30 Dicembre 2021

"Gli occhi dei morti parlano". Dialogo con Marco Galetto

Dove si nasconde la notte? Che cosa facciamo per esplorare le tenebre del nostro passato? Quanto allungano la loro ombra i morti lungo i sentieri delle nostre vite? Al suo secondo esordio narrativo, dopo Lontano dal mondo, del 2017, lo scrittore Marco Galetto con Dove si nasconde la notte (anche questo pubblicato, pochi giorni fa, da Robin) esplora i goffi, tortuosi tentativi che, nelle nostre esistenze, facciamo per fare la pace con il nostro passato, ritrovare le nostre radici, sfiorare il senso del mondo, nonostante la follia. Al centro del romanzo, c’è Laura, una giovane infermiera che forse sogna una vita diversa e malvolentieri accetta il ruolo di amante del medico, sposato e con figli, Leonardo Macrì. Se lo immagina anche seduto in salotto sul divano della sua bella villa a scartare i regali di Natale, con moglie e figli, alla Vigilia. Quegli stessi regali che proprio lei gli aveva fatto il piacere di comprare.

“A ripensarci, era davvero di cattivo gusto, delegare la propria amante all’acquisto dei regali per la propria famiglia, per la quale non aveva tempo. E che follia, per lei, acconsentire a quell’assurda richiesta. Con che amarezza aveva girato per i negozi, li aveva scelti e fatti impacchettare. Come aveva potuto farlo? E come aveva potuto accettare, poi, che quell’uomo, che non aveva trovato il tempo per comprare i regali ai propri figli, lo stesso giorno trovasse quello per una sveltina con lei, nello studio vuoto di urologia? Si era prestata a quello squallore provando disgusto per lui, così ipocrita, e per se stessa, così debole”. Laura non è riuscita a costruirsi una famiglia. Non si è presa la laurea in Medicina, ma solo in Scienze infermieristiche. Ed è diventata un’infermiera, che va a letto con il medico, nel piccolo ospedale della capitale in cui lavora. Ma un giorno, nella sua vita, irrompe la preoccupazione che suo fratello Dario possa aver la leucemia e aver bisogno di un trapianto di midollo osseo. Ma dalle analisi, affiora qualcosa che non torna, i due fratelli sembrano avere un’anomalia, un’incompatibilità che non si riscontra, invece, fra Dario e suo padre. Nel frattempo, al capezzale di una donna in coma si presenta un uomo misterioso che le sussurra all’orecchio frase criptiche e poetiche. E la donna si risveglia dal coma. Ma chi è davvero quell’uomo e da dove arriva? Laura inizia a scoprire le strade segrete di un mondo in cui non si era mai avventurata: i manicomi prima della rivoluzione di Franco Basaglia.

Contemporaneamente, cerca a tentoni, nel buio della notte, un senso alla sua vita, il diritto di conoscere e riconoscere le proprie origini. Chi è davvero suo padre? Chi è nostro padre: colui che ci mette al mondo o chi ci cresce? È giusto o meno tacere il passato e omettere di dire a un bambino che è stato adottato? Dove sta la parte giusta in questa storia? Come è lecito comportarsi? Mantenere la segretezza del genitore naturale è quindi un comportamento salvifico? E ancora: come si può dimenticare il passato? “Come aveva potuto dimenticare? Erano passati tanti anni, eppure i suoi ricordi erano tutti lì, depositati nel profondo mare della sua memoria e che ora, come bolle d’aria, riaffioravano veloci e confuse in superficie. Era bastata una parola”. Il labirinto della follia spesso si annida nelle trame familiari e nei segreti di quello che non si dice o non si può dire.

Perché un romanzo che accarezza il mondo dei manicomi italiani prima della rivoluzione basagliana?

Dove si nasconde la notte nasce dalla constatazione di un paradosso. Viviamo in una società sempre più interconnessa e informata; eppure, a me sembra che mai l’uomo si sia sentito più solo di oggi, vittima di un sempre più diffuso senso di esclusione. Lo stesso avveniva nei manicomi: istituzioni totali, secondo il sociologo Goffman, nelle quali la priorità non era la cura del malato di mente – separato dalla famiglia, dagli affetti, dal mondo del lavoro – quanto la salvaguardia della sua e dell’altrui incolumità. Alla vigilia della rivoluzione basagliana, l’inadeguatezza dell’istituzione manicomiale era sotto gli occhi di tutti. Nel romanzo, quindi, il manicomio diventa specchio e metafora di un diffuso male di vivere che, oggi come allora, ancora ci appartiene”.

L’adozione è uno dei cardini del romanzo e Laura, la protagonista, scopre, improvvisamente, la realtà scientificamente inconfutabile di non essere figlia dei suoi genitori. Cosa significa scoprire questa verità, in un momento della vita in cui si hanno già alcune certezze, come quelle di un lavoro?

“Credo che la scoperta di essere adottati, a qualsiasi età, sia sempre destabilizzante. Laura trova in essa spiegazione e conferma del minimo comune denominatore della propria esistenza: il senso di esclusione dal mondo e, di lì, la sua inadeguatezza, il suo sentirsi sempre a disagio, fuori posto: pensieri e sensazioni che, immagino, appartengono a chiunque viva un’esperienza analoga”.

Inoltre, lei, un’infermiera che controlla e cura le vite degli altri, improvvisamente scopre che deve curarsi di sé, del suo passato. È vero come dicevano gli antichi: Medice, cura te ipsum?

“Gli antichi non avevano torto. Come si può aiutare qualcuno, se non si sono sciolti i nodi delle proprie esistenze, se non si sono fatti i conti con noi stessi, col nostro passato?”

Che cosa significa, nel romanzo e nel mondo di oggi, curare e prendersi cura?

“Nel romanzo, Laura indaga sulle proprie origini familiari. Contemporaneamente, va alla ricerca dello sconosciuto incontrato in ospedale. Non è un caso. Per lei, come per noi, curarsi non significa solo analizzare, interrogare se stessa e, ‘maieuticamente’, riportare in superficie il suo io più profondo, il proprio lato oscuro; significa anche incontrare l’altro, riconnettersi col resto del mondo, riconoscersi come esseri umani insieme fragili e potenti, meschini e meravigliosi. Non siamo isole: è questa consapevolezza il primo, necessario passo verso una comune guarigione. E questo è ancora più dolorosamente vero oggi, tempo di pandemia. Riusciremo a superarla solo tutti insieme, con uno sforzo comune e un po’ di buon senso”.

Il romanzo sembra lasciare intendere che “il passato non è mai morto” e che i morti continuano ad attraversare le nostre vite… qual è il messaggio che “gli occhi dei morti” ci lanciano con i loro sguardi?

“Presto o tardi, siamo tutti condannati: noi, i nostri cari dureremo solo il tempo della nostra memoria. Forse ha ragione lo spagnolo Manuel Vilas che, nel suo splendido In tutto c’è stata bellezza, scrive che ‘la maggioranza degli uomini e delle donne ha avuto vite senza storia… e se sei privo di storia, allora bisogna chiedersi se sei mai stato vivo’. Trovo comunque volgare e incivile – un segno della barbarie dei nostri tempi – la rapidità con cui si consegna all’oblio il ricordo dei nostri morti. Per me, non credente, la damnatio memoriae è ancora più difficile da accettare. Di questo parlano gli occhi dei morti: ogni uomo è ed è stato un patrimonio di storie, idee, azioni e sentimenti che meritano attenzione, anche dopo aver consegnato alla terra le proprie spoglie mortali.  Dimenticarlo significa abdicare a parte della nostra umanità”.

Linda Terziroli

Gruppo MAGOG