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“La filosofia deve essere superata”. Emil Cioran, “Apologia della barbarie”

Nel 2015 “L’Herne” pubblica come Apologie de la barbarie “una serie di articoli pubblicati da Emil Cioran sulla stampa rumena, negli anni Trenta”. Si fa luce, in quei testi, sui primi anni di Cioran: gli studi all’Università di Bucarest, lo ‘scontro’ con Nietzsche, le letture di Simmel e Šestov, la borsa di studio che gli consente di studiare a Berlino, poi a Dresda e a Monaco, nel 1933, aveva 22 anni. L’anno dopo, il 1934, è quello di Al culmine della disperazione. “Quando Cioran, borsista a Berlino, scrive questi articoli per i giornali rumeni Calendarul e Gândirea, denota una fascinazione sconfinata verso la Germania a cui Hitler promette un radicale rinnovamento. Più tardi, avrebbe rinnegato le infatuazioni di allora, ma quei testi restano essenziali per capire lo sviluppo del pensiero di Cioran, come la nostra storia, passata e presente. L’ondata di violenza lì evocata, il crollo metafisico, il declino dei valori morali e spirituali, la perdita di identità di una gioventù disorientata e alla ricerca di soluzioni estreme, sono il sigillo barbaro di una civiltà occidentale in agonia, l’Europa degli anni Trenta, che proietta una luce feroce e singolarmente contemporanea sui problemi dei nostri tempi”. Da quella raccolta di testi si è estratto qui un percorso antologico, per effrazioni, fratture, epigrafi. Ne viene fuori un pensiero di delirante lucidità, irto di coltelli.

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Apologia della barbarie

La corruzione della vitalità nell’uomo ha origine […] dalla sollecitazione delle idee. Ignoro colui che, per primo, abbia definito ideocrazia questa imposizione, questa tirannia esercitata sull’uomo dalle idee; so che molti intellettuali contemporanei si oppongono a questo fenomeno […]. Esiste una reazione – apparsa presso i poeti, molto più che tra i filosofi – contro l’ideocrazia.

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Non mi faccio illusioni […] su questo detestabile e ripugnante fenomeno che è la cultura ufficiale. So che è vecchio come il mondo, e che oggi ci opprime come non mai. Ma trovo rivoltante che tale fenomeno non sia stato svalutato a dovere, che non ne abbiano svelato a sufficienza la nullità e i limiti. Di conseguenza, dovrà essere condotta una vasta campagna… che distinguerà le creazioni vive dello spirito dai prodotti della cultura officiale, da una cultura di banali compilatori e bricoleur; una campagna che, di conseguenza, comprometterà quest’ultima in maniera irreparabile, elevando e distinguendo il solo fenomeno impressionante, seducente – quello della creazione. Nella cultura ufficiale, tutto conta eccetto la creazione. Guardate con quale rivoltante paradosso prospera questa cultura che valorizza i soli scritti che rimandano ad altri scritti, per cui l’eclettismo rappresenta una panacea, l’atto individuale, una nullità, la tensione personale, la sterilità – che parla di spirito, quando non ne trovate la minima traccia, in ogni sua produzione!

E come potrebbe non essere rivoltante, il paradosso di questa sintesi artificiale che si chiama cultura e che, tuttavia, ignora tutto ciò che rappresenta lo spirito, la disposizione personale, la creazione? […] La cultura ufficiale è una contraddizione in termini. Il suo eclettismo è sufficiente a svelarne la nullità organica. Poiché l’eclettismo manifesta un’impotenza e un’insufficienza culturale, l’assoluta incapacità a creare qualcosa di originale in qualunque ordine di valori. […] La cultura officiale è eclettica: essa vede tutto su un piano derivato. In altre parole, abbandona la creazione spontanea, il gesto immediato e vivo, il contatto diretto, fertile.

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Nel tentativo di riassumere quello che altri hanno pensato, la freschezza dell’espressione diretta e viva assume fatalmente, in questo genere di cultura, la forma di una terminologia involuta. Ogni cultura ufficiale non fa altro che snaturare le autentiche creazioni collocandole su un piano derivato; questo desiderio di oggettività (così tangibile negli storici, questi rappresentanti così tipici), in fondo non è che l’espressione di una incapacità e di una sterilità interiore […]. Poiché essi non possono creare, ma solo informare. Ogni cultura ufficiale è una cultura di didatti, di mediocri che non riescono a superare la loro epoca […].

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La distinzione, così netta, tra teologia e mistica illustra assai bene la differenza che esiste tra la cultura ufficiale e la cultura creatrice. La teologia esprime e teorizza tutto su un piano derivato; sostituisce l’intuizione di ciò che, tratto dalla mistica, è originario, con delle speculazioni più o meno vuote […] In materia di religione, l’interesse per la speculazione è il segno di una debole esperienza vitale. Al contrario, quale ricchezza nella mistica! In essa il pensiero assume tutti i vacillamenti organici della visione e resta legato all’atto immanente dell’esperienza.

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Prodotto della sterilità e dell’estenuazione interiore, la critica letteraria si interessa alla sola storia […]. Ora, poiché personalmente accordo un valore alla sola creazione, ai miei occhi la critica letteraria ha un interesse infimo, quasi nullo. Non cambierei un libro di poesie con duemila di critica.

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E cosa ne è della filosofia? Inutile dire che tutte le chiacchiere, tutta la terminologia ufficiale che pretende di stabilire le differenze tra il monismo, il dualismo, il pluralismo, ecc., ecc., non vale, in quanto sostanza e creazione filosofica, un qualsiasi frammento vedico. Ma quando comprenderemo che ogni filosofia priva di una creazione personale è nulla? In tutte le università del mondo, ancora oggi, vige la persuasione che la storia della filosofia sia la filosofia!

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Tutti questi uomini che lavorano, che leggono e scrivono sugli altri, ma che sono assolutamente privi di ispirazione e di spirito creatore, il cui valore è nullo. Culturalmente, sono nati morti.

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La barbarie è il primo sintomo dell’aurora di una cultura […]. Il senso creativo della barbarie non ha mai potuto essere apprezzato per il suo autentico valore, poiché ogni barbarie ha il suo principio nella distruzione selvaggia, là dove l’intenzione più profonda di una rigenerazione futura dimora invisibile.

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La cultura moderna è una sclerosi priva di vitalità, che coltiva forme vuote e insipide, che si presentano quando gli schemi tendono a materializzare il vuoto, ossia l’illusione della vita, piuttosto che la vita stessa. Qui, il mito, come rigoglio naturale, è impossibile. Qui è possibile solo l’estetismo, in cui le forme sostituiscono i contenuti, l’intelletto la creazione, l’intelligenza l’anima. È il raffinamento, il perfezionamento formale, di un estetismo forse interessante, ma indubbiamente sterile […]. Cosa possiamo sperare ancora dall’intelligenza?

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Le immagini culturali più interessanti hanno un’origine lirica, poiché in questo caso uno slancio soggettivo offre alla fisionomia storica della cultura un ritmo vitale tra i più avvincenti, un rilievo particolare, una seduzione irresistibile.

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Ho sempre collocato la politica ai margini della vita spirituale, poiché, in sé, essa non è che una somma di sterili esteriorità […] ignora la sapienza vitale e il ritmo interiore, la complessità qualitativa o gli slanci organici.

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Ritengo inutile e banale occuparsi dei fenomeni per estenuarli con la conoscenza, quando essa nulla rivela di voi stessi, del vostro destino e della vostra missione.

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Avete mai rifiutato di essere educati da uomini che sono il prodotto esclusivo dei libri? […] Non solo all’Università di Berlino, ma in qualunque università del mondo, proverei questo stesso sentimento singolare e vago: so così poco, rispetto ai professori, eppure sento che non avrebbero nulla da insegnarmi. Tutti questi uomini che hanno dissipato la loro vita tra i libri e che sono, ognuno di loro, delle biblioteche ambulanti, di una probità scientifica eccessiva, in fondo non sono altro che professori […]. Il mondo dei libri mi pare inutile; le categorie, sterili; il prestigio dell’intelligenza, banale; gli espedienti della finezza, vani.

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La filosofia deve essere superata […]. Verrà il giorno in cui gli uomini non avranno più nulla a che fare con quelle che chiamiamo le idee […] la filosofia non sarà più l’espressione di uomini impersonali.

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Cosa posso cogliere da tutta questa imponente architettura, preservata, pare, per rivelare la fatalità del tempo – se non che essa esprime il nulla della storia umana, la straordinaria irrilevanza dei suoi stessi contenuti? […] Tutte queste esistenze intarsiate nel bronzo, sono un attentato alla nostra volontà di vivere. Cogliere il nulla a partire dagli oggetti che dovrebbero esprimere la durata, è il più tragico dei paradossi. Invece di gioire di questa ricompensa postuma accordata dagli uomini, noi vorremmo l’oblio assoluto. La memoria esclusa dalla vita. Per vivere, dobbiamo dimenticare. Soprattutto questa fatalità, questa calamità che è la storia.

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Secondo Nietzsche, Beethoven rappresenta l’irruzione delle barbarie nella cultura. Ma ciò è altrettanto vero per lo stesso Nietzsche.

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I francesi sono vivi senza valicare le forme che rivestono la vita; i tedeschi possono essere vivi solo nell’assenza della forma, nell’elementare e il primordiale. E in loro l’esplosione della vita ha sempre qualcosa di inumano, che sfida la decenza. Tutto il messianesimo tedesco ha questo carattere elementare, esplosivo e fiero, al contrario del messianesimo francese, che è discreto e riservato, ma non meno imperialista. La discrezione del messianesimo francese, la maschera dietro cui questi si nasconde incessantemente, rivela perché sia stato sempre accolto con più simpatia rispetto alla brutale sincerità del messianesimo teutonico […]. La Russia e la Germania non possono essere accomunate agli altri paesi […]. La Francia ha sempre amato l’uomo di società, distinto, educato, sofisticato, raffinato e intellettualizzato. L’eroe – questo essere che annienta le forme della vita e, in uno slancio demiurgico irrazionale, un eccesso di vitalità, sente il desiderio di morire e diviene un simbolo unicamente nella morte – non è mai stato un ideale o un culto francese… Per la cultura francese, una cultura dello stile in cui la grazia tempera gli slanci della vitalità, l’antitesi tra la vita e lo spirito non ha mai costituito un problema angoscioso e drammatico. (Il bergsonismo è un’eresia in seno alla cultura francese) […]. In Francia tutti hanno del talento; raramente vi si trova un genio.

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L’assenza di forma può indicare un limite interiore o un’infinità interiore.

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Ogni uomo che, nel suo intimo, non dubiti del sistema che accetta, è degno di disprezzo.

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I piccoli Stati, sfortunatamente, vivono nella venerazione dei grandi, invece di provare a intraprendere un proprio cammino nella storia. L’egoismo dei grandi Stati è l’unica realtà che dobbiamo imitare. Perché dare prova d’ingenuità, credendo alla generosità della Francia, alla Russia universalista, alla Germania civilizzatrice – quando tutte sono mosse da un terrificante impulso a dominare, da un imperialismo dichiarato o dissimulato?  […] Esiste una sola politica, quella degli interessi. Colui che non pratica questa politica degli interessi è un ingenuo.

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Dostoevskij – colui che, tra tutti gli scrittori, ha compreso più profondamente il problema messianico – ha dimostrato, nei suoi scritti politici (per più aspetti, ahimè, troppo reazionari), che un popolo che non crede di essere l’unico detentore della verità ignora che cosa sia una missione.

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Il destino dell’Italia è assai singolare. Questo paese, che ha potuto generare un fenomeno come il Rinascimento, non suscita tuttavia l’ammirazione del mondo. Voglio dire che, fino ad oggi, non ho incontrato un solo uomo assennato che faccia affidamento nel popolo italiano. Tutti ammirano la cultura italiana, ma allo stesso tempo diffidano, perfino con disprezzo, del popolo che l’ha generata. Se fossi costretto a fare a meno della cultura italiana, le altre culture non mi appagherebbero; e tuttavia, non ne comprendo il motivo, dimentico sempre il popolo italiano.

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Il razionalismo democratico ha rifiutato l’eroismo, così come la mistica. Ogni dittatura è eroica – con un eroismo che ha il suo principio nella brutalità e il suo fine nel sacrificio. Non si è sottolineato a sufficienza la distanza che separa lo spirito dall’eroismo. L’azione eroica è il sublime dell’istinto. Più un essere è spiritualizzato, meno è capace di un’azione eroica. L’esistenza dello spirito presuppone la rottura con il rapporto intimo della vita, e la collocazione del dramma su un piano puramente interiore. Essere un individuo spirituale, vuol dire già aver rinunciato alla vita.

Traduzione dal francese di L. O.

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