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Raffinati & violenti. I testi che hanno fondato le grandi civiltà

Tra il 1990 e il 2007 Gallimard vara la collana “L’aube des peuples” dedicata a costruire una “collezione antologica dei testi fondativi delle grandi civiltà del passato”. L’iniziativa aveva almeno un paio di caratteristiche interessanti. Intanto, si proponevano i “testi fondativi” e non gli studi (a differenza, ad esempio, della mitica “collana viola” voluta da Cesare Pavese e costruita per Einaudi da Ernesto de Martino, la “Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici”, che alternava grandi libri di Jung, Lévy-Bruhl, Kerényi, Malinowski, Frobenius, Eliade…). Poi: la più importante casa editrice francese metteva a disposizione del più vasto pubblico, a un prezzo comunque accessibile – tra i 20 e i 35 euro, oggi –, miti e leggende delle civiltà remote. L’approccio alla lettura, va da sé, non deve trarre in trappola: i “testi fondativi” non vanno esaltati con incenso romantico né giudicati con l’estetica d’adesso addosso. Quei testi, di fatto, non sono favole ma faville, formule magiche, canti che coagulano tribù, il fango da cui origina un mondo, spesso microscopico, dal timbro spesso esoterico, sovente intricato. Non conta il bello, ma l’atto, verrebbe da dire – e qualcuno direbbe che più il verbo è bello meglio adempie l’atto. Insomma: un conto è leggere Rilke nel ceppo della propria stanza, un conto pregare intonando i Salmi, in chiesa, o modulando le odi di Efrem Siro; un conto ammirare Van Gogh a una mostra, altro inchinarsi di fronte a un’icona, in un monastero ortodosso, vomitando lì, al suo cospetto, il proprio segreto.

La collana fu ideata e condotta, tra l’altro, da due scrittori, due letterati diversamente anomali: Jean Grosjean e Jean-Marie Gustave Le Clézio. Autori, per altro, diversi per indole, benché animati dalla stessa curiosità. Grosjean, più anziano di quasi trent’anni, era poeta estraneo ai moti del proprio tempo, già prete, poi spretato, aveva tradotto, per Gallimard, i profeti biblici, i tragici greci, il Corano. Proprio quell’anno stava terminando il suo commentaire de l’Évangile selon Jean. Di autentica e scaltra bellezza era, invece, Le Clézio, altro tipo. Aveva iniziato tra gli adepti del Nouveau Roman, riscuotendo successo (Il verbale, nel 1963, ottiene il Prix Renaudot). Poi viaggia, si appassiona alla cultura Maya, di cui traduce i testi, studia il sufismo e lo sciamanesimo coreano. Muta stile: con Désert (1980) scopre una nuova, pietrificata, classicità; nel 1991 pubblica, con Gallimard, Onitsha, un inno all’Africa dei sogni, scritto sulla scia di Joseph Conrad. La sua fama culmina nel Nobel per la letteratura consegnatogli nel 2008 – Grosjean era morto due anni prima. Tuttavia, pur pubblicato da Rizzoli, il Saggiatore, La Nave di Teseo, è autore che fa poca presa nel lettore italiano – ma poco importa.

“L’aube des peuples” comincia pubblicando, nel ’90, Gregorio di Tours (L’Histoire des rois francs) e il Popul Vuh; raccoglie 35 tomi, alcuni di sconcertante bellezza. Al di là di testi, per così dire, canonici – l’Edda, il Kalevala, l’Epopea di Gilgamesh – sono pubblicati i detti dei Cashinahua d’Amazzonia (Le Dit des Vrais Hommes, 1991), i Mythes tahitiens (1993), il poema degli Jakuti (Les guerriers célestes du pays yakoute-saxa, 1994), i racconti orali dei Lisu, gruppo etnico che vive tra Myanmar, Tibet, Thailandia (Au sud des nuages, 1994), le leggende residue degli Ainu, mitica popolazione giapponese (Tombent, tombent les gouttes d’argent, 1996). Alcune volte i curatori della collana firmano la ‘quarta’ di questi libri, salvifici. Le Clézio, ad esempio, si occupa de Les portes de feutre (1999), in cui sono raccolti i testi dell’epica kirghisa: “Questi poemi, trasmessi oralmente, rappresentano lo sfondo pre-islamico degli antichi turkmeni che venivano dalla Mongolia. Popoli nomadi, guerrieri, cavalieri formidabili hanno elaborato questi canti in onore alla propria civiltà, raffinata e violenta. Gli eroi di queste storie, Aï Mökö, Tarba Kindchi lo sciamano, e soprattutto Yoloï Kan il divoratore, il gigante che fonda l’etnia Nogaï, sono la misura esatta di quella società: brutale, rozza, ma anche valorosa, sincera, intrisa di valori umani, fedele nel lignaggio dell’impegno. Si muovono in un mondo mobile, non ancora compiuto, dove gli dèi, a tratti, hanno paura degli uomini, e gli spiriti del sottosuolo vagano tra i viventi”.

Jean Grosjean firma, tra l’altro, l’introduzione al canzoniere dei frisoni di Gysbert Japicx (1994): “I Frisoni vivono alle porte del mare del Nord. Non l’hanno attraversato come i Sassoni, non l’hanno evitato come i Franchi. Sono rimasti lì, faccia a faccia con il mare, dall’antichità ai giorni nostri; hanno mantenuto la propria lingua, che non sempre si è fatta letteratura. Con Japicx, nel XVII secolo, l’anima popolare incontra la cultura europea… La sua arte è nel dire la realtà con un misto di ingegno e di ingenuo. Nel suo lavoro avvertiamo la simbiosi di uno sfrenato entusiasmo con una originaria modestia. La lucidità è pari all’audacia. Tale è il retaggio di un popolo ammirevole, che ha fatto della propria prudenza una forma di ferocia”.

L’avventura si spegne con la morte di Grosjean: l’ultimo volume della collana, Eteroa, che cataloga “miti, leggende e tradizioni di un’isola polinesiana”, esce nel 2007. Il 27 aprile del 2006 Le Clézio firma un articolo pubblicato da “Le Monde”, Jean Grosjean, l’innommé, in cui ricorda quell’amicizia, astrale, e quell’uomo, alieno alle cronache, in accordo con l’estro dei fiumi e il moto degli alberi, che sapeva decrittare le nuvole. “L’uomo che ci ha lasciati, ha attraversato il nostro tempo senza fare rumore, senza ostentazione, come uno spirito familiare. Oggi posso dirlo senza offendere la sua arcana modestia: Jean Grosjean ha lasciato un segno indelebile. Nella letteratura, nella poesia, ma più ancora nel pensiero moderno. La notorietà distribuisce diplomi, onori e allori a seconda dei capricci del momento, la moda, tutta questa polvere d’oro. Lui non ne aveva bisogno. Chi ha avuto il privilegio di avvicinarlo, ne è rimasto abbagliato. Tanta giovinezza, grazia, verità unite all’esperienza, alla scienza. L’uomo della Francia rurale, radicato nella terra cruda, che ricorda l’estro di Rimbaud. Il missionario in Oriente, innamorato a tal punto della Siria da pensare di morire lì. Il vagabondo tra le terre sacre, che ha tradotto la Genesi, l’Apocalisse, il Corano, le tragedie greche. Il prigioniero nei campi tedeschi, dove incontra un uomo d’azione, impaziente di fuggire, e un giovane timido, schivo, a cui consegna le sue poesie. L’uomo impaziente è André Malraux, che sarà suo amico; il giovane è Claude Gallimard, suo futuro editore. Ma l’uomo che più di tutti segna Jean Grosjean è senza dubbio il soldato mongolo, scalfito dalla sofferenza, prigioniero in un campo riservato ai sovietici, che un giorno scambia con lui un po’ di tabacco per un pezzo di pane… Per Jean Grosjan tutto era un’avventura, compresa la collana ‘L’alba dei popoli’ (il titolo è suo) che porta il marchio dei suoi gusti, e le nostre radici comuni, da Gregorio di Tours a Gilgamesh, dal Kalevala al Popul Vuh. Jean Grosjean è uno che più di una breccia ha spalancato, a bracciate. A noi resta procedere, nel possibile”.

A me non resta che invitare qualche editore a prendere l’ispirazione per la coda, e rifondare una collana da cui albeggi il mito, il fuoco, il nitore dell’incanto.

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