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Che cos’è allora il destino? I Tombolati di Barbara Karwowska

A Napoli, nello studio-casa di Barbara Karwowska, tutto è come una ballata, come un mandolino che suona le corde in levare. Non faccio in tempo a dire ah che l’accento sulla nota cambia di nuovo e di nuovo, e così pure la scena. La realtà assomiglia a un sogno, non riesco a stargli dietro, tale è la velocità che imprime alla mia vita, che poi è la vita di tutti. In un paio di ore raggiungo Ravello, Costiera Amalfitana, appena esco sulla terrazza di casa mia, due uccelli si staccano da un albero e volano via; due imbarcazioni in mare procedono lente in direzioni opposte; due auto in fila indiana scorrono silenziose sull’asfalto; due vespisti abbracciati, con i caschi variopinti, sfilano sulla strada tortuosa, parlando ad alta voce. Il numero 2 sembra essere il numero principale oggi, ma non sto a dilungarmi sul suo simbolismo, dico, invece, che è una serata ideale per scrivere, scrivere di Barbara Karwowska, e torno con la memoria a Napoli, nella casa-studio di Barbara, piena di quadri, ritorno coi pensieri alle mani di lei, che immagino mentre dipingono e che ora sono quelle che mi offrono il cestino coi numeri della tombola dentro, per farmi partecipare al suo progetto pittorico dei Tombolati.

Tiro fuori il numero 39, ‘a fune ‘n canna (il cappio al collo), e lo rifiuto; poi il 23, lo scemo, e rifiuto anche quello; quindi il 35, l’aucielluzzo (l’uccellino), e mi convince. Ebbene sarò un piccolo uccello che vola lontano, con la mente fin dove può arrivare la fantasia. Pensando ai miei rifiuti rido, forse in un’altra vita ho fatto il peggio del peggio, tanto da essermi meritato il tormento ultimo del capestro, o forse, nelle mie vite trapassate, ho bighellonato fra le case di un paese cantando a squarciagola contro le finestre, gridando come uno che nemmeno sa se è nato o che ci sta a fare su questa terra. Infine ecco quello che sono, e lo decido io, di mia volontà: sono un aucielluzzo che tenta il volo del destino, il volo che gli farà sfidare il desiderio di accarezzare le nuvole, o l’azzurro immenso del cielo, grande quanto la libertà. E poi, poi che cosa sarò?, sarò ancora capace di essere all’altezza del mio desiderio?, ancora e ancora proiettato a immaginarmi di vivere, finalmente in grado di toccare l’amore, l’amore in cui ho sempre creduto e che non ho mai vissuto.

Allora il destino prevede una scelta, penso io, non siamo pienamente determinati dal caso. Il destino si sceglie?, continuo a pensare, o la scelta è nel destino che ti sceglie? Il discorso si fa impegnativo. È stato così fin dall’inizio, da quando Dio ha consegnato i numeri a Mosè, affinché li trasmettesse all’uomo, per rivelare la Sua vicinanza a noi. Dio entra anche nei numeri, possiamo dire, e così pure si comporta la Storia ma con minore sintonia con noi e col mondo. Ad esempio il numero 1 della Smorfia una volta designava Napoli, e adesso è l’Italia. È il grande tema del destino di Napoli, Napoli che è diventata l’Italia. Anch’io, dunque, seguendo questo ragionamento, forse sono stato un appeso, poi uno scemo, e ora sono un volatile, con l’attrazione per la libertà. Un Icaro che desidera le stelle, il cielo, la luna, ma presto il sole scioglie la cera che fissa le mie ali e mi ritrovo precipitato in mare, nel mio destino di creatura umana.

Se siamo determinati dal caso che cos’è il destino?, mi viene da dire. In un bel libro dello scrittore americano Paul Auster L’invenzione della solitudine, l’autore dice che tutto è casualità, anche se, a un certo punto, afferma che il destino dell’uomo consiste nel salvare il padre, e lo dice rifacendosi alla vicenda di Pinocchio e della balena, che aveva nel suo ventre il vecchio Geppetto.

C’è sempre qualcuno che ci ha preceduto e, allo stesso tempo, qualcuno che verrà dopo di noi, noi che stiamo qui a interpretare il mondo, il quale è in costante mutamento e ristagno e accumulo e varietà e significato. Ma noi saremo capaci di mantenere alta la nostra aspirazione? I Tombolati sono dei desideranti, ecco il senso segreto che vogliono trasmetterci. Ponendosi allo sguardo degli altri, loro stessi guardano attraverso il numero, come fosse una lente da cui contemplare noi, la vita intera che diventa grande nel suo destino di cifra, ma incapace di legarci, in quanto siamo rimasti indipendenti da essa, che forse rappresenta il motivo per cui spesso i Tombolati sorridono, o appaiono sereni, perché il mondo voleva fare di loro un’altra cosa e non c’è riuscito.

La questione è tutta nell’io, nell’inconscio che si nasconde dietro una cifra; un grande io del divenire, che aspira ancora a sperare, uomini e donne che aspirano ancora a qualcosa di vero, in grado di amarli fino in fondo. “Niente è da ammirare, tranne l’anima di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di più grande”, scriveva Francesco Petrarca.

I Tombolati siamo noi e sono i segnati, ognuno con la sua grande cifra raffigurata in alto, che domina, li caratterizza, li identifica e li lega a un destino di desiderio (di chi o di che cosa?)… Guardano lo spettatore e ricevono il nostro sguardo, pur essendo soltanto dipinti. È certo che la pittrice li ha posti davanti a noi nella necessità di essere ammirati, opera d’arte. Viene da chiedersi cosa accade quando nessuno li guarda, giacché vivono solo nell’attimo della nostra visione, della conoscenza che si opera in noi guardandoli e riconoscendoli. Vivono nel desiderio di essere guardati, di diventare grazia del vedere. In greco vedere e conoscere hanno la stessa radice verbale.

Mentre la scena continua a cambiare e io sono a Milano, una mia amica mi racconta del suo amore, seduta al tavolino di un bar, mi dice che il suo fidanzato le telefonava e le parlava delle stelle, per molto tempo le ha raccontato di stelle e di astronomia, tanto che lei si chiedeva perché non la invitasse a uscire. Ancora adesso è stupita, se ne chiede il motivo. Ha dovuto negarsi per portare il fidanzato a decidersi, e a proporle una serata insieme. Eppure tutto lascia intendere che egli la desiderava fin dall’inizio, fin da quelle prime telefonate che risultavano impacciate proprio perché dicevano inconsciamente il suo desiderio (desiderium, parola formata dal latino de, in accezione negativa=senza, e sidera=stella, dal latino sidus. Cioè, letteramente: senza stelle, o smettere di guardare le stelle. Gli antichi le guardavano per conoscere il destino, a scopo augurale, è da lì che deriva tutto. Mai vista una coincidenza così vertiginosa fra due amanti. Mirabile coincidenza!, si desidera ciò che ci manca).

Vorrei avere uno sportellino che si apre davanti al cuore, fatto di carne, che una volta aperto permetta di misurare l’intensità del proprio sentire, osservando un termometro con le tacche della scala graduata e il mercurio che corre dentro un tubicino di vetro, visibile, in modo da riconoscere la febbre del nostro amore, e quanti di noi non sono amati, o vivono un’intera vita senza mai essere amati, sentendosi finanche dire che in fondo hanno tutto. Probabilmente, questa, è la maggior parte degli uomini. Solo Gesù riesce a sfamarci, per dire quel di più che occorre ad amare, il di più che manca a ognuno di noi.

Anche i non amati sono segnati. Credo che essi sono l’origine che ha dato vita al progetto pittorico di Barbara Karwowska, i segnati dal non amore, che desiderano l’opposto, in ricchezza ed eccedenza, nel punto più vivo che ci tocca, nel di più che occorre a vivere, scoprendo finalmente che cosa siamo e di che cosa siamo fatti. Sono persone vive i ritratti di Barbara, persone vere, che esistono. Si vede bene dai visi che hanno, dalle espressioni che mostrano; manifestano la vivacità e l’esperienza del confronto, quasi che qualcuno gli stesse chiedendo: “Ma sei stato sempre così?”, e loro rispondessero: “Sì, sempre!”. Che è quel desiderio di vita che si compie solo attraverso i grandi sensibili, i volti che continua a dipingere Barbara Karwowska, anche senza pennelli, nel guardare la gente passare in strada, e notandola, annotandola a mente nel suo sguardo di pittrice, i volti che non smette di amare.  

Vincenzo Gambardella

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