skip to Main Content

La sintassi applicata alla semantizzazione dell’essere di Severino

In numerosi suoi libri, il filosofo Emanuele Severino ha sostenuto la tesi che se qualcosa esiste, esiste necessariamente, è sempre esistita, sempre esisterà. Chiameremo «eternalismo» tale affermazione e «contingentismo» la tesi contraddittoria, secondo la quale alcune cose esistono solo contingentemente. A fondamento dell’eternalismo, Severino ha posto il principio della semantizzazione dell’essere, in virtù del quale l’essere è definito come «non essere nulla». Sulla base di tale principio, il contingentismo è apparso al filosofo bresciano come una dottrina che contravviene al principio della necessità dell’identità, in quanto ammetterebbe circostanze di valutazione (p. es. istanti temporali) relativamente alle quali qualcosa è altro da sé, l’essere – ciò che non è nulla – è altro da sé, quell’altro da sé che è il nulla.

La semantizzazione severiniana dell’essere è stata oggetto di critiche da parte di diversi autori, come Enrico Berti e Gennaro Sasso. La novità del presente articolo consiste in un punto di vista puramente sintattico sul problema. In altri termini, non ci domanderemo cosa un comune parlante di lingua italiana intenda con il termine «nulla» o se il senso del nulla sia univoco o multivoco. Siamo piuttosto interessati al comportamento sintattico di quella parola, al suo type linguistico. Sembra che nella cornice teorica che Severino chiama «struttura originaria» la posizione sintattica della parola «nulla» in enunciati come «qualcosa è nulla» sia tale da comprometterne la buona forma (e quindi l’interpretabilità). Se ciò è vero, non solo l’eternalismo severiniano risulta minato dall’indeterminatezza sintattica (e semantica) del principio di semantizzazione dell’essere, ma la stessa formulazione severiniana del principio di non-contraddizione in termini di essere e nulla fallisce nel suo essere un che di determinato.

Alcuni ostacoli alla nostra sintatticizzazione devono essere preliminarmente considerati. La parola «nulla» è un segno logico o descrittivo? Se è un segno descrittivo, a quale type sintattico (grammaticale, logico) appartiene? È un predicato o un termine singolare? È un predicato di primo o di secondo ordine? Esprime una proprietà o una relazione? È un termine singolare genuino, come i nomi propri o i dimostrativi, o una descrizione definita? Nelle opere di Severino non ci sono chiari indizi che possano far propendere per una soluzione o per un’altra. Per i nostri scopi, sarà sufficiente assumere che il termine «nulla» sia un’espressione descrittiva di qualche type linguistico. Assumiamo che «l’essere» e «il nulla» siano nomi o costanti persintattiche (cfr. C.A. Testi 2001).

Per la teoria severiniana del giudizio, il significato di ogni enunciato della forma «a è b», dove a è un qualunque soggetto e b un qualunque predicato, è un composto di cui il significato di «a è (esiste)» è parte. Per usare il linguaggio di Severino, il campo semantico di «a è b» include il campo semantico di «a è (esiste)», in cui di a si predica analiticamente il suo essere formale. Ciò implica che non si può determinare (/comprendere) il significato di «a è b» senza determinare (/comprendere) il significato di «a è (esiste)». Inoltre, per Severino, «ogni giudizio affermativo è una determinazione del giudizio esistenziale» (1958, p. 160). Ciò implica in aggiunta che non si può affermare «a è b» senza affermare «a è (esiste)».

Consideriamo dunque un enunciato qualunque, p. es. «Socrate è saggio». Il campo semantico di «Socrate è saggio» include il campo semantico di «Socrate è (esiste)», con la conseguenza che non si può determinare (/comprendere) il significato di «Socrate è bianco» senza determinare (/comprendere) il significato di «Socrate è (esiste)». In virtù della semantizzazione dell’essere, affermare che Socrate è (esiste) equivale a dire che Socrate non è un nulla.

Il senso della proposizione che Socrate è (esiste) dipende allora dal senso della negazione della proposizione che Socrate è nulla, dal momento che «Socrate non è un nulla» è logicamente equivalente alla negazione di «Socrate è un nulla». E il senso della negazione di «Socrate è un nulla» dipende dal senso di «Socrate è un nulla», perché il campo semantico della negazione di «Socrate è un nulla» include il campo semantico di «Socrate è nulla», con la conseguenza che non si può determinare (/comprendere) il significato della negazione di «Socrate è un nulla» senza determinare (/comprendere) il significato di «Socrate è un nulla». Il significato di «Socrate è un nulla» è però impossibile da catturare, perché «Socrate è un nulla» ripropone la stessa forma enunciativa di «Socrate è saggio».

Non si può determinare (/comprendere) il significato di «Socrate è un nulla» senza ancora una volta determinare (/comprendere) il significato di «Socrate è (esiste)». Ciò rende semanticamente indeterminabile «Socrate è (esiste)» e quindi l’enunciato iniziale «Socrate è bianco» di cui è semanticamente parte. L’indeterminatezza semantica di «Socrate è bianco», come di ogni enunciato della forma «a è b», è formalmente rappresentabile con una funzione interpretativa «ungrounded» f(x) tale che il suo argomento x = f(x). È chiaro che per individuare il valore della funzione è necessario conoscere prima il valore del suo argomento, ma poiché l’argomento è la stessa funzione f(x), ciò rende f(x) una funzione/proposizione indeterminabile.

Luigi Pavone

 

Riferimenti bibliografici

Severino, E., La struttura originaria, La Scuola, Brescia 1958

Testi, C.A., «Confutazione logica del neoparmenidismo severiniano: prolegomeni a una formalizzazione della metafisica tomista», Divus Thomas, n. 29, 2 (2001), pp. 90-120.

*in copertina xilografia quattrocentesca di Parmenide

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca