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“La vita e io siamo pari”. E la Musa inflessibile decantava Majakovskij

Bisognerebbe imparare a capire, per quanto possibile, anziché tendere a dimenticare (sostanzialmente, per un puro fatto di sopravvivenza), che nella vita, amore e morte sfilano a braccetto davanti a ognuno di noi, più di quanto si possa immaginare. Difatti, se la vita è terribile, e richiede estrema attenzione e continua audacia; ciò non di meno, va affrontata con tutta la disponibilità possibile per essere quel qualcuno che possa impreziosire, seppur per un istante soltanto, l’attimo perfetto della letteratura. Ed è nella poesia, soltanto nella poesia, che questo miracolo tutt’ora accade.

Mi trovo in una delle piazze più grandi d’Europa. Seduto al tavolino di un bar, piazza Vittorio Emanuele a Torino mi appare come l’oracolo di un futuro nuovo, eppure ancora inestricabile. Tuttavia, ascolto felice e assorto la mia musa, che mi parla di Cesare Pavese e dei suoi amici. Mi indica un angolino della piazza, dove proprio quei letterati si riunivano in quello che era uno dei loro tre bar preferiti. Mi parla del taccuino segreto. Ma più di tutto, in questo frangente, impassibile, mentre piove col sole, le chiedo di parlarmi ancora di questo suo amore letterario per Pavese, che, probabilmente, già nella sua giovinezza iniziava a salvarle la vita.

Così lei continua appassionata. E io le chiedo del bigliettino, accenno al particolare “dei pettegolezzi”. E subito salta fuori a dirmi che in realtà Pavese ebbe il tempo di scoprire e leggere il grande Vladimir Majakovskij. Perciò, Pavese, mi chiedo, volle omaggiare il poeta russo, nel suo biglietto di addio al mondo? O fu, piuttosto, soltanto un plagio? Io credo, semmai, che in letteratura, amore e morte ci ricordino quel tanto che valiamo, la parola di un secondo, l’attimo sfuggente del sospiro tenero o ultimo.

Poiché, nella sua lettera d’addio, Majakovskij scrisse: “A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio. (…) Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici”.

Dunque tanto basta per imbastire o rinnovare una storia d’altri tempi, che si moltiplica e si ripete nel nome magico della poesia. Dunque, ci alziamo, e fuggiamo per una via laterale di Torino. Lasciamo al loro triste destino il corteo che avanza, di chi protesta contro un governo che a me non tocca dire se sia giusto o sbagliato. Io, mano nella mano, inseguo l’amore di chi come me è appassionato alla vita e ha fede laica nella parola che è soltanto nostra: una parola che ci sarà sempre al fianco, profuga, funesta, ma amica. Dei pettegolezzi, appunto, non vogliamo sapere nulla. Qui, su questa terra, iniziano già a essere tanti, forse troppi, gli amici che ci lasciano senza chiedere il permesso. E tanto basta.

In fin dei conti, aveva ragione Pavese a gioire in Majakovskij, a leggere soprattutto certi suoi versi, che fanno di una leggenda un uomo; che fanno, inconfutabilmente, di un addio il bacio ritrovato: “La notte / ha imposto al cielo / un tributo stellato. / È in ore come questa / che si sorge / e si parla /   ai secoli, / alla storia, / alla creazione”.

Giorgio Anelli

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