skip to Main Content

“Scrivere è rinunciare al mondo”. Georges Perros, alla fine della scrittura

Durante le feste mi arriva un regalo insperato. Domenico Brancale, corsaro di meraviglie, mi regala un poeta. Georges Perros (1923-1978), pressoché sconosciuto in Italia – lo si rintraccia in qualche reperto antologico –, in Francia è un classico. La sua opera, mi pare – quando mi infiammo, divoro – rappresenta il finisterre della lirica, come la regione bretone, Finistère, dove Perros si ritira, dal 1958, insieme alla moglie, Tania, e ai loro figli, radicando nella radicalità il proprio lavoro. Già: a volte pare che il sigillo di un’opera riguardi una scelta, una disciplina, una estremità – c’è bisogno di viverla, l’opera. Finistère, finisterre, racconta la fine della terra, la stagione in bilico – oltre tutte le codardie – ma anche la finestra: un velo di vetro tra me e il creato. Il poeta è lì, tra vetro e vuoto, sentinella su ciò che non ha ragione di esplorare.

Torno in me. Brancale mi invia una silloge di Perros, dal titolo Impossibile essere felici di esserlo. La cura è di Mauro Leone – autore anche di una deliziosa Nota biografica – la stampa è di Prova d’Artista, un quaderno in “37 esemplari numerati”. Mi sembra coraggiosamente ideale per Perros una edizione numerata, fuori commercio, al fuoco dell’estinzione – cioè, in favore di lettori devoti. Le Œuvres di Perros – calco di un nome diverso, Georges Poulot – sono raccolte da Thierry Gillybœuf per Gallimard; la ‘quarta’ dà luce al poeta-personaggio: “Senza reddito fisso, assunto a una sorta di indigenza volontaria, deciso a compiere i suoi piccoli quaderni, i diari… Georges Perros è l’inclassificabile della letteratura, lettore intrepido, critico accorto, tuttofare… Contro la sua volontà pubblica i Papiers collés, mette la letteratura tanto in alto da non considerarsi degno di tale sacerdozio”. Il lavoro più importante, il libro imperfetto e infinito, è, appunto, “Papiers collés”, fogli incollati: l’insussistenza sembra la sostanza dell’opera di Perros.

“Osservare il cielo è rilassante. Senza immischiarci in chissà quale credenza – che sia vuoto o abitato dagli dèi mi è indifferente – starsene dritti di fronte alle spiagge di questa distesa apparentemente infinita, libera l’uomo da un malessere e lo rende semplicemente fiore o albero. Quante volte, durante una conversazione particolarmente noiosa, sono andato in cerca di ossigeno, alla fine di un sospiro, in questo cielo che è senza dubbio di per sé, la sola cosa ovunque presente. Io scrivo, e basta un semplice sguardo verso la finestra avvolta d’edera affinché la mia solitudine vi s’immedesimi e abbracci quell’immensità così prossima. Soltanto il mare, in ardente fermento, m’ispira questo riposo oltre l’uomo. Ma come osare adesso scrivere questa assurdità? Io rimpiangerò tutto ciò che nessun essere al mondo ha rovinato in me. Più dello sguardo di una donna, più della dolce parola di un amico, sarà la cadenza di un’onda mai vista, ma possibile, la graziosa curva di una nuvola, bolla d’angelo divertito, che porterò via con me. Non importa dove né quando”.

L’incontro decisivo per Perros è quello con Jean Grenier, il maestro di Albert Camus: è lui che lo presenta alla Nouvelle Reveu Française. Perros scrive sulla mitica “NRF” diversi articoli, si occupa di Marcel Jouhandeau, di René Daumal, di André Breton e Arthur Koestler, di Rilke, Barthes, Pierre Jean Jouve e altri. Scrive – così si percepisce – sempre sull’onda di un azzardo. “La vita è un cieco che tiene l’uomo al guinzaglio”, scrive, con – dicono gli esperti – l’eleganza di un umorismo omicida.

Provo a mettere insieme alcuni dati che riguardano la vita e l’opera di Perros (secondo la narrazione di Leone). L’opera di Perros si compone, di fatto, di note, scritti occasionali, agnizioni improvvise, scarti verbali, “su taccuini, fogli di carta, scatole di fiammiferi e su ogni altra superficie disponibile”. Il supporto è fragile e transitorio – come la scrittura. Il lavoro è, per dichiarazione dell’autore, inconcluso, indifeso, aperto (“Incapace, per sua stessa ammissione, di compiere un lavoro di revisione dei suoi scritti…”). Un lavoro, appunto, alla finestra, di chi scrive col dito su strati di nebbia. Infine, l’“esilio volontario, dove realizzerà anche fisicamente la marginalità della sua scrittura”. Cedere al vagabondaggio, incidere sull’acqua. Amava la motocicletta. Non occorre retorica claustrale: c’è chi è pratico del palco, chi si rivolge a un ‘pubblico’, e chi è condotto dai molossi del vivere nell’hic sunt leones della scrittura, dove niente è levigato e le parole lasciano schegge di legno sotto il pollice. (d.b.)

**

L’uomo appartiene a se stesso quando non si paragona più a nessun altro uomo.

Ciò che m’interessa è ciò che mi sfugge. E ciò che mi sfugge mi dà la misura di ciò che sono.

Si è per se stessi l’avversario ideale. Il proprio miglior nemico.

Come rendere idiota l’altro senza che se ne accorga? Amalo.

Tutti quelli che conosciamo senza amarli sono già morti. Per molti siamo già tutti morti.

È così impossibile essere buoni con gli altri, quanto cattivi con se stessi.

Gli stupidi impiegano del tempo per comprendere. Gli intelligenti per non farlo.

Scrivere è rinunciare al mondo implorando il mondo di non rinunciare a noi.

Suicidarsi è stupido almeno quanto amare. È sempre un malinteso che decide l’atto. Il suicidio annulla una parte di noi rimuovendo il tutto. L’amore esalta quella stessa parte. È l’esatto contrario del suicidio. O uccidere qualcuno in noi o amarlo nell’altro.

Avete rischiato di farvi schiacciare. Quasi a un millimetro. Il vostro cuore è sobbalzato. Siete stati sconvolti. Ebbene, per ricreare con il linguaggio questo mancato episodio di cronaca, occorre avere del genio. Qualsiasi nostra idea è come miracolata. Si palesa nella misura estrema in cui ha sfiorato la morte, esige una conservazione.

La più grande certezza che dà la solitudine è di essere l’ultima possibilità prima della morte. L’oasi consolante. Non ci può accadere nulla di peggio. O di meglio. Moriamo in piedi anziché distesi.

Georges Perros

*I testi sono tratti da: Georges Perros, “Impossibile essere felici di esserlo”, a cura di Mauro Leone, immagini di Luca Mengoni, Prova d’Artista, 2020

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca