grande romanzo dell’Ottocento italiano, che schiaccia i Promessi sposi; o al grandioso carme epico-lirico dei Sepolcri. Il mio bravissimo professore di italiano al liceo classico Manzoni, Attilio Polvara, diceva che “rompono agli Euri e al grande Ionio il corso”, nella sua imponenza e nel suo movimento ritmico, è il più bel verso della letteratura italiana e ti rende il senso del perenne agitarsi della vita e del trascorrere delle cose. Aveva ragione. E resto sbalordito e ammirato e abbagliato di fronte al manierismo della disperazione delle Grazie del Foscolo, provocato da un mondo da cui si era espulso non riconoscendolo più come tale, e a cui invano avrebbe desiderato tornare. Il Foscolo, nelle sue prove più alte, vale dieci volte l’ineffabile, compulsivo Manzoni.

Di recente hai ricordato Da qui all’eternità, il romanzo di James Jones pubblicato nel 1951. Tra l’altro, vinse il National Book Awards. A mirare la lista dei finalisti del premio, quell’anno, c’è da sbiancare: L’arpa d’erba di Truman Capote, Requiem per una monaca di Faulkner, La veglia all’alba di James Agee, Il giovane Holden di Salinger, L’eletto di Thomas Mann. Nella sezione poetica gareggiavano W.H. Auden, William Carlos Williams, Marianne Moore. Insomma, un carico di ‘classici’ moderni. Mi viene da dire: siamo destinati a rimpiangere i fasti passati? La letteratura riesce ancora a imporre un immaginario potente, persuasivo, feroce? Cosa è cambiato?

I fasti del passato? Non li rimpiangiamo, li amiamo. Perché essi sono vivi dentro di noi. Quanto all’oggi, ogni tanto escono romanzi che trasformano l’immaginario, potente e complesso, in realtà viva e vissuta. Penso, ad esempio, all’ultimo eccellente romanzo di Jonathan Franzen, Crossroads, la storia di una famiglia americana in crisi. Penso a tutti i romanzi del thrillerista Lee Child, uno che non sbaglia un colpo, e che rende reale il colore dell’irreale del suo protagonista, l’ex maggiore dell’esercito Jack Reacher, vagabondo per l’America in cerca di torti da raddrizzare. Secondo al solo Ed McBain, a cui avrei dato il Nobel. Leggete Tre topolini ciechi, della serie di Matthew Hope, avvocato di Calusa, Florida; o Vedove, della serie dei Ragazzi dell’87esimo distretto, e ditemi se non sono piccoli capolavori. Certo, Da ui all’eternità, di james Jones e la valle dell’Eden, di John Steinbeck, svettano nella loro grandeur come piraquiqui all’eternità, di James Jones, e La valle dell’Eden, di John Steinbeck, entrambi, per citarti, “potenti, persuasivi, feroci” stanno ancor più in alto, ma la stagione della grande narrativa epico-lirica mi pare tramontata per sempre.

Ti sei occupato con dedizione pervicace di Sergio Solmi: è morto quarant’anni fa, non mi pare che l’anniversario abbia riempito le pagine culturali dei quotidiani d’Italia. Evidentemente, la cultura sta benissimo e può fare a meno di Solmi. Cosa ti convince e cosa ti pare insostenibile della letteratura italiana recente?

“La cultura sta benissimo”: sei ironico, ovviamente. La cultura sta affondando sotto i colpi della non-cultura televisiva, dei talk-shows, dei talent-shows ecc. E la letteratura italiana recente si sta adeguando. Cerca la chiacchiera, l’ecolalia, il romanzetto o il romanzo che affonda nella noia, e non guarda al senso profondo della vita. La letteratura d’intrattenimento, che ho sempre amato, e che ci ha dato dei grandissimi come Mario Soldati e Piero Chiara, si è imbolsita e involgarita. Non voglio fare nomi perché non voglio far pubblicità a certa gente o dargli modo di replicare. Però ti dico che, al contrario, mi è piaciuto molto, e ne ho parlato per scritto, il recente romanzo Il veleno nella coda, di Francesco Mazza. Autofiction che ti travolge. E aspetto che il mio amico Gaetano Cappelli torni a scrivere e rinnovi i fasti dei suoi primi romanzi e racconti, Floppy disk e Febbre e Mestieri sentimentali. Mentre spero che un’autrice di talento come Veronica Tomassini abbandoni il tema dei diseredati di Siracusa, di cui ha scritto abbastanza a lungo, e ci dia un romanzo di tema diverso, visto che ne ha la capacità. Ma tornando al discorso sulla disfatta della letteratura italiana recente, devo aggiungere che in genere il letterato italiano è permalosissimo: se lo critichi e non lo aduli ne fa sempre un fatto personale. Quando scrivevo sul “Corriere” e più avanti sul “Sole”, e spesso stroncavo, mi sono accaduti episodi divertenti. Uno scrittore che ora è mancato mi aveva sfidato a duello. Un altro mi telefonava a mezzanotte e lasciava messaggi compulsivi sulla segreteria chiedendomi che cosa avesse mai fatto per ricevere una stroncatura. Un terzo, laziale, mi aveva mandato a dire che sarebbe venuto a Milano a rompermi le ossa. Divertente, no? Quanto a Solmi, è colpevolmente ignorato. Ci ho messo trent’anni a curare i sei volumi per complessivi nove tomi delle sue Opere complete, e credi che lo stesso Calasso, che pure era il mio editore, mi abbia mai detto grazie per la fatica e l’impegno? Tutto dovuto.

Il mercato pare da tempo l’unico metro per giudicare il genio di uno scrittore. I critici, d’altronde, sono malvisti, quando non sono servi del padrone o scintillanti polemisti a comando. Già, che fine ha fatto la critica letteraria? O meglio: che senso ha? È morta per viltà o per manifesta inutilità?

La critica non è morta. Ma corre per strade sotterranee, per sentieri nascosti nel bosco. C’è ancora una buona critica accademica, poco nota perché scrive su riviste specializzate riservate a pochi. C’è una buona critica militante altrettanto poco visibile perché scrive su riviste bimestrali o trimestrali o altro, o giornali non destinati alle masse. Ma, certo, non siamo più al tempo degli Arbasino, dei Raboni, dei Manganelli, dei Bo, dei Pampaloni, dei Paolo Milano. E i compensi ormai ridotti all’osso che i giornali largiscono ai critici non li invogliano certo a scrivere. Resiste faticosamente chi scrive per passione, ma la critica militante non è più un mestiere.

Forse è la scuola il luogo che ha inficiato la sapienza letteraria, che ha insistito su questo sospetto costante verso le materie ‘umanistiche’, lusso per utopisti, se non per onanisti. È così?

La scuola oggi è traviata dal pedagoghese, con la sua tempesta di sigle incomprensibili, e con l’affossamento delle nozioni a favore di fantomatiche “abilità” e del rapporto alla pari fra docente e discente. Un tempo a scuola esistevano i “Maestri”. Ora se ci sono vengono guardati con sospetto. Guai alla lezione ex cathedra! Gli insegnanti sono malpagati, più che un tempo, e non riescono troppo spesso a comprare i libri che dovrebbero alimentare la loro cultura. Sono sommersi dalle scartoffie da compilare, e dalle riunioni. Né la didattica a distanza migliora certo la situazione. E poi la nuova scuola dei ragazzi è la televisione, che indica loro strade diverse, soldi, tanti soldi, successo facile, amoretti facili, sesso facile, magari one-night stand, tutto da raggiungere in fretta. E la maggior parte dei ragazzi ci casca. Gli stipendi megagalattici dei calciatori, inoltre, danno un cattivo esempio. A che cosa serve studiare, si può chiedere un adolescente malato di onnipotenza.

Qual è l’autore negletto su cui vorresti lavorare, autore di un libro sconcertante, necessario?

Un autore negletto è Guido Manera, che scriveva con lo pseudonimo di Santamaura. Già te lo dissi in un’altra intervista. È morto molto vecchio, un po’ di anni fa, a più di 100 anni. Era un uomo misterioso: non ho mai capito che lavoro facesse, ma era stato parecchio tempo in Africa e in Medio Oriente. Il suo Il paradiso e gli assassini, ambientato in Persia al tempo di Omar Khayyamm, è un autentico capolavoro. Intriso di alte riflessioni filosofiche. Del mondo mediorientale e dei suoi problemi lui aveva già capito tutto nel 1989, l’anno di uscita del romanzo. Tra l’altro, ho il dattiloscritto originale, che è ancora meglio, perché poi fu editato con tagli da Marietti 1820. Me lo lasciò la figlia di cui ho perso completamente le tracce. L’ho offerto a più di un editore ma tutti mi hanno guardato come se fossi un marziano. “Santamaura chi?”. Però nel passato, quando tutto era più facile, e un mondo della cultura esisteva davvero, qualche soddisfazione me la sono tolta. A me piacciono le opere anomale, cadute nell’oblio per disattenzione, o sparite perché pubblicate su qualche rivista dimenticata da Dio e dagli uomini. Così, ad esempio, nel 1982 ho tradotto e curato per Serra & Riva (benemeriti, ma durati pochi anni), A Vau-l’eau (Alla deriva) di Joris-Karl Huysmans, che è il rovescio della medaglia di À rebours: Des Esseintes è un ricco esteta, un decadente, mentre qui Monsieur Jean Folantin è un impiegatino non più giovane, un solitario che ha un unico sogno: trovare un ristorante o una bettola dove mangiare meno peggio. E il romanzo è appunto la storia di questa ricerca che lo trascina sempre più in basso. Huysmans era un genio; altro che Zola! Però non sono mai riuscito a convincere un editore che accettasse di farmi tradurre, sempre di Huysmans, En rade (in francese vuol dire essere a secco, cioè senza soldi). André Breton lo definì il primo romanzo surrealista. Ante litteram, ovvio, perché uscì nel 1886. Lo proposi a Calasso che mi squadrò e mi chiese: “Ma un libro così vende?”. Finì lì. “Vendere”: un’ossessione che oggi si è centuplicata. E ancora: a metà degli anni Settanta trovai nascosto nel periodico “L’illustrazione universale” un romanzo breve di Vittorio Imbriani (uno dei miei amori, tanto bizzarro quanto geniale) mai pubblicato in volume: L’impietratrice. Lo curai per Serra & Riva nel 1983, la bellezza di otto anni dopo, ed ebbe una recensione entusiastica di Giorgio Manganelli sul “Corriere della sera”. Altri tempi. Tuttavia dello stesso Imbriani non sono mai riuscito a pubblicare un altro testo originalissimo: le Lettere di un americano del Sud, dove parlando dei contrasti fra i “nordisti” e i “sudisti” negli Stati Uniti al tempo della guerra civile americana (1861-1865) non fa altro che adombrare la condizione dell’Italia spaccata in due dopo l’unità. Se non mi sbaglio, questo testo umorale ma profondo non è stato accolto nemmeno nell’opera omnia dell’Imbriani uscita per l’edizione Fondazione Bembo/Guanda.

Altri libri sconcertanti e necessari che sono riuscito a curare e tradurre per via della sete di sapere di quel galantuomo delle lettere che è l’editore Nino Aragno sono Sainte Lydwine de Schiedam (titolo italiano: La donna che parlava con gli angeli), sempre di Joris-Karl Huysmans e Le premier de la classe (Il primo della classe), di Benjamin Crémieux. Romanzo fulgidamente atroce, pubblicato nel 1921 in Francia, mai tradotto in Italia, e caduto in oblio totale anche nella sua patria (Cremieux, ebreo e partigiano, morì di stenti, deportato a Buchenwald, nel 1944). In Francia lo conoscono come traduttore di Pirandello. Assurdo, perché il suo romanzo ha un fascino speciale, sdoppiato fra fantasticherie adolescenziali di gloria e disinganni provati dal protagonista. Quanto all’autore negletto su cui vorrei lavorare, c’è e come! È Henry Céard, uno dei cinque scrittori delle Soirées de Médan. Bene, nel 1906 Céard pubblicò un romanzo di 800 pagine, Terrains à vendre au bord de la mer (Terreni in vendita sulla riva del mare), un romanzo totale che nell’epoca può essere paragonato solo ai Buddenbrook di Thomas Mann per ampiezza descrittiva e rigore e vigore narrativo. E struggimento, accentuato, nella trama, dalla presenza ossessiva della musica di Wagner. Riscoperto in Francia in questi anni, in Italia è totalmente ignoto. Ho fatto qualche timido accenno a qualche editore ma mi hanno guardato come se fossi scappato dal manicomio di Mombello (che ora non è più tale). Però la follia del mondo di oggi tutti la accettano.

 

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