“Nei poeti che galleggiano come ninfee
sopra i seni dell’ora vitrea,
nei cieli che nessuno vede muoversi,
tifoni senza tumulto si annidano
per una felicità primordiale”
Federica Ziarelli, perugina, ci accoglie nel suo mondo di luci forti, di sole impavido, e di ombre, che però non diventano mai inquietanti. La silloge Tu sei bellezza (Terra d’Ulivi, 2022), dopo la precedente In erba, procede con coerenza un discorso poetico che si affaccia principalmente sui moti della natura, dove essa si specchia nelle stelle vere, e non in quelle di un documentario. Una poesia dunque senza filtri, che parte da autentiche sensazioni, raffinata e campestre, mai spocchiosa e però quasi mai di facile soluzione, perché bisogna abbandonarsi alle immagini spesso non “montate” e a quel “tu” che è di tutti, o forse di qualcuno che non sempre pare ascoltare.
La Ziarelli non vuole stupire, non invoca a voce alta, non fa del teatro; vuole parlarci degli affetti, delle cose semplici della vita, complicando ad arte i rombi del tessuto poetico, moltiplicando i punti di vista ma allo stesso tempo tenendoli non di rado nascosti.
Il libro è composto da quattro sezioni, come quattro sono gli elementi della natura. “L’arte non abita la memoria/ è un muscolo involontario/ cuore”, scrive, a significare che la vera arte non ha bisogno di un motorino d’avviamento, sgorga, come suol dirsi, sorgiva.
“Eri sola nella tua sghemba infanzia ben nascosta la disperazione un paralume scrivevi tra l’erba rosso dei baci mai ricevuti d’un tratto papaveri avverati”.
Più avanti troviamo un momento di dramma probabilmente adolescenziale, i baci mai ricevuti si tramutano in “papaveri avverati”, il verso è sognante, surreale, il verso, con noi, spera un avveramento.
“Non resisto a questa sete di primavera sarò ubriaca ancor prima della sera faccia in giù tra i cespugli di menta
per fortuna a questa stagione piaccio così: disponibile e spettinata può stiepidirmi la soglia popolare di pesci rossi il mio ghiaccio cardiaco immergermi in prati che non fanno che crescermi”.
Ottimo a mio avviso questo corposo passaggio, il contatto ambivalente con la primavera, ubriacante ed esaltante, l’immersione negli amati prati che le crescono dentro, la visione netta di un panorama dell’anima.
“L’avete visto anche voi che nel buio abbraccio i larici”
“A galla risalivamo era in braccio ad una risata che restituiva estate alla stanza”
“Si chiama innocenza quando passa senza orma non si sporca ha un giocare sincero di cedere il suo candore non ci pensa neanche”.
“Con gli occhi delle violette sorridimi Dio senza dubbio un colore quaresimale in ricordo del tempo di attesa in cui ero io a non sorridere a te”.
L’abbraccio viscerale alla natura, la ricerca di un senso naturale delle cose del mondo, il desiderio di autenticità, il candore non ceduto a chicchessia perché esso viene per direttissima dall’innocenza, una specie di bene primario. E il Dio cristiano, più volte evocato, che qui diventa il destinatario del “tu”, in una preghiera personale che chiede un sorriso, come quando si pensa alla “vita che ti sorride”, e la vita è Dio. Una richiesta di maggiore fortuna e pace.
È un Dio che viene dal sole quello della Ziarelli, ma se il sole non ha bisogno di essere pregato per splendere; Dio, forse, ha bisogno delle preghiere degli uomini; o siamo noi, forse, che ne sentiamo l’esigenza, se di Dio ne sospettiamo, almeno, l’esistenza.
Una bella prova, nel complesso, e in attesa di nuovi sviluppi, uscita l’anno scorso per Terre d’Ulivi Edizioni, con una bella postfazione della poetessa Alessandra Corbetta.