“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Si arranca e si fallisce quasi sempre, oggigiorno, quando si scrive d’amore, soprattutto in poesia. Il rischio è quello del sentimentalismo avvilente, del particolarismo che sollecita facili identificazioni, empatie sgualcite.
Eppure, in rari casi, con una sorta di gesto apofatico, l’amore-soglia verso l’invisibile viene declinato attraverso la sua negazione, la sua indicibilità, incarnando così la parola poetica. Parola che ci riconcilia, a tratti, con l’insensatezza e i precipizi del mondo nello scorcio da cui appare l’inaccessibile.
Ma come si afferma l’amore negandolo? Forse spingendolo oltre la gittata dello sguardo, lasciandolo riverberare di evanescenze, di parole non dette, lasciandolo scomparire e dunque esistere (“eccoti / a sfoggiare / l’eclissi del tuo unico volto”).
Perché l’amore, per Soriano, non è guanciale da spiumare giorno dopo giorno, ma attimo implume, volo di falena che pasce nello spegnersi della luce, nell’obliquità, nell’antinomia di umori e anatemi.
L’amore vive in eterno nella precarietà della notte che, in un giro orbitale, dissolve il mondo e i suoi calvari, in quello spazio che è il corpo cereo dell’amata. E plurime, infatti, sono le ricorrenze che descrivono la pelle pallida di quest’ultima, simbolo di incontaminazione dal male, che la rende quasi incorporea come la luce.
Ma non dobbiamo fermarci all’evanescenza, poiché il corpo, in queste liriche, è anche corpo erotico, sacello dei sensi (“il corpo/ è il giglio/carnoso/ l’odore è/ un umido/ diaspro”), che sono sensi memoriali, capaci di garantire il possesso della trascendenza (facendoci tornare alla mente Sant’Agostino, per il quale i sensi sono il principio del pellegrinaggio verso Dio).
Nell’amplesso degli amanti echeggiano, peraltro, gli amplessi della Natura (“è la marea che imperversa / di flutti/ di rigurgiti salini”; “rossobruno è lo stelo/ carnoso del papavero”; “sotto cipressi nerissimi/ si schiudono anemoni”) che, naturalmente, universalizzano ed eternano l’amore umano.
In questa raccolta, fra sensi, luci e colori composti (“verdeprugna”, “rossobruno”, “bluirripetibile”, “biancovibrante” etc.), l’amata, che è il tu destinatario delle liriche, assurge a oggetto e soggetto, in un vortice di sinestesie, ossimori e allegorie, che ne traducono il corpo in canto.
Un corpo che, in effetti, è anche “oracolo di voci” e nel quale è possibile scovare l’altrove che stempera “tutto l’insensato del mondo”, poiché la parola che germoglia dall’unione amorosa è l’ultima dimora che protegge dalle solitudini mondane.
Nella fenomenologia di Soriano, l’amore sollecita lo sguardo degli amanti – soli nel “conclave dei giorni” – a indagare il mondo, a interrogarsi sui suoi precipizi, ma senza discostarsene, senza trovare la quiete nemmeno “nel colmo di un bacio”.
Soltanto a tratti, le antinomie sembrano stemperarsi nella “spirale del sorriso” dell’amata, che ha nella voce “petali e umori” capaci di neutralizzare il male e il mediocre, attraverso l’incorruttibilità di uno spirito che brucia in eterno. E temporaneamente le antinomie si stemperano anche nella sua atarassia corporea, lasciando spazio al vuoto da cui sgorga la parola poetica (“Nessuna pena/ o angoscia -/ sul suo corpo/ nulla si adagia/ se non costellazioni/ di mirabili canti).
Ma l’avvenire resta un sole di sordidi presagi e soltanto la bien aimée, che è riflesso dell’inaccessibile, può abolire il peso del cuore e mantenere in vita il canto. È lì, in quel cuore, appunto, che l’amore e la poesia accadono, si compiono; e lo fanno nonostante l’impossibiilità dell’eterno, che in Soriano è rassegnazione manifesta, allorquando interpreta l’unione amorosa come la chimera di un oggi già finito, giacché ogni tempo si esaurisce, a parte quello dell’attesa che non “svela niente a nessuno”.
Forse, in definitiva, amore e poesia non svelano niente, ma il loro realizzarsi è fonte sacra, genesi del tutto, dunque infinito; e infinito, per il poeta, significa lasciarsi attraversare da Eros persino nel suo gesto più infimo (“versa/ sulle mie/ labbra/ la saliva”). “Ardere è medicina che cura”, che annienta la paura del nulla. Assedi e tempeste non impediscono di godere dell’amata dai “piedi bianchi di lino”.
Qui, in questa ricorrenza, non vi è chi non colga echi della lirica classica greca, della quale si imbevono, invero, molti testi di Soriano, come questo: “sai -/ ho bevuto/ dalla bocca/ di una conchiglia/ l’amaro/ fecondo/ seme/ del naufragio”; oppure quest’altro: “tutto ti si addice:/ la profezia/ il piede soave/ la notte fonda/ la schiena seducente/ l’insolito bacio.// nulla che sia più funesto/ del tuo andartene / del tuo venire -/ le terre si squarciano/ in lapilli/ e fumi orizzontali.// e nessuno abita/ più la gloria / se non la tua parola”.
Diversi sono anche i componimenti che rievocano la lirica greca moderna, in particolare quella di Odisseas Elitis, cui Soriano dedica l’esergo della sua raccolta. Il salmodiare d’amore di Elitis in Monogramma ci sembra vibrare in Ex voto, sotto le spoglie di un gesto autobiografico che abbraccia Eros e poesia.
Soriano, dunque, traccia un amore che si compie nella negazione, e lo fa, con coerenza, attraverso un versificare che si dipana per sottrazioni ed economia sillabica, coagulandosi nella potenza intima e malinconica delle immagini.
È poesia di aurore e di levità, quella di Ex voto, pura, tesa, dal dettato fulmineo e cristallino che non si presta a parafrasi. È scrittura che tende a raccordare il linguaggio all’ordine trascendentale per svelarne il mistero, e lo fa presentificando in sensazione le cose della Natura (luci, cieli, conchiglie, gusci, montagne, schiume, marosi, cipressi, melograni, anemoni, spine, ranuncoli etc.) e le opere dell’uomo (sentieri polverosi, mulattiere, selciati, poggi, specchi, dimore, cupole, vestiti, clessidre, amuleti, campane etc.).
Un linguaggio del genere non sopporta contenzioni esegetiche, va assimilato fra echi di luce e di suono, lasciandosi attraversare da un senso di nostalgia acquosa, di malinconia, e concedendo alla lettura un’andatura lenta, nonostante la micidiale brevità dei versi (spesso composti di un solo lessema).
Lo stile franto, perfetto per la traduzione in inglese delle liriche (inclusa nel volume in commento), restituisce al lettore un tempo che brucia, ma che sa altresì distendersi, attraverso figure come l’anastrofe e l’anafora, che danno corpo e luce alla narrazione dell’unione amorosa.
La sola unione, sembra dirci il poeta, nella quale è possibile essere indifferenti al tempo, diventare stranieri al mondo, schegge di luce proiettate altrove, quando l’amata è il solo orizzonte: la parola nuova, così tanto attesa. (Maura Baldini)
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Da Ex voto (Eretica Edizioni, 2024)
è proprio vero che un cuore può uscire di senno.
se poi – lo si trafigge come una pupilla inondata di luce pulsa a dismisura.
d’inverno balzano nella stanza dicerie – il sole s’inebria negli assalti del buio.
si staccano dalle pareti gli intonaci più bianchi, scalfiti dalle luci.
il risveglio – è un fiore ardente, dietro la finestra attende – ma presto in baci si dissolve.
gusci o nuvole non saprei vigilano sui corpi nudi – bianchissimi più degli scheletri.
è proprio vero – che il cuore ha due stanze una in più del cielo.
qui i giorni continuano la vita passa. talvolta – come una risacca si tira indietro.
*
un frammento è sfuggito dallo scalpello, nella solitudine soffocato – nella polvere in un intarsio di ombre.
bella: sei il geranio sul muro diroccato bianchissimo, e sublime – e concavo salino.
torna. te ne prego, a visitarmi il cuore – mentre gli altri nel sonno si adagiano.
ecco, vedi il respiro si restringe nel muto flutto di un bacio.
la lingua rossobruna/pulsante è sorella del tuono: saetta tremante.
scompare – imprigionato nel vetro soffiato invisibile-anche-al-vento trascinato maestoso diletto ora tormento l’odore del sesso.
un’edera avvolge – non appena hai bevuto il mio canto.