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“La psicologa mi ha chiesto di scrivere la mia autobiografia… ho trovato più interessante mentire”. Dialogo con Eva Baltasar

Una donna lesbica sulla quarantina racconta la propria vita attraverso ricordi privi di ordine, passando da suicidi fallimentari a scene di sesso memorabile. Questo è Permafrost: il primo romanzo di Eva Baltasar, pubblicato in Italia da Nottetempo. Il permafrost è un suolo perennemente ghiacciato su cui non si può costruire niente. Ma sotto c’è vita, come tra le righe di questo libro. La narrazione procede come un unico flusso di coscienza che esonda gli argini della sequenza temporale. Non ci sono filtri e le parole oscillano tra la volontà di emergere e di restare nascoste. Eva è stata in grado di dire tutto senza dire niente. La prima volta che la vidi fu il giorno della presentazione del suo libro, in una piccola libreria di Milano. Se ne stava seduta composta su una sedia in un angolo della sala, e in un primo momento la scambiai per l’interprete. Non potevo credere che una donna capace di scrivere in modo così sincero di sesso e suicidio, potesse essere tanto risoluta, quasi anonima. Parlò poco, ma mi incuriosì a tal punto che decisi di scriverle.

Eva, Permafrost è il tuo primo romanzo, ma non costituisce l’inizio della tua carriera letteraria. Hai dedicato molti anni alla poesia prima di abbandonarla per la prosa. Ma forse ‘abbandonare’ non è il termine corretto. La tua prosa infatti è intrisa di poesia. Cosa del tuo stile poetico hai deciso di abbandonare e cosa invece hai deciso di conservare nel tuo primo romanzo?

Hai ragione, non ho abbandonato la poesia per la prosa. Ho passato quindici anni scrivendo e pubblicando poesie senza mai pensare di cambiare genere, fino a quando, un bel giorno, una psicologa mi chiese di scrivere la mia autobiografia in quattro pagine come esercizio terapeutico. Pensavo sarebbe stato semplice, ma mi resi presto conto di quanto fosse noioso. Così iniziai a mentire per rendere il testo più interessante. Ho scoperto una voce, la voce di una donna che non viveva la mia vita, bensì la sua. Mi piacque molto. Decisi di lasciare la terapia e dare carta bianca a questa voce, nella quale scoprii la protagonista di Permafrost. Il romanzo nacque di conseguenza, senza premeditarlo. Quando vidi che avevo per le mani un romanzo, decisi di elaborarlo nello stesso modo in cui elaboro una poesia, curando il linguaggio, creando immagini. Ricercavo un ritmo e tentai di concentrare in poche frasi quello che avevo raccontato in più pagine. Non credo ci sia stato un vero e proprio passaggio dalla poesia alla narrativa. Mi piace pensare che sia avvenuto un incontro tra i due generi e che si sia creato un legame, un innamoramento a cui ho assistito e di cui mi compiaccio ogni volta che scrivo. Credo che siamo arrivati ad un punto in cui le etichette possono essere limitanti per un’opera, un autore o persino per un lettore. Preferisco pensare Permafrost come un libro in cui vive una storia, una voce e una poesia.

Restando in tema di poesie, so che tra i poeti che più ti hanno ispirata vi sono Sylvia Plath e Anne Sexton. Entrambe suicide, parlavano spesso della morte, e inoltre Anne non ha mai nascosto di avere un rapporto complicato con la madre. La protagonista del tuo libro mi sembra incarni entrambe. Non è in sintonia con la madre e tantomeno con la maternità. E il suicidio è un argomento molto presente. La cosa che mi ha più colpita è però l’ironia con cui affronti questi temi. Una sorta di black humor che non vuole ridicolizzarli, ma esorcizzarli, renderli più tollerabili.

Ciascun autore, per così dire, ha i propri “temi”. La maternità, la morte, la paura, il corpo… sono temi che erano presenti nella mia poesia e credo non possano fare a meno di comparire anche nei miei romanzi. Non so fino a che punto Sylvia Plat o Anne Sexton possano aver influito nell’inclinazione che ho per questi argomenti. Posto il fatto che sono due poetesse stupende, forse mi sono avvicinata alle loro opere proprio perché i loro temi risuonavano già in me. Per quanto riguarda l’ironia, direi che è un modo di vedere la vita che mi appartiene, lo sguardo ironico fa parte di me. Le mie protagoniste sono come specchi di me stessa, della visione che ho del mondo. C’è un po’ di angoscia, un po’ di preoccupazione, e l’ironia può essere un buon modo per affrontare il tutto senza impazzire. Questo tono però non si protrarrà per tutta la trilogia. In Boulder – secondo libro della trilogia –, per esempio, la protagonista vive nel disagio, ma la sua voce non è più così ironica. Si tratta di una donna molto dura, austera, meno allegra.

Come hai anticipato, Permafrost non è un romanzo che viaggia da solo, ma il primo di una trilogia. Il secondo, Boulder, è uscito da poco in Spagna. A una prima lettura ho notato che, nonostante il cambio di storia e di protagonista, hai ripreso alcuni temi del libro precedente. Uno di questi è la solitudine. In Permafrost la protagonista è spesso sola, ma la sua non è una solitudine sofferta, piuttosto una condizione necessaria che le garantisce equilibrio. Anche in Boulder la solitudine è molto presente. Come mai? Cos’è per te la solitudine e perché sembra essere essenziale?

La trilogia è composta da tre protagoniste che raccontano in prima persona la propria vita e i propri sentimenti. Sono tre romanzi indipendenti che si collegano attraverso temi comuni come la solitudine, la maternità e il vivere ai limiti della società. In Boulder siamo di fronte a una donna che per vivere in pace deve stare da sola. E ci riesce. Il suo posto nel mondo è nella cucina di una piccola nave mercantile, nel mare di Chiloé. Che cosa le offre la solitudine? La stessa cosa che offre a me: pace. La solitudine è uno spazio utile per incontrare se stessi. La vita è una, ed è breve, e io desidero viverla con intensità. Per farlo però devo sapere cosa voglio, devo conoscermi. Occorre che ascolti il mio cuore per capire dove dirigere i miei passi, per capire dove posso trovare il mio tesoro. Questo atto di riflessione non si può fare se non si è soli. La solitudine per me è fondamentale, mi consente di essere più presente nel momento in cui incontro qualcuno, chiunque esso sia.

Facendo sempre un paragone tra i primi due libri della tua trilogia, ho notato un cambiamento. Nel primo le ambientazioni sono totalmente assenti, come volessi astrarre il più possibile la storia. Nel secondo invece l’ambiente diventa una presenza importante, tanto da comparire già nelle prime righe. Perché questo cambiamento?

Sinceramente non lo so. Come dicevo, i miei romanzi non li ho in testa prima di scriverli. L’unica cosa di cui ho bisogno è trovare una voce e innamorarmi di essa, poi il romanzo si fa da sé. Lascio che questa voce mi parli, che mi rapisca senza opporle resistenza. È vero, in Permafrost non ci sono paesaggi. Ci si immagina un ambiente urbano perché vengono citate alcune città (Barcellona, Bruxelles…), parlo anche della Scozia e di quel verde della natura che affligge la protagonista. Oltre a ciò non ci sono dettagli. Questo perché il mondo interiore della protagonista non vive di paesaggi, ma piuttosto del confronto con altre personalità, come la madre, la sorella o le amanti. In Boulder invece siamo di fronte a una donna che si relaziona con se stessa attraverso i paesaggi. Questa relazione impregna la sua voce e ci permette di entrare in lei. La comprendiamo attraverso gli ambienti che la riflettono. I paesaggi sono come lei, vasti, difficili, inclementi. Mentre scrivevo Boulder, guardare l’oceano era come guardare lei. In Mamut – terzo libro della trilogia – il paesaggio avrà ancora più peso. Definirà la protagonista e molte delle sue scelte.

Dopo aver parlato dell’ambientazione dei tuoi libri, vorrei concludere parlando della “tua” ambientazione. So che sei catalana e vivi a Barcellona. Trovo interessante che il tuo ultimo libro sia uscito contemporaneamente in catalano e in spagnolo. È normale trovare questo bilinguismo nel panorama editoriale spagnolo?

Vivo a Cardedeu, un paese in montagna, a quaranta minuti da Barcellona. Il primo romanzo è uscito prima in catalano e i suoi diritti furono venduti rapidamente in varie lingue, tra cui lo spagnolo, lingua in cui è uscito sei mesi dopo. Nel caso di Boulder, è stato pubblicato contemporaneamente sia in catalano che in spagnolo. Vivo abbastanza isolata e disconnessa da ciò che succede nel mondo (non ho la televisione, non consulto i giornali…) e dunque non penso di poterti dare una visione precisa del bilinguismo nel panorama editoriale spagnolo. So che non è frequente che un romanzo catalano venga tradotto in spagnolo, ma tuttavia ci sono molti autori catalani che si auto-traducono in spagnolo per far uscire le loro opere contemporaneamente in due lingue. Io non traduco i miei testi, non perché non conosca la lingua ma perché temo che il mio romanzo possa perdere il suo lato poetico. Nicole D’Amonville traduce per me dal catalano allo spagnolo, e lo fa splendidamente. Riesco sempre a identificarmi nella sua traduzione. Trovo stupendo che le opere possano viaggiare attraverso altre lingue. Nonostante in Catalogna siamo bilingui, penso che una buona traduzione possa far guadagnare ciò che si guadagna durante un viaggio fatto con occhi puri e mente aperta: un universo.

Elena Zamboni

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