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Mio padre era Ernesto Sabato: “scomodo per il potere, feroce con i mascalzoni, implacabile con coloro che minacciano i nostri diritti di vivere in un paese meno egoista e molto più giusto”

Lo scorso venerdì è uscito su Clarin un breve e sentito ricordo di Ernesto Sabato firmato dal figlio Mario. In realtà, si legge nel corsivo iniziale, più che un elogio del padre si tratta di una lettera apparsa, in modo obbligatorio di questi tempi, come “post su Facebook”.

Su Clarin Mario Sabato è ospitato abbastanza frequentemente. Del resto la caratura politica del padre, “punto di riferimento”, continua la nota, “della CONADEP” e cioè della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas, spesso ha oscurato la sua postura letteraria, tra il Dickens e il Dostoevskij. Il suo romanzo capitale, Sopra eroi e tombe, è proprio di quel vecchio genere, il polpettone emotivo fatto di blocchi mal connessi tra loro, ma nell’insieme di poderosa grandezza: uno di quei libri che tramortiscono.

In confronto altre opere di Sabato, come Il tunnel, per quanto artisticamente più elaborate, sanno di artefatto, di compensato borgesiano o, se proprio vogliamo, sono speculari ai racconti lunghi di Bioy Casares.

E in fondo oggi Sabato lo si legge poco proprio in virtù di questi due aspetti: autore di una sola, grande opera romanzesca (che spiacque per volgarità a Cortazar, come si legge nelle lettere private stampate poco fa da Sur: vi compare tra gli altri un generale che spiega a un borghese novellino l’utilità estrema dei bordelli); e una preoccupazione politica al limite dello stremo, della nullificazione di sé per una causa assoluta, più che comunista, nella persona di Ernesto Sabato. Che però sapeva tenere benissimo in mano la penna, come si nota aprendo quasi a caso il volume Sopra eroi e tombe.

“Borges che altro potrebbe essere, se non argentino? È un tipico prodotto nazionale. Certo, il suo europeismo è tipicamente argentino. Un europeo non è europeista, è europeo e basta; lo trovo un po’ bizantino e prolisso per essere un grande scrittore. Te l’immagini Tolstoj che cerca di sbalordire con un avverbio quando è in gioco la vita o la morte di un personaggio? Ma non tutto è bizantino in lui, non credere. C’è qualcosa di molto argentino nelle sue cose migliori: una certa nostalgia, una certa tristezza metafisica.

Penso che lui senta il paese, anche se, è chiaro, non ha né la sensibilità né la generosità di sentire il paese come lo può sentire un contadino o un operaio del mattatoio. Borges è uno scrittore inglese che per bestemmiare va in periferia. Bisognerebbe aggiungere: nella periferia di Buenos Aires e della filosofia. Preferisco non parlarne. Il ragionamento teologico che ci propone il signor Borges-Sorensen, questa specie di centauro scandinavo-portegno, non ha del ragionamento nemmeno l’apparenza. È un’infarinatura di teologia: e allora, questo gioco, è voluto da Borges, o è spontaneo? Voglio dire, è un sofista o un sofisticato? Il tema del racconto su Giuda non è tollerabile in nessun uomo onesto, anche sostenendo che sia solo letteratura, non ha la percezione di quello che Edgar Poe chiamava the imp of perversity“.

Andrea Bianchi

Mario Sabato, Mio padre non deve essere solo un morto famoso

Si avvicina una data significativa per coloro che sentono che mio padre era, e continua ad essere, importante nella loro vita. Il 30 aprile sarà il decimo anniversario della sua morte.

Ho sentito che si stanno organizzando omaggi e li apprezzo.  Alcuni giornalisti mi hanno chiesto cosa avremmo fatto noi, i suoi cari. E se c’era qualcosa in programma, a La Casa de Ernesto Sábato, per rendergli il tanto meritato omaggio.     

Ho risposto qualcosa che non so se hanno ben compreso. E non posso biasimarli, perché anche per me è difficile capire. So di non essere originale. Che a tanti debba capitare questo: che le ragioni del cuore non sempre si coniugano con i comportamenti razionali che si aspettano gli altri.

In famiglia, e ormai da molti anni, abbiamo scelto l’allegria per ricordare mio padre. Preferiamo la speranza di festeggiare i suoi compleanni alla tristezza di ricordare la sua morte. Soprattutto perché sentiamo che è di questo che abbiamo bisogno. Molti ne hanno ancora bisogno. A maggior ragione in questi momenti sfortunati, in cui avremmo bisogno della sua irruenza per sottolineare le miserie che ci stanno portando verso l’abisso.

Abbiamo tanto bisogno dei profeti, da quando mio padre e Alfonsín ci hanno lasciati soli. Loro che non si facevano guidare dai sondaggi, ed erano così a scomodi per i sempiterni poteri stabiliti. Abbiamo bisogno della sua memoria viva per recuperare la solidarietà e i valori che possono salvarci dal baratro. So che sembra folle la mia illusione che sia ancora vivo. Il non accettare  i documenti ufficiali che ne dichiarano la morte.

Ma so, perché me lo dicono le ragioni del cuore, che lui continuerà ad accompagnarci se lo ricordiamo com’era quando ne avevamo bisogno, tanto essenziale allora come lo è oggi. Non voglio seppellirlo come un morto illustre. Abbiamo bisogno che continui a vivere nella nostra memoria.

Da anni condividiamo la sua eredità nella Casa di Ernesto Sabato. Che non appartiene solo a noi, ma a tutti coloro che ne hanno bisogno. Abbiamo sconfitto tante difficoltà, abbiamo sconfitto tanti nemici e la Casa di Ernesto Sabato è ancora aperta. Mio padre e mia madre ci vivono ancora, in una intimità che non è più la nostra, per insegnarci che la vita vale la pena di essere vissuta, se sappiamo condividere valori e speranze.

Questo è il tributo permanente che offriamo a mio padre.

Siamo convinti che questo sia quello che conta. Quello che facciamo tutti i giorni, a prescindere dalle date simboliche. E ancora di più adesso, quando per noi ogni giorno è simbolico. Giorno dopo giorno stiamo combattendo una battaglia per la vita, la nostra e quella di chi ci segue. Aggrappandoci, quanto possiamo, alla speranza. Quella che vogliamo conservare, e che i profeti dell’odio vogliono portarci via.

E quando l’oscurità ci avvolge, come spesso accade nelle battaglie in cui si combatte per la vita o la morte, può salvarci la memoria viva di quegli argentini perbene, che ci dicono che dobbiamo resistere, perché i miserabili, per potenti che possano sembrarci, non devono sconfiggerci.

So che mio padre ci sta dicendo che possiamo, che dobbiamo, lottare per un mondo migliore di quello che ci viene offerto da chi ha tutto e non vuole rinunciare a niente. E ci ricorda anche quello che tutti sappiamo e che molti vogliono dimenticare: che solo la solidarietà può salvarci. Ecco perché mi concedo l’illusione di ricordarlo vivo, come ne abbiamo bisogno.

Anche se merita tutti gli omaggi che gli sono stati fatti come illustre defunto, temo che venga evocato invano. E so che preferirebbe che seguissimo il suo esempio.

Scomodo per il potere, feroce con i mascalzoni, implacabile con coloro che minacciano i nostri diritti di vivere e di vivere in un paese meno egoista e molto più giusto.

Mario Sabato

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