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La fede è violenta. Pronti a tutto, fino all’ultimo sacrificio

Mòria è un nome sinistro solo a pronunciarlo: l’ubicazione è ambigua e vi è ambientato uno dei momenti più terribili della Bibbia. Capitolo 22 di Genesi, “Dio mise alla prova Abramo”, gli chiede di sacrificare “tuo figlio, l’unigenito che ami, Isacco”. Una scure sull’amore, lancia, Dio. In realtà, Abramo ha un altro figlio, avuto da “Agar l’Egiziana”, schiava della moglie, Sara, sterile. Quando Sara è rimasta – secondo la predizione – miracolosamente incinta, madre di Isacco, Agar e Ismaele vengono allontanati dalla casa di Abramo. Ismaele “crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco” (Gn 21, 20). Il narratore ricorda che “Dio fu col fanciullo”, fu al fianco di Ismaele. Ora, però, Dio chiede ad Abramo il solo figlio rimasto, Isacco, che significa “Lui ride”, perché Sara rise quando le fu svelato che avrebbe avuto un figlio, aveva novant’anni. Dio chiede tutto ad Abramo: prima gli chiede di lasciare il suo paese e la sua famiglia; poi vuole il figlio; e Abramo risponde sempre “Eccomi!”. Anche al figlio, quando gli domanda dov’è la bestia da sacrificare, Abramo risponde “Eccomi”. Abramo, che ha lottato in retorica con Dio per salvare gli abitanti di Sodoma – “Davvero sterminerai il giusto con l’empio?” – non ha parole per opporsi al suo volere, pronto a violare il figlio. Il dolore non lo sfama, Abramo sta per sgozzare Isacco, finché l’angelo non lo blocca. In sua vece, è offerto un ariete: Dio vuole, comunque, sangue. Secondo una versione mistica, tra l’istante in cui Abramo punta il coltello alla gola del figlio e quello in cui l’angelo lo blocca, a Isacco, in visione, sono rivelati i mondi, il futuro, il Giorno dei Giorni. Mòria appare soltanto un’altra volta nel testo: nel Secondo libro delle Cronache è il colle vicino a Gerusalemme dove “Salomone cominciò a costruire il tempio del Signore”. Nel luogo in cui “Abramo costruì l’altare” per sacrificare Isacco, viene eretta la dimora di Dio. Come se fosse un sigillo quel momento, la circoncisione di Dio.

Il sacrificio di Isacco secondo Andrea Del Sarto

In modo del tutto parziale, va osservato che se nel mito greco sono i figli che uccidono i padri, nella cultura biblica sono i padri ad ammazzare i figli. Certo, Agamennone sacrifica Ifigenia per favorire l’impresa troiana – per questo la moglie, Clitennestra, albeggia vendetta al suo ritorno – eppure, “taluni dicono che Ifigenia fosse la nipote di Clitennestra, figlia di Teseo e di Elena” (Robert Graves), l’episodio è letto come ingresso al sacerdozio della giovane vergine, secondo il mito Artemide sottrae la ragazza al massacro, facendola sua, sostituendola con una cerva. È il dio, sempre, il carnivoro. Piuttosto, è Edipo ad uccidere, incidentalmente, il padre, Laio; Crono evira il padre, Urano, per detronizzarlo. Zeus, a sua volta, spodesta Crono, e libera i fratelli che il padre aveva inghiottito. È una guerra perpetua di figli che vogliono subentrare ai padri, sul trono; una guerra tra dèi, nel ring olimpico.

Al contrario, nella Bibbia è Dio ‘Padre’ che si nutre delle proprie creature, gli uomini. Concede, a chi gli è fedele, a chi è suo protetto, una generazione vasta quanto le stelle nel cielo, ma sa ordire massacri di massa: “colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto uomo o animale”, tuona in Esodo (12, 12). Dio pretende la primizia di ogni cosa, il primo, il solo, il sole della famiglia – e non soltanto quando si vendica. “Consacrami ogni essere che esce per primo dal seno materno tra gli Israeliti: ogni primogenito di uomini o di animali appartiene a me”, dice Dio a Mosè (Es 13, 2), una strettoia di codici tra il deserto e la Promessa. D’altronde, a proposito dell’“unigenito che ami”, è Dio stesso a darsi in pasto, nel Vangelo. Il Padre offre se stesso, Figlio, l’Unigenito, come punto di non ritorno nella carneficina, congiunzione di tutti gli opposti, cardine della conversione, patto svaginato. La croce è l’altare e nessuna bestia sostituisce il Figlio, che si fa Agnello, Dio/Agnello, Agnus Dei, prisma di tutti i massacri. Quasi che Dio si mettesse alla prova in quanto Figlio, con esatta sproporzione e spietatezza: in sette giorni è fatto il creato, nei tre giorni che dividono la morte del Nazareno dalla resurrezione in Cristo tutto è rifinito, scomposto, rifatto.

Il sacrificio di Isacco secondo Jacob Jordaens

Il rapporto con Dio prevede sempre un darsi in pasto a Lui, una morte. Si muore al mondo per vivere in Dio, è detto – a volte il detto non concede vezzi metaforici. Liberi dai veli mondani, dai veti della logica, si va in Dio certi di morire per Lui, fieri, perfino, di questa morte. Così mi insegnava, molti anni fa, il rabbino Giuseppe Laras, riguardo alla prova inferta (o concessa, a seconda dei punti di vista) ad Abramo: “Stiamo parlando della scelta sofferta e consapevole del Kiddush ha-Shem (Santificazione del Nome di D-o), del martirio, dell’autoimmolazione (e l’immolazione del proprio figlio sembra essere più difficile e dolorosa dell’immolazione di sé) quando una tale offerta di vita appaia necessaria e indispensabile ai fini di una testimonianza di fede”. Non ci si immola per una fanatica idea di martirio, per una falsa icona di Dio – chi è in Dio è al di là degli attributi mondani, è oltre la giostra dello ‘spettacolo’ – ma perché quella trasgressione mi ucciderebbe comunque. Già nella bocca di Dio, adempiamo un’opera che ci precede, ci ha già compiuti: eseguiamo scegliendo. “La violenza con cui talvolta può esprimersi il sentimento religioso e l’amore per D-o riflette una intima, indomabile passione per D-o e una sete violenta di assoluto. Noi siamo abituati a considerare come legittimo e normale un altro tipo di religiosità: la religiosità silente, pia, rassegnata, obbediente, timorosa e statica, che è sicuramente una forma espressiva di fede diffusa e apprezzabile, ma non è tutta la fede: vi sono altre forme di fede, che possono mettere sgomento o scandalizzare, ma che non sono per questo meno autentiche e preziose”. Laras si riferiva, qui, al “paradigma di una religiosità conflittuale, persino blasfema, talvolta, problematica”, che costituisce la danza – la lotta – verso Dio, ed è per questo “religiosità apprezzata, gradita, meritoria”. In troppi stanno nel tepore di atti consuetudinari – alieni alla ripetizione del rito –, nella palude formale, schifiltosa, dei tiepidi, ma Dio, piuttosto, morde. Dio assale – e vuole essere predato. Dove sono i folli che salmeggiano in piazza, facendo fiammeggiare le mani?

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