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“C’è una contrapposizione insanabile tra un capitalismo cinico e disumano e chi resta ancorato ai valori della fratellanza”. Dialogo con Giacomo Sartori

Con Giacomo Sartori ci siamo incontrati anni fa su Nazione Indiana, la rivista dove scrive. Ho sempre letto con piacere i suoi articoli e le sue storie e continuo da alcuni anni a leggere con interesse la sua produzione letteraria. Ho recensito sul mio blog il libro Sono Dio, edito da NN, del 2016, e mi sono incuriosita molto leggendo Baco, edito Exòrma, nel 2019. Prima di Baco, Sartori ha pubblicato l’interessante Autismi (Miraggi Edizioni, 2018). Sempre con Exòrma ha pubblicato Animali non addomesticabili insieme a Paolo Morelli e Marino Magliani.

Da Animali non addomesticabili a Baco, caro Giacomo, ci sarà di sicuro qualcosa che continua?

Animali non addomesticabili riprende alcuni miei racconti, accanto a quelli di Morelli e Magliani, scritti molti anni fa, dove vari animali parlano in prima persona, formando un Bestiario. Per questa nuova uscita ho aggiunto tre testi nuovi. E in Baco uno dei temi è la natura, perché la madre del protagonista è apicoltrice, e le sue api hanno grossi problemi a causa dei pesticidi usati dal vicino, mentre il nonno è uno studioso di lombrichi. Quindi il legame in qualche modo c’è. Ma anche nel romanzo precedente, Sono Dio, la natura è molto presente: Dio osserva gli uomini, e i danni che fanno all’ambiente in cui vivono.

Appare ormai chiaro il compito degli scrittori di avvertire quasi, di profetizzare, intorno a relazioni sobillate da accelerazione convulsa. Relazioni fra uomo e natura, fra uomo e animali, fra uomo e uomo. Prendo da Federico Magi questa sintesi: “nel romanzo di Giacomo Sartori, Baco, si incontrano due solitudini a loro modo assai rumorose. Rumorose a dispetto dell’apparenza, perché uno dei due è un ragazzino sordo di 10 anni, e l’altro o altra, fate voi, è un’intelligenza artificiale immaginata e portata a compimento da un piccolo genio tredicenne che ha un QI esageratamente sopra la media e che non è altro che il fratello maggiore del nostro piccolo protagonista”. Altra relazione, se di relazione possiamo parlare, quella fra uomo e intelligenza artificiale. Ma sarà anche questa altra relazione distorta?

Credo che la narrativa, e in particolare il romanzo, ci ha sempre parlato del presente, che è per definizione opaco e in un certo modo misterioso, e in particolar modo nelle fasi di veloce cambiamento, quale quella che viviamo. I grandi libri ci permettono di capirlo meglio, anche quando il soggetto del testo è magari un altro, anche quando la narrazione non è realistica. E l’uomo è per sua natura relazionale, vive di relazioni, molto più di quanto ne abbia coscienza, perché c’è anche tutta una parte di contatto con gli altri che è sommersa. Tutti i miei testi, nel loro piccolo, mostrano e entrano nei dettagli delle relazioni che hanno gli uomini tra di loro e con loro stessi, con gli oggetti e la tecnologia. In Baco c’è l’intelligenza artificiale, che è presente ormai nelle nostre vite, e l’ambiente che ci circonda, i cui problemi – causati da noi – sono sempre più evidenti.

C’è nel libro anche il mondo della scuola con le difficoltà di inserire le disabilità. Ricordo la lettera del preside romano dove dice che non vuole minorati nella scuola, sembra quasi profetizzare il tuo libro sulla polemica di quel liceo romano che recentemente ha ammesso di fare una selezione fra gli alunni. Poi nella realtà come nel libro il preside ritratta e fa riammettere il ragazzo cieco o sordo, ma il pensiero di escludere i diversi resta. Così come mi sembra che Logo, la logopedista, sia la solidarietà, la parte buona della comprensione. Comprendere e conoscere e infine comunicare sembrano le tre C della comunità. Mia sorella è insegnante di sostegno e come la logopedista del tuo libro di solito fa e poi mi racconta. Questo per dire come sia vicino al mondo della scuola la vita di Baco. Credi che sia un caso?

Mi fa piacere che mi dici queste cose, perché in realtà io personalmente sono sempre stato lontanissimo dal mondo della scuola. Ma mi è capitato tante volte con le mie narrazioni di entrare in mondi che non sono i miei, e che poi abbia avuto conferma che ci avevo azzeccato, o anche avevo previsto – come per l’episodio che citi – qualcosa che sarebbe davvero successo. Non lo dico per vantarmi, penso che i testi abbiano delle verità loro, che chi li scrive si limita ad accompagnare e fare vivere. Verità che forse almeno in parte attengono all’inconscio collettivo, a tutto quello che sappiamo senza sapere di saperlo. Comunque, per tornare alla scuola, va detto che ho vissuto molti anni con una insegnante che lavorava in quartieri ‘difficili’, e quindi ne ho sentite quotidianamente di tutti i colori. E forse anche questo servirsi delle esperienze altrui, facendole confluire nei propri personaggi, è una facoltà che gli scrittori hanno più sviluppata degli altri. Per quanto riguarda l’altro aspetto di cui parli, mi sembra sempre più evidente – in Francia, dove vivo, questo è cristallino – che c’è una contrapposizione sempre più netta tra un capitalismo cinico e disumano, che si porta dietro le élite e gran parte della politica, e invece chi rimane ancorato a valori di fratellanza, uguaglianza e aiuto reciproco. Anche questo è un tema in filigrana presente nel romanzo.

Terminiamo la nostra chiacchierata con un pensiero al nostro tempo così accelerato nei cambiamenti da far sembrare fantascienza non il futuro ma il passato. Mi sembra di sentire il protagonista del libro, il ragazzino chiedersi: Davvero non c’è più il passato? E cosa è stato il passato? E noi con lui, quasi penseremo che sia stato una fantasticheria. Quale sarà la sorpresa?

Nel romanzo è presente il tema del racconto, perché quello che leggiamo lo racconta con la lingua dei segni il ragazzino sordo alla logopedista, che scrive con un’altra lingua, la sua, e quindi possiamo supporre che racconti – come sospetta ogni tanto lo stesso ragazzino – qualcosa di diverso. E tutto ciò avviene in un libro, con il nome di un autore sulla copertina. Il dubbio che ha il lettore è che quello che ha letto se lo sia inventato il ragazzetto, ma in fondo potrebbe averlo fatto anche la sua terapeuta, o l’autore… Ma che importa, noi alle storie chiediamo che ci conquistino, che ci avvincano, o che insomma ci parlino, non che siano vere. Una storia trae la sua verità dalle sue qualità intrinseche, non da chi sostiene di averla inventata, o dalla sua aderenza alla realtà dei fatti.

Ippolita Luzzo

*In copertina: Giacomo Sartori in un ritratto fotografico di Laura Marchiori

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