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“Mi sono lavata lo sporco dei campi di concentramento nella vasca da bagno di Hitler, a Monaco”. Donne esagerate, fotografie straordinarie. Recensione sentimentale a una mostra superba (rimandata, per il momento)

“E adesso che farò non so che dire / ho freddo come quando stavo solo / ho sempre scritto i versi con la penna / non ho ordini precisi di lavoro…”.

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La data del 5 novembre va segnata con il cerchio rosso. Sono passate da poco le 20, Pierangelo Bertoli fa i cerchi sul giradischi vintage, e gira, gira, a 33 giri, gira. È una Cassandra, l’ottimo e quasi dimenticato Pierangelo, anche se non lo sa. In televisione il Premier “Giuseppi” Conte gioca a “Strega comanda colori”. L’Emilia-Romagna è gialla. Gli guardo il labiale: troppo preziosa la voce di Bertoli per alzare il volume. Niente teatri, cinema e mostre. Merda.

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Merda è la versione edulcorata del mio disappunto. Sono veneto di nascita e di sangue.

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Amen i teatri e i cinema. Già lo si sapeva. Quindi ho già provveduto a fare scorta di libri. Ma le mostre…

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Doveva aprire il 28 novembre, ma ovviamente slitterà. I Musei di San Domenico di Forlì avevano messo in programma Essere umane, una super mostra con tre o quattro manciate di grandi fotografe che raccontano il mondo. Aprirà, si spera. E rimarrà aperta sino al 20 febbraio 2021, se Dio si mette dalla nostra parte e ama l’arte.

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Con le porte del San Domenico chiuse a causa del virus stronzo, chiudo gli occhi e provo a immaginare quello che verrà esposto. Si dice che le immagini esposte siano oltre 250 e che le fotografe che partecipano circa 30.

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La crema della crema che nemmeno il più grande pasticcere del mondo saprebbe amalgamare senza sbilanciamenti: Berenice Abbott, Claudia Andujar, Diane Arbus, Eve Arnold, Letizia Battaglia, Margaret Bourke-White, Silvia Camporesi, Cao Fei, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Cristina de Middel, Gisèle Freund, Shadi Ghadirian, Jitka Hanzlova, Nanna Heitmann, Graciela Iturbide, Dorothea Lange, Annie Leibovitz, Paola Mattioli, Susan Meiselas, Lee Miller, Lisette Model, Tina Modotti, Inge Morath.

Lee Miller: dopo aver testimoniato la liberazione del campo di Dachau, si lava nella vasca che fu di Hitler (vedi fotografia)

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Poco si sa degli scatti precisi. Poco ma non nulla. Anzi, quel poco che si sa è già tanto. I nomi di chi espone e le fotografie. Foto immortali.

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“Ho fatto uno strano bagno quando mi sono lavata lo sporco del campo di concentramento di Dachau nella stessa vasca da bagno di Hitler a Monaco”. Lei è Lee Miller, fotografa, corrispondente di guerra per Vogue e modella, bravissima e fascinosissima. Il 30 aprile del 1945, assieme a David Scherman, si reca in Prinzregentenplatz, a Monaco. David la “ferma” e le dona un’ulteriore immortalità. La vasca e il fondale sono uniformi, decorati cioè con la stessa fantasia di piastrelle, di forma quadrata, bianche ma non candide. Su una sedia posta sulla destra del fotografo fa capolino una sedia sulla quale sono stati piegati con cura i suoi vestiti. Lei è nuda. Senza indumenti. O almeno, è “immaginariamente” nuda: la sponda della vasca la copre. Alla sinistra di David, appoggiata tra la vasca e il muro, una foto del Führer. Lee si insapona la schiena, distratta, quasi annoiata. Ma forse è solo in posa. Davanti alla vasca si scorge un paio di scarponi insozzati di fango, appoggiati su un tappetino consumato e sporco. Il fango lo ha raccolto nel Campo di Concentramento di Dachau mentre testimoniava la liberazione del lager ad opera delle truppe yankee.

John Lennon e Yoko Ono nella celebre fotografia di Annie Leibovitz 

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Una straordinaria fotografa, Inge Morath. Austriaca. Molti la conoscono perché è stata, per Arthur Miller, la “donna dopo Marilyn”: l’ha impalmata in terze nozze subito dopo la Monroe. Un giorno Inge va a trovare Saul Steinberg (un poetico “scrittore per immagini” rumeno naturalizzato statunitense, un Maestro, nel suo universo) perché Saul era nella Magnum Photos. Saul, che deve essere stato un po’ mattacchione, le apre la porta con gentilezza e con una maschera sul volto. Inge rimane artisticamente “fulminata” e decide di fotografarlo. “Il disegno come esperienza e occupazione letteraria mi libera dal bisogno di parlare e di scrivere. Lo scrivere è un mestiere talmente orribile, talmente difficile… Anche la pittura e la scultura sono altrettanto difficili e complicate e per me sarebbero una perdita di tempo. C’è nella pittura e nella scultura un compiacimento, un narcisismo, un modo di perdere tempo attraverso un piacere che evita la vera essenza delle cose, l’idea pura; mentre il disegno è la più rigorosa, la meno narcisistica delle espressioni” raccontò Saul a Sergio Zavoli.

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A sette anni la vita l’ha messa con le spalle al muro: una poliomielite maledetta le ha offeso la gamba destra. Poteva farla arrendere, farle dire addio a ogni sogno. Ma lei, Dorothea Lange, ha fatto di quella menomazione un punto di forza: zoppico ma non mi fermo. Ha raccontato, con lucidità e senza l’utilizzo di parole, la Grande Depressione. Basta un’immagine per capire, Migrant mother. Storia della fotografia. Non serve aggiungere altro.  

Malcolm X fotografato da Eve Arnold

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La prima donna ad entrare nell’agenzia Magnum Photos, l’Università delle immagini, la vetta più alta di chi passava la vita a consumarsi le scarpe e a sviluppare negativi. Eve Arnold era una donna. E una fotografa. La sua macchina ha respirato Marilyn e Marlene Dietrich ma anche una sfilata di moda nel quartiere afroamericano di Harlem, New York, dopo la Seconda Guerra Mondiale: modelle di colore e giovani stilisti emergenti. Il backstage e le passerelle diventano il set dove la fotografa inizia a sperimentare i diversi effetti della luce naturale. Il servizio, che negli Stati Uniti fu censurato perché troppo “scandaloso”, fu pubblicato dalla lungimirante rivista inglese Picture Post. “Paradossalmente penso che il fotografo debba essere un dilettante nel cuore, qualcuno che ama il mestiere. Deve avere una costituzione sana, uno stomaco forte, una volontà distinta, riflessi pronti e un senso di avventura. Ed essere pronto a correre dei rischi” disse Eve Arnold a proposito del suo lavoro.

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John Lennon nudo e rannicchiato che stringe in un abbraccio Yoko Ono, che però è vestita. New York, 7 dicembre 1980, il giorno prima del silenzio. La “firma” è quella di Annie Leibovitz. Annie è una donna con le palle quadrate: fotografa per 13 anni per la rivista Rolling Stones, nel 1999 la chiamano per “The Cal”, il calendario della Pirelli del 2000. “È stato un esercizio nella fotografia del nudo. Si trattava di un concetto semplice”.

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Madre con bambino di Tehuantepec, Messico, 1929. Tina Modotti, una delle più grandi fotografe dell’inizio del secolo scorso. Basta il suo nome.

Alessandro Carli

*In copertina: Lee Miller, Fire masks, Downshire Hill, Londra, 1941

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