Seguo il lavoro di Francesca Borri da anni. Ho letto i suoi libri, leggo i suoi articoli. Nella sua scrittura assieme all’impegno alto per l’informazione ho sempre sentito scorrere una forza e una urgenza ulteriori. Con le parole sposta al centro quello che accade alla periferia dello sguardo, quello che resta quando gli sguardi degli altri si rivolgono altrove. Racconta le storie di chi non viene guardato più o che nessuno ha mai guardato veramente. Porta alla pagina i destinati a non averne mai una. Le parole di Francesca Borri non distolgono lo sguardo, non si mettono al riparo, vanno in guerra ovvero dove le possibilità del raccontare e del raccontarsi sono le prime a morire. Il suo guardare corrisponde a un guardarsi, a un indagare la realtà per provare a capire qual è il nostro posto al suo interno. La Borri ha il coraggio di chi va e guarda ma ancor di più di chi resta e racconta. (antonio coda)

La scrittura giornalistica deve rendere conto subito. C’è una distanza tra quello che si può dire e quello che si dovrebbe dire ma non si può?

C’è distanza, ed è molta. I quotidiani, le televisioni, sono imprese commerciali, hanno proprietari, amministratori, e questa conta, ma la questione del cosa si possa o non si possa dire viene determinata non tanto da una censura imposta direttamente dall’esterno quanto dalle forme interiorizzate di autocensura, che sono molto più pericolose. Il giornalista sa cosa può dire e come poterlo dire, conosce i confini, le storie che può raccontare e quando può raccontarle. Decidi il tipo di storia su cui ti vuoi concentrare, il taglio da darle, e automaticamente puoi ritrovarti a scrivere il pezzo in un modo che sai non procurerà problemi, a te che lo scrivi per primo. Nick Davies ha definito le storie che è meglio non raccontare come circondate da un recinto elettrificato.

Per fare l’esempio più evidente, oggi in Russia la guerra si può fare ma non si può dire. Altre parole tabù?

La mia esperienza da giornalista inizia tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013. Nell’estate del 2013 avviene il colpo di Stato in Egitto, quello con cui è stato rovesciato Mohamed Morsi ed è arrivato al potere Abdel Fattah al-Sisi. Era ovviamente un colpo di Stato ma era proibito chiamarlo con il suo nome. È stato definito da tutti i media internazionali controrivoluzione, o persino rivoluzione, ovvero come la vera rivoluzione rispetto alla controrivoluzione dei Fratelli Mussulmani, che avevano vinto le elezioni. Fu una fortissima distorsione di quello che stava accadendo realmente, e questo gli egiziani non l’hanno dimenticato. Altre parole molto controverse: governo o regime? Governo di Assad o regime di Assad? Governo di Erdogan o regime di Erdogan? Qual è la distinzione? Resistenza o terrorismo? Guerra o attacco? Per non parlare delle crisi umanitarie che molte volte sono tutt’altro. Crisi umanitaria per esempio è un terremoto, nel caso di una carestia diventa già più problematico stabilire se lo sia o meno, ma mettiamo l’Afghanistan di oggi: è umanitaria una crisi iniziata a seguito delle sanzioni occidentali? O ancora: migrante o rifugiato? Ogni parola ha il suo significato, ha delle specifiche implicazioni anche sul piano del diritto internazionale, ma si tende a usare l’una o l’altra con estrema disinvoltura o in stretta osservanza al politicamente corretto del momento.  Da allieva di Antonio Cassese ma soprattutto di Danilo Zolo faccio mia l’affermazione secondo cui la chiarezza della parola è una scelta morale, non una scelta stilistica.

In Italia vige una sorta di resa della parola secondo la quale il romanzo è morto, la letteratura è morta. Qual è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Rispecchia lo stato del Paese. C’è un declino molto forte dell’Italia all’interno di un declino molto forte dell’Europa. È autoreferenziale, è l’inviato che arriva sul posto e magari non parla inglese o lo parla poco, stentato; è l’inviato che non resta per più di tre giorni. Bisogna tenere in considerazione che non parlando e non leggendo in inglese si ha pochissimo accesso a tutto il resto del mondo in termini di informazione, e anche in termini di libri pubblicati. Sull’Afghanistan, se sai leggere o sei abituato a leggere soltanto in italiano, sostanzialmente non hai niente, mentre i giornalisti americani sull’Afghanistan hanno scritto delle cose bellissime. Poi è una questione di spazi: la lunghezza massima per un pezzo per “il Venerdì di Repubblica” è di 1500 parole; per un reportage medio su “Yediot Ahronoth”, il giornale per cui scrivo, la lunghezza è di 2500; un reportage lungo sul “Guardian” può arrivare a 4000. Quello che manca al giornalismo italiano è il longform che per esempio trovi sul “New Yorker”. Raccontare qualcosa con 4000 parole non è lo stesso che raccontarlo con 1500, diventano due storie differenti, e alle volte 1500 parole non bastano per raccontarne una.

Scrive Anna Politkovskaja in La Russia di Putin: “I particolari contano più del quadro in sé”; o come dice Aldo Busi: “Un dettaglio è un mondo spesso senza confini”. Nei tuoi reportage, nei tuoi libri, le parole fanno più che dire: mostrano.

L’ho capito durante le mie prime volte in Siria, con una storia che è presente nel libro La guerra dentro, quella di Guevara, la cecchina di Aleppo. Inviai in redazione il pezzo con la sua storia e la reazione di tutti fu: “Sì, ma quanti nemici ha ucciso? Non glielo hai chiesto?”. È vero, non glielo avevo chiesto. Intanto perché in guerra se chiedi a qualcuno quanti nemici ha ucciso ti risponderà con il numero che vuole, ma la verità era che a me non importava. Quello che mi aveva colpito, quello che dà al lettore e a me il senso di cosa significhi essere in guerra, era stato che lei in tempo di pace fosse un’insegnante di inglese, che si fosse unita ai ribelli in seguito all’uccisione dei suoi due figli, che come gli altri cecchini lavorava su turni. Arrivava alla mattina, sui tacchi, offriva il caffè e poi prendeva posto nel suo angolo da cecchina. Ecco cos’è la guerra: il giorno prima insegni a una classe di studenti, quello successivo ti ritrovi a sparare sui nemici, rispettando prima e dopo l’orario di lavoro. Quando scrivo libri, per cui si ha più tempo, ma anche quando scrivo un reportage lungo, costruisco il testo selezionando tra tutti coloro che ho incontrato le persone che possono valere come personaggio, ovvero che oltre a essere sé stesse possono essere anche altro, esemplari di una condizione. Le persone e i luoghi, è questo che fa esistere le storie.

Tra le storie che hai raccontato c’è anche quella dei giornalisti freelance, che ti riguarda in prima persona. Scrivi in La guerra dentro, del 2014, come fosse una beffa del destino: “Il pezzo più letto, in questi due anni, è stato il pezzo sui freelance: l’unico pezzo che non parla di Siria.”

Freelance è una di quelle parole il cui senso cambia col cambiare dei tempi: adesso è quasi sinonimo di sfigato, ma in partenza stava a indicare i giornalisti indipendenti, i migliori della loro generazione. Free, che stava per libertà, è passato a significare gratuito, cioè non pagato. Sarà che mia madre ha insegnato storia del movimento sindacale, ma far sentire i lavoratori colpevoli della loro condizione è una cosa che non mi è mai andata giù. Il mio primo contratto l’ho avuto da Starbucks quando sono andata a Londra per imparare l’inglese, e prima di Natale vinsi il premio Miglior Cassiera dell’Anno. Ne vado molto orgogliosa. È a riprova del fatto che qualsiasi sia la cosa che si fa, la differenza la si ottiene mettendoci il massimo impegno. Freelance non significa essere sfigati, ma sfruttati, che è una cosa molto diversa. Per parlarne ho dovuto parlare anche di me, del mio privato, e non è stato facile, perché l’imbarazzo esiste, la vergogna esiste. È la ragione per cui ho scelto di non scrivere un libro sul Covid. Mi sono successe cose che non voglio condividere con i lettori. Il problema è che quando certe cose le scrivi, in un libro poi, non te le dimentichi più. Io invece i due anni del Covid li voglio dimenticare, voglio dimenticare quello che è significato essere una giornalista durante il Covid. Come ho trascorso i tre mesi ad Alzano e Nembro non lo voglio ricordare.

Qualche ricordo da cancellare?

Ad Alzano e Nembro ci sono stata tre mesi esatti, da marzo a maggio, fino alla fine del primo lockdown. Creando un legame fortissimo con gli abitanti. In tre mesi non è venuto nessuno: nessuno. Se non l’inviato di passaggio, che restava le poche ore necessarie per farsi raccontare da me come stessero le cose. Per il Covid, la più grande crisi dal dopoguerra, i quotidiani italiani non hanno pagato neanche un giornalista per andare ad Alzano e Nembro. I miei articoli erano pubblicati su “Il Fatto Quotidiano”, ma a pagare è stato “Yediot Ahronoth”. Io ero l’inviata di “Yediot Ahronoth”, che avrebbe potuto dirmi: scrivi i pezzi per me, poi li venderò io a “il Fatto Quotidiano” stabilendone il prezzo. Invece la linea di “Yediot Ahronoth”, signorile, è stata: scrivi prima per la testata italiana, perché è in Italia che sta succedendo tutto, proprio lì ad Alzano e Nembro. Bene, “Il Fatto Quotidiano” ha pagato per i miei reportage trecento ero per tre mesi di copertura giornalistica. Con le spese a mio carico. Per la più grande crisi dal dopoguerra “Il Fatto Quotidiano” aveva a disposizione un budget di 300 euro. La mia vita, sovraesposta a un virus che non si capiva ancora bene cosa fosse, valeva 300 euro. Come a dire: vale zero. Dopo dieci anni di Siria, sentirsi trattata in Italia come carne da cannone mi ha ferito nel profondo. Ecco cosa significa essere freelance. La vita che ai giornalisti è richiesto di fare. Questo è quanto i giornali in Italia sono disposti a investire perché i loro lettori possano avere una informazione di qualità. Il libro sul Covid non l’ho scritto perché non volevo al suo interno rifluissero questa rabbia, questa offesa, questa amarezza.

Nelle note bibliografiche che si trovano su di te in Rete si legge “Nel 2012 ha deciso di raccontare la guerra in Siria”. Una frase che mi sembra enorme: come si fa a decidere di voler raccontare una guerra? E in La guerra dentro, scrivi “ho due lauree, un master, due libri e dieci anni di guerre sparse, alle spalle, e la mia giovinezza, onestamente, è finita alla prima di queste”.

Uno dei personaggi di Dispacci, di Michael Herr, a un certo punto dice “Ho ventisette anni che vanno per i cinquanta”. Quando mi chiedevano che età avessi mi sembrava la risposta più esatta da dare. Ho cominciato perché volevo raccontare la Primavera Araba. Volevo che la mia vita avesse un impatto sulle cose, e l’illusione che con il giornalismo, con la parola, avrei potuto avere questo impatto. La Primavera Araba l’ho conosciuta in larga parte tramite la televisione, ho guardato la Tunisia, l’Egitto, la Libia. Mi è sembrata la storia della nostra generazione, quello è stato il momento in cui noi occidentali abbiamo guardato agli arabi come a un modello. La Spagna con Podemos, Occupy a New York. Io non ho scelto di raccontare la guerra, io volevo raccontare la Primavera Araba, che quando ho iniziato a fare giornalismo era in Siria, con le prime manifestazioni contro Assad. Poi è diventata una guerra, ma a quel punto c’eri dentro, fisicamente, nel vero senso della parola. Quando mi sono accorta che era diventata una guerra era troppo tardi, cioè non avevo più voglia di andare via. La voglia morale era di restare. Per me è stato così, in Siria.

Eri dentro la storia.

Il mio primo pezzo da Aleppo è stato pubblicato nell’ottobre del 2012. Nel gennaio del 2013 i giornalisti sono andati via tutti dalla Siria. Il fronte era in stallo, la guerra non interessava più. C’è stato un momento in cui in Siria ero praticamente rimasta da sola, e a questo punto devo dire grazie a due persone: la prima è Gabriele Del Grande, con cui ho lavorato per un mese, tra gennaio e febbraio, che mi ha mostrato un altro modo di fare giornalismo, raccontando la guerra vista dai poveri, da coloro che la guerra la subiscono cento volte di più che nella peggiore linea del fronte; e la seconda è Stanley Greene, a cui ho dedicato La guerra dentro. Stanley Greene aveva letto i miei pezzi, con l’umiltà tipica dei grandi mi telefonò e mi disse “Vorrei fotografare come tu scrivi. Posso venire in Siria?”. Ed è restato con me, per raccontare la Siria. Stanley Greene è stato il mio master in giornalismo.

Quando scrivi, senti più il peso o più la bellezza delle parole?

Entrambi. Gli ultimi cinque anni sono stati duri, per gli attacchi ricevuti. Ogni volta che pubblicavo un articolo arrivavano le mail di deligittimazione, di diffamazione. Pesanti. Per cinque anni. Caso vuole sia cominciata da quando c’è stata l’inchiesta Regeni. Per dire cos’è la libertà di stampa. Ovunque, non solo in paesi come la Turchia e il Messico. La bellezza e il peso per le parole però restano sempre. Il peso è quello della responsabilità, per la parola, per le azioni che ti hanno portato a scrivere proprio quella parola, il lavoro sul campo. Il peso del rispetto per le persone che racconti. Il peso dell’impegno, non per cambiare il mondo ma per creare quello spazio al cui interno quelli che hanno il potere per cambiare le cose possano agire. Antonio Cassese diceva sempre: tutto quello che non viene raccontato non esiste. E solo quello che esiste può essere cambiato. Cassese divenne Presidente del Tribunale dell’Aja per la Bosnia, disse che quel Tribunale non sarebbe mai esistito se quella guerra non fosse stata così tanto raccontata. E la bellezza sta nel piacere stesso dello scrivere, che non ho mai perso.

All’interno di Ma quale paradiso – Tra i jihadisti alle Maldive, del 2017, chiedi a una ragazza, che vive in miseria, che cosa vorrebbe più di ogni altra cosa, e la sua risposta è stata: “Vorrei che questa fosse l’unica vita possibile”.

È quello che ciascuno di noi prova a fare nella sua vita: evitare di pensare alle cose possibili, schivare il sogno, schivare il tentativo per evitare il rischio di fallire. Non avere progetti è il miglior modo per non vederli naufragare. Io però una cosa la vorrei, la vorrei per gli israeliani e per i palestinesi. Vorrei rompere quella regola non scritta secondo cui i giornalisti israeliani stanno fuori dalla stampa internazionale. Io non sono ebrea ma lavorando per un giornale israeliano ho dovuto toccare con mano che l’antisemitismo c’è, continua a esistere, e non combacia con la legittima critica verso Israele per l’occupazione dei territori palestinesi. I giornalisti israeliani non vengono mai premiati perché premiare un giornalista israeliano significherebbe premiare l’apartheid, l’occupazione, questo è il sottinteso utilizzato dai rivali della stampa internazionale, quando poi è nei fatti che lavorando nella stampa israeliana si ha una libertà assoluta, che la qualità della stampa israeliana è altissima. Si dovrebbe parlare del boicottaggio verso Amira Hass, verso Gideon Levy, verso Itai Anghel. Apriamo un dibattito. Per i palestinesi, vorrei il mio lavoro fosse d’aiuto per porre fino all’assedio di Gaza, per facilitare l’accordo di pace tra Israele e Palestina, raccontando i palestinesi agli israeliani, gli israeliani ai palestinesi.

Scrivi in Ma quale paradiso: “Siamo il 5 per cento della popolazione mondiale, ormai. E la verità forse è che non importa più quello che noi pensiamo degli altri: importa quello che gli altri pensano di noi”.

Vivo in Medio Oriente dal 2007. E amo molto viaggiare. Nell’intervallo tra un reportage e l’altro visito i Paesi in cui non sono ancora mai stata. Semplicemente sono molto curiosa, e l’essermi sempre spostata tanto mi ha aperto al mondo. Mi ha insegnato a vivere con gli altri, che sono veramente gli altri. Io non sono battezzata, e sono finita a vivere in posto dove la religione ha un peso così preponderante. E ora che sono tornata in Afghanistan non saprei indicare un altro paese che sia così altro in assoluto, fosse solo che è un paese di montagna, con le sue valli piccole piccole abitate da comunità di non più di cinquanta persone, che da fine settembre fino a fine maggio restano isolate tra la neve a tremila metri di altezza. Con il Medio Oriente crocevia dei popoli cosa ha in comune l’Afghanistan? Niente. L’altro afgano è un altro micidiale. Con cui ci si misura, ricordandosi prima di tutto che sei tu a stare a casa loro. Rispettandosi reciprocamente. Rispettare gli altri, i loro tempi, i loro usi, non l’ho imparato dai talebani o con i jihadisti. L’ho imparato con gli israeliani. A non giudicare. A non dare lezioni.

I luoghi, le persone, le storie. È lo sguardo puntato verso la realtà. Cosa significa andare a cercare le informazioni esatte in un mondo che ormai si crede tutto a portata di click?

Il maldiviano su Google Translate non c’è. Il pashtu su Google Translate non c’è. Lo stesso vale per l’arabo e l’ebraico: se mi cerchi su Google potresti non trovarmi, se non mi cerchi con i caratteri arabi o ebraici. In Rete non c’è tutto. Su Facebook ho provato a fare la cosa più classica possibile: ci ho cercato dei miei vecchi compagni di liceo. Niente, nessuna traccia, come non fossero mai esistiti. Ma sono esistiti, checché non ne dica il web. Prova a cercare su Internet quanti abitanti abbia Ramallah: è un numero che non troverai. I numeri non ci sono. In molti paesi al mondo i dati non vengono tracciati. In Sudafrica mi occorreva il numero dei morti da Covid ma questi dati non c’erano, sui registri non vengono riportate le cause di morte. Perché chiedersi di cosa sei morto? Sei morto perché sei nato, e tanto basta.

Eppure tu sai fare un uso dirompente del numero. Riporto dall’ultimo articolo che hai condiviso sul tuo profilo Facebook, il pezzo scritto dal “sottosuolo del mondo”: “Finora i morti sono 13mila. Ma non in Ucraina. In Afghanistan”.

Con i numeri si instaura un rapporto di fascinazione che può diventare fuorviante. Non perché io lo voglia sminuire. Ogni morto è un morto con la sua storia, singolarmente preso, anche a prescindere dalla guerra. L’importanza di quello che avviene da un punto di vista geopolitico però non dipende dal numero dei morti. Anche un atto di genocidio, per definirsi tale, non ha bisogno di un alto numero di morti: il genocidio richiede l’intento di colpire un gruppo per la sua identità etnica o religiosa, che i morti poi siano cinque o un milione non cambia che lo sia. Facciamo l’esempio di Gaza: a guardarla da fuori, durante i periodici attacchi di Israele, vedi la distruzione totale e una soglia che non è superiore ai duemila morti. È la soglia oltre la quale la comunità internazionale potrebbe iniziare a eccepire. Ebbene, oggi che la tecnologia consente attacchi mirati sai che un palazzo può essere bombardato e fatto crollare senza che a quelli intorno si rompa neanche un vetro. E sai che puoi scrivere che Israele bombarda a tappeto, che sarebbe molto d’impatto, che è quello che ci aspetta tu scriva, ma che non è vero. A Gaza Israele sta ben attento a non superare un numero di morti che rappresenta una sorta di soglia psicologica, lo stesso però procura un danno materiale che è il più esteso possibile, in modo che periodicamente i palestinesi siano costretti a ricostruire, in modo da tenere l’economia a terra. Il numero dei morti, relativamente basso, riesce a non attirare l’attenzione, a non mostrare le autentiche conseguenze disastrose dei bombardamenti. Leggere la guerra, leggere le situazioni, non può mai corrispondere alla sola lettura dei numeri, dei dati. Fare giornalismo in Medio Oriente è giocoforza differente dal farlo in Occidente: noi la guerra ce l’abbiamo in casa, e andare fino al fondo delle cose è il solo modo per instaurare un dialogo autentico con i lettori palestinesi ed israeliani, parlando con loro di quello di cui parlano tra di loro.

Le cose, abbiamo detto, per esistere devono essere raccontate, e quel che è raccontato deve essere letto. Qualche libro che secondo te è importante leggere? E anche qualcuno che è importante venga scritto.

Sono tanti i libri da leggere. Su uno scaffale ne ho raccolti circa una cinquantina, volevo darmi l’idea della scrittura con cui mi voglio misurare; mi sono accorta ci siano libri più di scrittori che di giornalisti. Il primo che mi viene in mente è di Åsne Seierstad, Uno di noi. La storia di Anders Breivik, bellissimo. La Seierstad ha ricostruito una storia che ci riguarda da vicino tutti: osservando Breivik ha posto l’attenzione anche sul nostro ruolo, all’interno di una società, in questo caso quella norvegese, che in qualche modo deve aver contribuito alla possibilità di un caso Breivik. Bisogna sempre chiederselo: rispetto a ogni singola vicenda, qual è il mio coinvolgimento in quel che sto guardando? Perché un ruolo c’è sempre, fosse pure quello dell’indifferente, che equivale di fatto a uno schierarsi dalla parte dei più forti. Cassese diceva: in guerra ci sono i carnefici, le vittime, ma soprattutto ci sono quelli che stanno a guardare. E sono la parte più importante. Tra l’altro anche quello di chi non vuol guardare è un ruolo. Ci sono i libri di Anthony Shadid, probabilmente il migliore dei corrispondenti dal Medio Oriente, che hanno anticipato di venti anni quello che poi sarebbe successo in Iraq, in Afghanistan. Un altro lo abbiamo citato prima, i Dispacci dal Vietnam di Michael Herr. Ci sono i libri di Nick Davies, considerato il più grande giornalista d’inchiesta inglese di tutti i tempi, non tradotti in italiano e scritti in un inglese elegantissimo. I libri di Oriana Fallaci, di Ettore Mo, scritti decine di anni fa ma che conservano freschezza, immediatezza. Quello che deve essere ancora scritto è il mio libro sull’Afghanistan. Ho avuto l’idea di ripercorrere il viaggio degli hippie degli Anni Settanta, e sono andata a leggermi un po’ tutti i libri di viaggio pubblicati recentemente sull’Afghanistan, per vedere se qualcuno avesse già scritto qualcosa di questo genere. Il libro che voglio scrivere io manca, ed è sempre così che comincia, o che immagino che cominci, per qualunque scrittore: si scrive il libro che si ha voglia di leggere e che ancora non c’è.

Per te scrivere significa farlo in italiano o in inglese?

Scrivo in italiano, è la mia lingua. I pezzi vengono poi tradotti nelle lingue di destinazione. Mi rivolgo a traduttori letterari, che tra l’altro pago di tasca mia. Un conto è la traduzione in inglese, che ha una struttura differente dalla nostra, un conto è la traduzione in tedesco, che si presta meglio. La lingua è un mondo, da una lingua a un’altra può passare qualcosa ma non il mondo interno. La lingua araba, per esempio, è un mondo altro. Quando sono arrivata in Medio Oriente nel 2007 mi sembrava molto dura, e strana. Ora che mi ci sono abituata riconosco abbia un suono bellissimo, come sia una lingua che ha tante parole per dire ogni cosa. Per dire amore esistono undici parole diverse. Un sogno. Mi ha ricordato quando lavoravo come portavoce per Nichi Vendola, è stato uno dei miei primi lavori, e andavamo in auto da un comizio all’altro durante la campagna elettorale. Nichi guardava una nuvola e mi diceva “Descriviamo questa nuvola. Una parola al secondo, a turno, una parola a testa”. Quante cose è possibile vedere in una nuvola? Quante parole si possono dare a una nuvola? Le parole e lo sguardo, assieme.

Gruppo MAGOG