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“Perché di Ernesto Cardenal ce n’è uno solo al mondo”. In onore del poeta/profeta le parole di David Maria Turoldo

Che paese strano quello in cui ci si ricorda dei poeti quando invecchiano, quando sono inoffensivi, quando sono nella tomba. Ernesto Cardenal era poeta e sacerdote – perché Dio esige il canto e un sacrificio in grammatiche. Di lui ricordo il rimprovero di Giovanni Paolo II, era il 1983, la sospensione dall’esercizio nel sacro (risolta di recente da papa Francesco), la figura ferma, da jedi, nel febbraio del 2004, invitato a Orta dalla rivista letteraria “Atelier”. Teologo ‘della liberazione’, anzi tutto poeta, per lo più profeta. Insieme a Federico Italiano, quando giovinezza rimava con avventatezza, ipotizzammo di compiere una traduzione collettiva, da parte di più poeti, del suo immane “Cantico cosmico” (poi edito da Rayuela). Influenzato da Ezra Pound, esaltato da Thomas Merton, la sua opera è tradotta troppo poco in Italia: la morte metterà giudizio nel cuore degli editori? Nel 2009 l’editore Le lettere pubblica, per la cura di Martha Canfield e Antonella Ciabatti, l’antologia “Nicaragua mondo universo”; dieci anni prima Mondadori ha pubblicato il poema “Quetzalcoatl. Il Serpente piumato”. Fu un piccolo evento, perché la cura e la traduzione è di David Maria Turoldo. Un poeta e sacerdote che traduce un altro poeta e sacerdote. Entrambi, visionari della fede. Nel testo introduttivo, “Nel roveto della fede”, Turoldo sancisce la quota lirica e umana di Cardenal: “Immaginatevi l’eruzione di un vulcano: la lava che improvvisa e incontenibile esplode a raggiera, e nell’aria si intrecciano pietre e carboni in fiamme, e fango; dentro una rosa di lapilli, e fiamme: ecco, proprio così è Quetzalcoatl, questo poema di Ernesto Cardenal. Piccolo quanto coraggioso, un poema pieno di perle e di detriti, cantato con una passione di poeta, e una noncuranza letteraria che è unica; che solo un Ernesto Cardenal poteva e può permettersi. Perché di Ernesto Cardenal ce n’è uno solo al mondo”. Secondo Turoldo, Cardenal faceva “una rivoluzione a suon di salmi, nella luce dell’antico Esodo; cantando gli inni e i salmi delle Scritture; come Israele sceso a lottare contro il Faraone egizio; un Israele che non era neppure popolo, ma puro magma umano, materia prima per lavori forzati… Appunto come oggi”. Poesia/profezia, quindi, che dal deserto e dal derelitto va, sassaia di verbi, contro le metropoli. Turoldo, certamente, entra in Cardenal donandogli il suo verso, trapiantando le Madonne del Trecento nella verbosità vegetale americana. Cardenal, grifone della poesia latinoamericana, aveva compiuto da poco, il 20 gennaio, 95 anni.  

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XIV

Nella notte pregava accanto alla fonte,
nel palazzo del muschio acquatico.
Invocava qualcuno che stava
nell’interiore cielo:
Signora di nostra carne,
Signore di nostra carne.
Colei che di notte porta una veste di stelle,
Colui che di giorno ammanta la terra
di piante di cotone.

*

XX

I Toltechi, che si possono chiamare
nella lingua romanza: “I primi
artigiani”.
Tolteca, uguale Artista.
Toltechi: i pittori
gli scrittori di codici
gli scultori. Quanti

ci lasciarono i loro sogni
su pietra, su legno e fragile
creta. Quanti

diedero i nomi alle stelle, e
conoscevano il permutare del cielo.

Un popolo senza tristezza
libero dalla miseria.

Comunicavano con le anime dei loro morti.
Saggio è colui che fa saggio il volto degli altri.

Il bel canto è simile
a una colonna di pietra
ben levigata.
Artisti delle labbra
artisti delle mani
ecco: la santità dei Toltechi.

*

XXXIX

Poi la misteriosa rovina.
Un decadimento né lento né graduale.
Teotihuacan fu incendiata.
(Travi carbonizzate
pareti annerite nelle abitazioni).
La splendida città sprofondò nella notte
…in questa terra che ora si chiama
Nuova Spagna.
Sono già mille anni che fu distrutta
la famosa città chiamata Tolan,
che ebbe la stessa sorte avversa di Troia.

Ora la guida si commiata
dove sono le vendite di false antichità.
E il vento porta residui di plastica
di un pic-nic.

Ernesto Cardenal

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