Questa storia comincia in Nuova Zelanda, nel 2017. Grazie a Marco Sonzogni, che insegna alla Victoria University di Wellington, ho conosciuto Bill Manhire, primo ‘Poet Laureate’ neozelandese, classe 1946, nato a Invercargill, una delle cittadine più a Sud del mondo. Bill Manhire è un uomo colto, aperto, remoto: dà l’idea di una sfera solare colta attraverso una trama di nebbie; la stella, finalmente nitida, non offende gli occhi, sembra uno specchio. Con Bill Manhire, all’epoca, condividemmo la passione per l’Antartide, come se la poesia, in fondo, fosse una perpetua caccia al Polo Sud, il mignolo di Dio. Alcuni anni prima, nel 2004, per la Victoria University Press, Manhire aveva studiato i rapporti tra la letteratura e l’Antartide, ideando un’antologia, The Wide White Page, che organizzava Writers Imagine Antarctica. Il libro è affascinante: alterna brani di Dante, Coleridge, Edgar Allan Poe, Jules Verne e H. P. Lovecraft a testi di autori meno noti, come il novelliere settecentesco Robert Paltock o il vescovo anglicano (e scrittore distopico) Joseph Hall, vissuto nel XVII secolo.

Tra i testi incardinati in quell’artica arca, mi colpì The Pole, di Vladimir Nabokov; ne ignoravo l’esistenza. Il testo, irreperibile in Italia, è una delle prime prove letterarie di Nabokov. Pubblicato un secolo fa, nel 1924, su “Rul’”, la rivista berlinese dell’emigrazione russa, l’atto unico mette in scena gli ultimi istanti della vita di Robert Falcon Scott, brutalizzato dal fallimento dell’impresa – Amundsen aveva toccato, poco prima di lui, il Polo Sud –, alla spietata mercé degli elementi. Il bianco è il colore dominante: un colore con i denti, che purifica fino a sbilanciare il corpo in angelico congelamento, che uccide. Robert Falcon Scott muore il 29 marzo del 1912 insieme ai compagni, presso la Barriera di Ross; Nabokov era rimasto folgorato dai suoi diari, esposti al British Museum. Anche lui, ventenne, aveva subito, per così dire, la resa e la ritirata: figlio della nobiltà russa, durante la Rivoluzione russa si era rifugiato in Crimea; da lì, dopo un viaggio sfiancante, era approdato in Grecia, poi in Inghilterra. Si era iscritto al Trinity College di Cambridge. La pièce, Polyus secondo dizione originale, era stata scritta in Francia, nel 1923, in una situazione emotiva – ed economica – fragilissima: il padre di Nabokov, che si chiamava Vladimir come lui, giornalista e parlamentare ‘progressista’ sotto lo zar, era stato ucciso da alcuni fanatici, a Berlino, nel tentativo di difendere un compagno politico, Pavel Miljukov, durante un comizio pubblico.

Vladimir Nabokov scrive Polyus poco più che ventenne, in Francia; aveva visto i diari di Robert Falcon Scott esposti al British Museum

Il testo non è mai approdato a teatro, Nabokov vivente; è asceso alle assi soltanto nel 1996, in traduzione tedesca, con Bruno Ganz nel ruolo del capitano Scott. Dmitri Nabokov – il figlio di ‘Vlad’ – ha tradotto Polyus in inglese – The Pole – insieme ad altri, sparuti, testi teatrali del padre in The Man from the USSR and Other Plays, per Harcourt Brace, nel 1984.

Nel 2018, allineai tutte queste cose in un articolo, uscito su “Pangea”. Sul pack della cultura italica, eco di pacche sulla spalla.

Dalla Nuova Zelanda, ci spostiamo in Toscana. Al Festival di Radicondoli, il 17 luglio prossimo, debutta Il Polo, “dramma in un atto unico di Vladimir Nabokov”. Autore dell’impresa, Giovanni Guidelli, noto attore di cinema e televisione – ha lavorato, tra l’altro, per i Taviani, poi con Johnny Depp e Helen Mirren –, avvezzo alle avventure impossibili, ad alto contenuto letterario (nel 2022 ha girato il corto C’era una volta a Ribolla, sulla tragedia nella miniera toscana, accaduta settant’anni fa, di cui scrisse Luciano Bianciardi; di recente ha girato Mala mente, “una storia d’amore e di redenzione” ambientata in un manicomio, negli anni Sessanta). Guidelli ha letto l’articolo uscito su “Pangea” sei anni fa, ha organizzato fatti e circostanze, fatto tradurre il testo, acquistato i diritti per la messa in scena del medesimo. Una specie di Robert Falcon Scott del teatro. Il testo è prodotto dal Teatro delle Donne.

Nabokov inedito a teatro. A me pare un autentico ‘colpo di scena’, così telefono a Guidelli, chiacchieriamo un po’, l’esito del dialogo è qui sotto.

Il resto è il residuo di un sogno. L’unione di due passioni non estemporanee – per Nabokov, il più crudele e raffinato tra gli scrittori del Novecento; per Antartide, continente ermafrodito, refrattario alla scoperta – costrinse l’ispirazione all’opera. Scrissi un libro, Nabokov; l’ha pubblicato Aliberti nel 2021; doveva intitolarsi “Il Minotauro”, viaggia nel quasi anonimato, la copertina è bella. La mente di Nabokov è pari a un’Antartide, un Moby Dick di ghiacci. Alcuni intendono Polyus come una confessione autobiografica di Nabokov: anche lui, il russo espatriato, vaneggia sulla morte e sulla vita, in suprema solitudine. Londra, Berlino, Pietroburgo: l’Occidente gli pare sommerso da un’immane, invalicabile coltre di gelo. Il bianco lebbrosario è ovunque. Dalla crisalide del Nabokov russo, tra le nevi dell’esilio, nascerà il Nabokov europeo, poi quello americano, poi quello svizzero; farfalla-vampiro, fenice acherontia. Per certi versi, possiamo dire che il Polo Sud del romanzo è irrintracciabile.

Più in particolare, reperti antartici si rivelano nella “Zembla abbagliante che mi infiamma la mente” di cui specula Nabokov nel suo libro più ardito, Fuoco pallido. Per un po’, raccolsi materiali per andare a Zembla, o Novaja Zemlja, l’arcipelago russo che come un bracciale si allunga nel Mar Glaciale Artico. Vi proliferano orsi polari, volpi artiche e basi militari. Volevo scrivere un reportage nabokoviamo e gelido. Marzio Mian, straordinario viaggiatore nel Nord del mondo, un giornalista ulisside, mi sconsigliò di andarvi, ma questa è un’altra storia, nel frattempo ho scritto altro. Ora portiamo il Polo di Nabokov in Italia.  

“Polyus”: perché? Che cosa ci racconta Nabokov in quell’atto unico?

Robert Falcon Scott è di ritorno dal Polo Sud senza averlo conquistato: battuto sul tempo dal norvegese Roald Amundsen. Il viaggio di ritorno si trasformerà, per lui e per i suoi fedeli compagni, in una fine tragica. La scoperta della tenda, ma soprattutto del Diario di Scott, avvenuta quasi novi mesi dopo i fatti, hanno connotato quest’impresa “non riuscita” come un tributo romantico alla scoperta, all’esplorazione, al sodalizio dell’uomo con l’uomo. Nabokov era giovanissimo quando tutto ciò arrivò alle sue orecchie, e di certo la vicenda deve averlo colpito profondamente. Io stesso, rileggendo il diario, gli ultimi giorni, e in particolare l’ultimo messaggio scritto da Scott…  ho avuto i brividi.   

Giovanni Guidelli, avventuriero teatrale (photo Niko Giovanni Coniglio)

“Polyus”: perché? Intendo: mi racconti come ci è arrivato, come è riuscito ad avere i diritti per la rappresentazione, chi lo ha tradotto… Insomma: l’impresa dietro le quinte. 

Sono sempre stato un famelico lettore di testi teatrali, ho sempre ricercato testi, soprattutto mai rappresentati. Diversi anni fa mi imbattei nel Prologo a Chiedi alla polvere, di John Fante: bellissimo. Funambolico, “tenero e pieno di furia”. Mai portato in scena. Riesco ad avere il contatto con Dan Fante e gli scrivo, chiedendogli il permesso di poterlo fare: lui, incredibilmente, me lo dà! Sono andato in scena per la prima volta a Torricella Peligna, davanti a lui, che a fine spettacolo mi ha riempito di complimenti. Ne è seguita una mini tournée ricca di soddisfazioni (ci ho girato anche un “film”). Quando purtroppo Dan è venuto a mancare, i diritti sono passati alla sorella, che mi ha impedito di utilizzare il testo. E così non l’ho potuto più portare in scena. Ecco… a questo proposito, ne approfitto per esprimere un mio (ultimissimo fra gli ultimi) parere circa i diritti: sono una piaga, perché non poter utilizzare liberamente un testo di qualcuno (o una musica) se non sono trascorsi almeno settant’anni dalla morte dell’autore equivale ad annullare ogni afflato creativo. I diritti servono nella gran parte dei casi a parenti e Fondazioni, così da poter speculare sull’opera di qualcuno… che magari in vita, non veniva degnato di attenzione proprio dagli stessi che adesso ne rivendicano i diritti. Per le musiche va anche peggio, perché non devi solo richiedere ai parenti o alle Agenzie (come in questo caso), ma devi pagare per l’utilizzo anche chi conserva i diritti di sincronizzazione.

Tornando al caso di Polyus: ero già affascinato dalla spedizione di Shackleton, e di fondo all’epopea delle grandi spedizioni antartiche, quando, leggendo un articolo pubblicato su “Pangea” nel 2018 ho scoperto che Nabokov aveva scritto un atto unico sulla spedizione di Scott, mai stato tradotto in italiano, tantomeno portato in scena. Sono riuscito ad acquistare una copia usata del libro in traduzione inglese, e poi, una volta carpito il contenuto, ho ricercato a lungo chi ne detenesse i diritti; sono riuscito infine a contattarli e a prospettargli la mia intenzione. L’agenzia di rappresentanza ha approvato la traduzione italiana e mi ha concesso i diritti di rappresentazione per due anni.

L’autore di “Lolita” alle prese con l’epopea del Polo Sud. Che tipo di “tensione” trasmette il testo?

Ho percepito distintamente l’immanenza e la trascendenza insieme. Nabokov fa parlare gli uomini in una situazione di estrema tensione, di bisogno, pur nell’immobilità della stasi scenica, e al tempo stesso si può captare la trascendenza, soprattutto dalle parole di Scott… Una sorta di ineluttabile tributo per assurgere a un’immortalità non ricercata, non voluta ma accettata. Si percepisce in maniera chiara il fortissimo legame fra gli uomini. Solo attraverso un legame simile alcuni temerari compagni potevano spingersi, in questa come in altre missioni, spedizioni, scoperte… e rischiare di librarsi in quel “folle volo” che spesso si è rivelato senza ritorno.

Fotografia dalla Spedizione Terra Nova di Robert Falcon Scott (1911)

Dove andrà in scena “Polyus”. Oltre che la prima rappresentazione italiana del testo di Nabokov mi pare una delle rarissime in assoluto: è così?

Polyus andrà in scena in Anteprima al Festival del Teatro di Radicondoli, in Toscana, il 17 luglio prossimo. Poi sarà a Firenze e forse a Roma. Il testo (in una versione tedesca) è stato portato in scena da una piccola compagnia e da un regista tedesco, diversi anni fa, con Bruno Ganz nel ruolo di Scott.  Forse anche questo è stato un richiamo: moltissimi anni fa con Bruno Ganz girai il film Bankomatt. Non saprei dire il motivo di questa “non rappresentazione” di Polyus. Di certo, almeno in Italia, vige la regola non scritta per cui una messinscena deve durare almeno cinquanta minuti, altrimenti non è vendibile, e qui siamo al limite (visto che ci atteniamo al testo di Nabokov). Altri, prima di me, forse, si sono inchinati a questa prassi e non hanno osato rischiare. Io credo però che se tutti facessimo lo stesso, ci perderemmo questa come altre piccole gemme.

Strategie particolari per la messa in scena? Insomma: cosa vedremo?

Vorrei ricreare visivamente una banchisa polare, il pack… una distesa bianca di nulla: abbacinante. E una singola tenda in mezzo. La stessa tenda che appare, minuscola e indifesa nelle fotografie originali della spedizione. Quegli uomini stavano lì, sfidavano gli elementi lì e così la loro sorte… lì: nel nulla. Vorrei restituire visivamente questo senso di smarrimento, di micro e di macro insieme: micro per gli esploratori, spersi nel nulla… macro per le loro emozioni, fiati, lacrime, sussulti. Degli uomini stanno morendo. Assiderati. Tutto ciò porta a una lentezza quasi esasperata, anche nei movimenti, per risparmiare le forze, ma anche per l’immane fatica che pervade i corpi, le mandibole, gli arti, la lingua… Non è possibile immaginare questi uomini, nel chiuso di quella tenda, urlare le loro emozioni l’un l’altro (perché questo dovrebbero fare, in realtà, se i decibel di rumore della tormenta di neve arrivassero reali fino alle nostre orecchie). 

La tecnologia oggi aiuta nella messinscena e non trovo nulla di strano ad utilizzarla, se è finalizzata ad uso filologico, creativo e soprattutto come richiamo emotivo: in questo caso, per esempio, dei radiomicrofoni che amplifichino i pensieri degli uomini, che ci consentano di percepirne il pensiero, invece dell’azione, la sonorizzazione della bufera, della tempesta, il vento che ulula… gli elementi naturali che sentenziano l’epilogo. D’altronde, rispetto a quando l’atto unico è stato scritto, oggi il Teatro può permettersi di contemplare questa come altre nuove tecnologie (vedi i videomapping). 

Mi dica della sua fascinazione per le storie ‘lunari’, fuori dai canoni. Mi riferisco al corto su Farinata degli Uberti e i Catari. 

Farinata! Dante lo incontra, lo tratta da suo pari… ma nella Divina Commedia Dante non scrive mai la parola cataro né catarismo. Eppure, è ben strano, perché metà dei fiorentini era catara e Dante non poteva non sapere. Questo non lo dico io, ma i documenti, e lo dice anche la dottoressa Maria Soresina che mi ha fatto l’onore di supervisionare la stesura della sceneggiatura. Dunque, abbiamo un uomo, un cavaliere, che viene dissotterrato diciannove anni dopo la morte, che viene processato dalla Chiesa per catarismo e condannato per questo: post mortem. C’è materiale su cui riflettere. Lo stesso percorso che ho fatto con il mio cortometraggio C’era una volta a Ribolla, sulla più grave sciagura italiana sul lavoro dalla Seconda guerra, quando nel 1954, in una miniera vicino Grosseto, 43 minatori perdono la vita per un’esplosione. La più grave sciagura italiana sul lavoro. Settant’anni lo scorso 4 maggio. Eppure… nessuno ne parla.    

Solita domanda. Differenze – anche ‘esecutive’ – tra teatro, cinema, tivù. In quale ‘scrittura’ si sente più a suo agio?

Non mi trovo mai a mio agio: io questo mestiere, da bambino, nemmeno volevo farlo. Ma poi ho scelto di farlo, con tutti i rischi annessi e connessi, sono andato alla Bottega di Gassman, ho fatto le prime cose, radiodrammi, poi cinema, alcuni maestri… e ogni volta mi sforzo di farlo al meglio, sia al cinema che a teatro che in televisione, di essere sempre credibile in quello che faccio, sia come attore che ultimamente come regista: per rispetto nei confronti di chi mi guarda e di me stesso. Non mi va di prendermi in giro né di deludere nessuno. Anche se mi dicono che dovrei prendermi meno sul serio. E forse in questo hanno proprio ragione.

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Per gentile concessione di Giovanni Guidelli, pubblichiamo un brandello dalla pièce di Nabokov, “Polyus”, nella traduzione di Paola Lumachi.

FLEMING La bufera sta diminuendo….

CAPITANO SCOTT Sai, stavo pensando… Colombo, per esempio… È vero, ha sofferto ma, in compenso, ha scoperto terre splendide, noi invece abbiamo patito per scoprire solo bianchi funesti deserti – e comunque, sai, è così che doveva andare…

FLEMING Beh, capo, e se facessimo un tentativo? Solo dodici miglia e siamo salvi….

CAPITANO SCOTT No, Fleming. Non riesco ad alzarmi….

FLEMING Abbiamo la slitta…

CAPITANO SCOTT Non ce la faresti mai a trascinarmi, sono pesante. Sto meglio qui. È tranquillo. E anche il mio spirito – come la domenica in una piccola cittadina scozzese… solo i piedi mi fanno un po’ male – e spesso sono un po’ noiose, le nostre pigre domeniche…. Peccato che non abbiamo… (portato) una scacchiera – avremmo potuto….

FLEMING Sì, peccato….

CAPITANO SCOTT Ora ascolta, Fleming: vai per conto tuo….

FLEMING E lasciarti qui da solo? Debole come sei… Hai detto tu stesso che potresti non superare la notte…

CAPITANO SCOTT Vai da solo. È quello che voglio…

FLEMING Ma come….

CAPITANO SCOTT Resisterò, resisterò…. Avrai abbastanza tempo per mandarli qui quando raggiungerai l’insenatura. Vai! Magari incontrerai anche i nostri compagni, già per strada. Voglio che tu vada… È un ordine…

[…]

FLEMING Bene… Sono pronto credo… Va bene. Arrivederci, padrone. Tornerò con gli aiuti. Non più tardi di domani sera. Attento a non addormentarti…

CAPITANO SCOTT Addio… (Fleming se ne va).

Sì, ce la farà… Sono dodici miglia… Poi la tormenta si sta calmando… Devo pregare. Il mio diario – eccolo qui, il mio umile, fedele libro d’ore…. comincio dal mezzo…. (legge) “15 novembre: la luna splende come un falò; e Venere sembra una piccola lanterna giapponese…” (gira pagina) “Kingsley è in gamba: bravo. Sembra sempre che stia giocando – forte e leggero… Problemi con i nostri poveri cani: Gypsy è diventato cieco e Grouse è scomparso: caduto nel buco di una foca, immagino…”

“Vigilia di Natale: oggi il cielo era illuminato dall’aurora boreale…” (gira pagina) “8 febbraio: il Polo. La bandiera norvegese sventola sulla neve… Siamo stati battuti. Sono molto dispiaciuto per i miei fedeli compagni. E adesso dobbiamo tornare indietro”. (gira pagina) “18 marzo: stiamo deviando. Le slitte si impantanano… E Kingsley sta andando giù.” “20: cacao finito e anche la carne secca… I piedi di Johnson non vanno bene. Lui è allegro, molto lucido. Continuiamo a parlare di cosa faremo una volta tornati”.

Bene, ora non resta che aggiungere solo – Peccato, si è spuntata la matita… Suppongo che sia il finale più appropriato… Signore, sono pronto.

La mia vita, proprio come l’ago di una bussola, ha oscillato e ha puntato verso il Polo – e questo Polo sei Tu… I miei sci hanno lasciato le loro tracce sulle tue nevi sconfinate. Nient’altro. È tutto quello che c’è.

*In copertina: una fotografia dalla “Terra Nova Expedition” di Robert Falcon Scott, 1911

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