17 Marzo 2022

Gianni Vattimo e il pensiero debosciato. Un processo e le ironiche previsioni di Paolo Nori

Partiamo dall’attualità per arrivare a tutt’altra attualità. In queste settimane arriva dal Tribunale di Torino una notizia piuttosto curiosa: Gianni Vattimo è ritenuto persona offesa in un processo per circonvenzione d’incapace in suo danno. Solo che lui non si riconosce quale persona offesa. Il tutto è piuttosto divertente, anche perché ci spinge lontano dal Tribunale, costringendo a interrogarci su faccende più alte.

I fatti, in breve: l’imputato in questo processo è tale Simone Cicero Caminada, aitante ragazzone brasiliano di 38 anni. Autista, tuttofare, amichetto speciale del Nostro. Niente di che, niente di male. Però la tesi della Procura è questa: viste tutte le utilità patrimoniali in favore del Caminada (che è stato nominato erede e si è ritrovato intestate perfino le polizze-vita del Professore), considerate l’età e le condizioni dello stesso, qui siamo di fronte né più né meno che a una bella circonvenzione d’incapace. Anche perché tutte le vecchie amicizie di Vattimo lamentano di essere state tagliate fuori dalla sua vita proprio dall’opera del Caminada. Le cronache riferiscono che in aula è passato come testimone anche un precedente amico, uno che per sua stessa ammissione aveva un “rapporto intimo spirituale” col Professore. Uno che si è visto l’idillio rovinato dall’irruzione del brasiliano (un idillio che gli aveva portato in tasca 700.000 €, per intenderci).

La vicenda processuale, in sé, è piuttosto tristanzuola. E nemmeno tanto originale: l’età media si allunga, e le mani dei badanti sui patrimoni degli anziani pure. Perché parlarne in pubblico? Pare brutto, poi, accanirsi su un uomo di 86 anni, nemmeno tanto in salute – roba da maramaldi. Certo, bisogna ammettere che qui la faccenda fa un po’ più effetto della vecchietta abbindolata, qui abbiamo il cedimento del pensare di un uomo di pensiero. Di uno che è sempre stato definito un filosofo. È qualcosa che colpisce di più: come l’infortunio fisico di un atleta.

Oddio, a ben pensarci Vattimo non è mai stato davvero un filosofo: al massimo, un professore di filosofia. Se fossimo in campo scientifico, diremmo che le sue idee sono derivative. Anche perché è quasi impossibile vivere da filosofo in Accademia. Aristotele se n’è andato da un pezzo; l’università attuale – lo sappiamo tutti benissimo – è più interessata a Burocrazia&Cooptazione che ai grandi interrogativi sull’essere e l’esistere.

Ma torniamo al processo, perché qualcosa di interessante è venuto fuori. Giunto ormai anche lui al crepuscolo degli idolatrati, scopriamo che a processo Vattimo si è lanciato in affermazioni di per sé legittime, ma sospette: “Ho fatto una bella vita, avevo delle possibilità e sono stato molto prodigo con le persone che mi erano vicine” (la Repubblica, 18/2/2022). Da un lato viene da dire che è sempre la solita storia del cuore a sinistra e portafoglio a destra – già vista, già sentita milioni di volte. Dall’altro, c’è qualcosa di vecchio nell’aria. Infatti, se vi sembra di aver già sentito discorsi simili, non vi sbagliate: perché Berlusconi ha fatto e ripetuto le stesse identiche cose per anni. Anche lui, senza mancare di farlo notare nelle aule di giustizia.

Eppure, neanche bisogno di ricordarlo, Vattimo ha sempre aborrito Berlusconi. Per cui questi approdi fanno pensare che il Professore, più che altro, abbia sempre odiato il Berlusconi che c’era dentro di lui. Due facce della stessa medaglia, Jeckyll e Hyde – si possono fare tutte le analogie più bolse del mondo. Ma sentirgli dire che i soldi sono suoi e che quindi lui ne fa l’uso che vuole (oltre a far dire a tutti evviva!), non può far dimenticare che Berlusconi ha sempre fatto la stessa cosa, anche se stigmatizzato da tutti. E però, in fin dei conti: uno sovvenziona gli amici brasiliani e l’altro le starlette di ogni dove (senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali – nel pieno rispetto del dettato costituzionale). Uguali uguali. E infatti tutti e due hanno finito col lamentarsi di un eccessivo interesse della magistratura nei loro confronti, in particolare per quel che riguarda le scelte sull’utilizzo del denaro: “(…) solo su un punto si è sottratto, quando gli sono state lette le trascrizioni delle intercettazioni in cui, già venuto a conoscenza dell’inchiesta della procura sul suo caso, aveva diffidato alcuni amici di riferire certe cose ai pm. E alla domanda, in aula: ‘Perché lo ha fatto? Perché non si doveva parlare con la procura?’ ha risposto con una richiesta: ‘Posso dire che sono affari miei?’” (la Repubblica, ibid.).

Si possono fare tutti i distinguo del mondo, ma questa insospettabile convergenza fa sorridere. Ma perché sorprendersi? Vattimo è uno che ha sempre cercato di conciliare ciò che agli estranei alla Filosofia poteva sembrare inconciliabile. Proprio riguardo a Berlusconi, ad esempio, ricordiamo che nel 2009 lo stesso fu oggetto di un’aggressione (con lancio di statuetta) da parte di tale Tartaglia. Vattimo, nel pieno del solco della tanto auspicata sinistra orientata al dialogo, alla tolleranza e alla dialettica, dichiarò a Radio Radicale che una pistola sarebbe stata meglio di una statuetta, per colpire il Cavaliere. Insomma, un uomo difficile da ricondurre al peana a firma di Emiliano Morrone, comparso sul Riformista il 11/6/2021, proprio in concomitanza dell’udienza preliminare: “Forse aveva ragione il teologo Massimo Naro, che sentenziò: «Vattimo è l’ultimo monaco florense, l’ultimo seguace di quel Gioacchino da Fiore che ispirò la vita povera di Francesco d’Assisi»”. Diciamo però che nei secoli si sono visti francescani di stampo diverso, quanto a violenza. (In ogni caso, il titolo dell’articolo, come si dice, è emblematico: Vattimo colpevole di altruismo smisurato: a processo la sua anima. Ricordiamo che il Professore non è nemmeno imputato, semmai persona offesa da un reato commesso ipoteticamente da un altro. Ma andiamo oltre).

Si potrebbe dire: be’, questi sono i tragici frutti della senilità. Forse. In realtà, quella che potrebbe sembrare soltanto una deriva un po’ ingloriosa, è qualcosa di perfettamente consonante a quel che Vattimo ha sempre detto e fatto. Insomma, sembra di un’evidenza solare: se passi la vita a studiare Heidegger e poi credi a Di Pietro, vuol dire che hai studiato male. Che hai buttato via il tuo tempo. Significa che ti puoi anche impastare la bocca di Nietzsche e dello smascheramento e dei grandi demistificatori, ma tanto alla fine sei il primo che non distingue il sano dall’amente (amente per dirla con Gadda; Heidegger invece probabilmente ci metterebbe il trattino evidenziatore e parlerebbe dell’a-mente – senza mente, senza logos). Se passi la vita accoccolato sul pensiero debole e poi salti dai Radicali al Partito Comunista (passando, come detto, da Di Pietro), fai venire il sospetto che quel tuo pensiero, più che debole, sia proprio debosciato.

A che serve, dunque, la Filosofia? Assolutamente a nulla, se stiamo a questi esempi. La Filosofia aiuta se ci hai la cattedra: nella vita quotidiana, con Maestri del genere, è povera cosa. E sembra veramente inutile perderci tempo sopra. (Ma per fortuna altri Maestri esistono, e bisogna stanarli: dead or alive).

Passiamo a un’altra attualità, apparentemente lontana, e prendiamo adesso Paolo Nori. In questi giorni si parla parecchio di lui. Ed è grottesco che se ne parli per una cosa talmente ridicola – il taglio bicocchesco delle lezioni su Dostoevskij – che uno non ha voglia nemmeno di riassumere la faccenda. Perché Nori è da un pezzo che scrive, ha subito trovato un suo stile e un suo tono: è uno dei tanti che già da un pezzo meritava il suo nome in bocca al grande pubblico. E per quello che ha scritto, non per questa scemenza del taglio delle lezioni che ha dovuto subire. Perché ha scritto cose piuttosto belle, sempre tra il divertito e lo struggente, è uno che con la frase breve e anacoluta (montata in narrazioni compiute) ha sempre fatto cose egregie. Io sono quello che non ce la faccio – ad esempio –, l’incipit bello di Bassotuba non c’è, romanzo pubblicato nel 1999 (DeriveApprodi) e poi ripubblicato da Feltrinelli nel 2009.

Nori e il suo Bassotuba vanno qui ricordati perché in questo libro è contenuta una meravigliosa, predittiva, bassocontinua presa per il culo di Vattimo. Il libro parla d’altro, sia chiaro: ma il filosofo ritorna qua e là, eccome. Bisognerebbe lèggere, non pretendere riassunti. Comunque, dall’edizione Feltrinelli del 2009: “Allora, dicevo, apro il suo libro più famoso, di questo filosofo, che non è un libro suo, ma un’antologia. Lui comunque, l’alcolizzato, ha curato l’antologia e ha scritto il primo saggio. Allora mi metto a leggere le prime righe del saggio più famoso di questo filosofo border-line, che io ho pagato sulla mia pelle gli effetti nefasti del suo insegnamento, ma non avevo mai letto niente di suo, di questo filosofo che non nominiamo, per cortesia”. (E comunque Vattimo verrà ripetutamente nominato).

Ecco, bisogna ricordare che c’è sempre qualcuno che si accorge per tempo. E bisogna rendergli omaggio nei suoi giorni meno facili – che poi per un raccoglitore di stupidità sono quelli in cui la denunciata stupidità degli altri gli si rivolta contro, come è toccato a lui.

Cino Vescovi

 

 

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