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“Della mia più asciutta lingua”. Sulla poesia di Elisa Donzelli

Come sottolineato più volte, ci sembra che la poesia italiana degli ultimi vent’anni non presenti la necessità di essere incanalata in una considerazione di valori assoluti, perché il tentativo fallirebbe di per sé nel codice identificativo. Ovviamente il gusto del critico andrebbe a cozzare con la volontà di selezionare, di scegliere, di fornire un quadro prospettico, ma non obiettivo. Questo per dire che uno studio fornisce spesso una direttrice, una traccia fenomenologica e nient’altro. Se la poesia di oggi è pressoché inclassificabile, data la forza della dispersione e l’impossibilità di rintracciare poetiche generazionali che definiscano non solo le tematiche salienti, ma elementi di novità strutturali e linguistici, sperimentali o legati alla tradizione novecentesca, individuare il poeta distanziandolo da un’appartenenza, consente di capire, quantomeno, il disegno schematico che si cela dietro la sua parola anti-novecentesca. Il solo criterio adottabile fa riferimento allo scrivente in quanto tale, rinunciando ad implicazioni identitarie, formative, nell’affastellato e nebuloso neo-modernismo di questo terzo millennio.

Elisa Donzelli, con album (Nottetempo 2021) ha dato alle stampe una silloge poetica che pone al centro della dialettica un sentire quasi di pubblico dominio e al contempo un universo privato, una tonalità maggiore dalla quale scaturisce il suo slancio arioso tra i venti e i quarant’anni. L’autrice è nata a Torino nel 1979 e da più di trent’anni vive a Roma. Per l’editore Donzelli traduce e dirige la collana di poesia e si è occupata in particolare di Giorgio Caproni, René Char, Attilio Bertolucci e Roberto Tassi. Ricopre la cattedra di Letteratura italiana contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa. In una recente intervista ha dichiarato a Letizia Giangualano: “La poesia osservata, prima ancora che letta, ha contribuito a costituire la mia identità di genere ma anche la mia coscienza politica e civile. Per questo dei miei diversi tratti e ruoli professionali rivendico come elemento comune, e trait d’union, l’essere declinata al femminile”. La poesia è intesa dunque come un’azione critica della donna nel suo empirismo, che ragiona sull’evoluzione del mondo privandolo di inutili diverbi e disinganni, di pulsioni viscerali o di un carattere onirico. Tantomeno emergono echi post-ermetici o sperimentali, d’avanguardia. Semmai un accostamento con la cosiddetta via alternativa che ha avuto una forza nei versi vivificanti della terza e della quarta generazione, quella di Giorgio Caproni, Vittorio Sereni, Sandro Penna, Carlo Betocchi, Alfonso Gatto ecc.

L’esperienza del mondo, in questa silloge, ha una funzione frammentaria, come ogni tentativo di sviluppare una soluzione positiva, un riscatto contro il dolore, rimuovendo le relazioni disperse, sfilacciate. L’umanità è randagia, volubile, clandestina, ma ogni persona si fa cellula e midollo e ogni attimo assume una valenza pressoché assoluta. La poesia è quindi piena di culmini, di minacce, rebus, affanni, espiazioni, tregue.  I movimenti appaiono fedeli ad una prospettiva che sancisce la presenza incarnata, biologica della ragazza prima e della donna dopo, in un contesto aderente al vertice emotivo suggestionato, nella dimora di un tempo sospeso, eredità acquisita, probabilmente, dalla poesia di René Char. Scrive Elisa Donzelli nel testo incipitale di album: “ho sognato stanotte / che ti stavo sognando / e così facendo / ti stavo perdendo / perdendo il ricordo di te / per quello che brevemente / sei stata che non sei stata / e non sarai nei giochi / di mio figlio che adesso / vuole raggiungere / la tua età / la mia”.

Questo testo sembra conglobare una genetica epistemologica, un processo cognitivo che assembla le somiglianze che non si vedono, ma si avvertono. Del resto Elisa Donzelli richiama spesso la “custodia” dell’altro mediante istantanee, fotogrammi, flash immaginativi, ricordi specchiati che hanno una precisa collazione spazio-temporale, oppure sono lacerati e contratti in un’entropia collocata al di fuori dell’anamnesi. I luoghi di apparizioni e sparizioni riempiono le scene reali e un teatro mentale. Ecco un esempio in cui l’essenzialità formale si traduce in un dettato immaginario: “vorrei in questo settembre capire / come si forma un colore / nelle bolle di luce in frequenza / sul fondo del microscopio”.

L’album, il titolo del libro, è soprattutto la metafora della scatola delle fotografie dove finiscono, fagocitate, le fasi mnestiche della vita. “E le trovo sfuse nei decenni, ottanta, novanta zero dieci sono numeri non anni”, riferisce Elisa Donzelli in una breve prosa. Villa Torlonia è un punto geografico nella mappa dell’anima, un punto di fuga e un punto di perdita, il luogo prediletto della “sorellanza” che non può passare inosservata. In fondo lo spirito con cui viene condotta la ricerca di una tramatura e di un vettore, la stimmung che fa da dimensione cartesiana, è di natura affettiva. La poesia rimane composta linguisticamente e la qualità precipua consiste in una poiesi diretta, scorrevole. Sul piano argomentativo è racchiusa nella perdita immedicabile, nell’impossibilità di arginare un silenzio oscuro, nel compito che va oltre la testimonianza, quasi identificando una linea di destino nella formula di chiusura che attinge spesso all’infanzia perduta (“Sono dove tu ci sei i miei primi ricordi, / alle finestre che da sempre abbiamo / abitato aperte sulle Tuileries / con le bambole in fila da rimproverare”).

Sembra di trovarsi dinanzi alla trasfigurazione dell’opera marmorea La gioventù che cerca di fermare il tempo di Donato Barcaglia (1875), nel rilevamento dell’iconica pietra filosofale, mentre l’uomo in fuga, con il dito puntato, viene trattenuto da una figura femminea nell’istante fatale del distacco. Si affacciano i riquadri del tempo sovrapposto nelle cose come fossero viste per la prima volta, in una nitidezza asciutta, essenziale: i palazzi, le vie, lo stadio, le luci, il concerto, il mare, la spiaggia, lo scoglio. Non mancano le canzoni di un’epoca, la rock star Madonna, il gruppo statunitense dei R.E.M., la cartolina per Alberto Moravia al mare in una casa “sulla lingua di sabbia”, il video di Carola Rackete, il terremoto in Abruzzo, il Covid-19: la verità vertiginosa che sgorga da episodi, dalla determinazione occasionale, così come da una fissità contemplativa e dolorosa che assurge a constatazione aggiunta e mai da estrema dissolvenza. Le inquadrature di Elisa Donzelli, come fossero spezzoni di filmati, lasciano un senso di spossamento, di interlocuzione mancante. Eppure il tentativo è di superare l’ostacolo del non compreso, del male provocato casualmente.

È proprio questa possibilità di capire ciò che succede al di fuori del proprio intendimento, che fa maturare spesso un’idea risoluta. Un componimento si intitola Linfoma H (si tratta del linfoma di Hodgkin, un tumore del sistema linfatico): “scende senza avviso / sulle nostre vite / e non si vede il male / che avresti preso tu / per me se potevi / scambiare il dolce / e l’amaro del sangue”. Un amalgama persuasivo accompagna questa poesia in una disposizione epifanica, pur non venendo meno i nodi cruciali, i lampi improvvisi e tesi, una fruizione visiva, tattile, tendente al diarismo, ad una giovanile predisposizione che predilige forme espressive confidenziali, più che di natura descrittiva. Non mancano le intermittences du coeur, gesti e movimenti sedimentati nelle ripercussioni testuali, specchio di uno sguardo lenticolare per afferrare il sentimento del tempo in una rappresentazione tersa, concentrata.

La poesia non si riduce mai a lamento, a rimostranza. Si delinea nella responsabilità e nel pudore, in un nucleo di valore nella segmentazione dei fatti, nel riassorbimento degli stessi: “te lo ricordi Nora / il 25 aprile del 1994 / quando a quindici anni / abbiamo preso il treno / e la pioggia scendeva / sul Duomo di Milano?”. Il ricordo, nel fermo-immagine che rimanda al treno del distacco di una poesia di Giosué Carducci o all’idillio pittorico (malinconico) di Gaele Covelli, si fa più pungente ed è inversamente proporzionale al tempo odierno, come se il singolo episodio fosse messo a fuoco, nel pathos di sottrazioni, anno dopo anno: “adesso dovevamo incontrarci / per quello che siamo state a vent’anni, / ora che la magrezza può finire / e finisce la lotta per l’appartenenza / la disobbedienza che non nega al corpo / la bellezza ma la usa”. L’anima si snoda in un incessante tempo restituito nel suo momento imperfetto, dove a volte non si riconoscono il presente e il passato nel recupero di un’età, ma associazioni mnemoniche che evocano scene pendenti tra cronaca individuale e storia collettiva, un movimento prensile che afferra lo stato d’animo dell’altro nella vena ispirativa: “anche il tempo ora è passato sui volti / lo vedo se ci guarda il figlio, sorride / di te a vent’anni ed è una gara / assomigliargli nelle fotografie / stupirsi dell’iride verde / nel chiaro incarnato, oscilla / tra i tuoi e i miei tratti / prende dell’uno e dell’altro / la macchia e poi i segni”.

I ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza ritrovano un’originaria unità, un sentimento mai edulcorato, ma infittito di ritorni. Scrivere di esistenze minime è nel miracolo di ogni poeta che fuoriesce dall’informazione asettica per conoscere un altro linguaggio, psicologico, visivo, uditivo. Elisa Donzelli celebra un tempo vasto, comune, condiviso, fino a che la poesia si erge ad esaltazione immaginosa di soggetti, compresenza marcata di vicende e di memoria saldate in un tutt’uno, seppure l’enunciazione non comunichi una vitalità amorosa tra uomo e donna, una sopravvenuta immissione erotica, ma il dono esclusivo dell’amicizia e del ruolo insostituibile di figlia e di madre. Il linguaggio non è mai spezzato, ma penetra le cose orientandole in una vocazione scenica, in un’accezione più spirituale che materica.

La costruzione sintattica del verso risponde all’esigenza di aprire ad esclamazioni tanto nette quanto cristalline, mentre il dire si lega all’evento capace di determinare un contrasto, il combinarsi delle parole che scardina le situazioni oscure, dolorose, come nella poesia dedicata a Marta Russo: “Per giorni sei stata in quel tratto di strada / compagna di passo evanescente”. La riflessività perpetrata può essere la chiave di lettura dell’intera raccolta, se si pensa che il non condivisibile è un principio demandato a riscontri continui, ad un fiorire di esclamativi. Pensiamo, rifacendoci alla storia collettiva di cui accennavamo, a Sonetto per Hevrin, Hevrin Khalaf, segretaria del Partito siriano del Futuro e attivista per i diritti delle donne, uccisa nel nord della Siria nel 2019: “E cercarti vicina nel nome, allo specchio / riflesso della mia più asciutta lingua / dove per variante potresti chiamarti Eva / mentre in curdo alla radice vuoi dire amica”.

Escono getti di pensieri continui sui rapporti umani e un’unica domanda sull’origine del male comune. Il rapporto dialogico rappresenta l’avventura orizzontale dove presenze e assenze risultano in continua transizione. Il filtro non è solo nel ricordo, ma anche in una corrispondenza che supera la fisicità: “sembrano come gli uccelli / che vedo da questo treno / i migranti, sparuti nelle stagioni / a gruppi inaspettati ognuno / con il proprio volo / ognuno con gli altri, / se nel sogno che avevi per loro / mi hai detto di osservare la scelta / non il modo del loro alzarsi”.

L’impazienza di dire collima con l’impazienza dello sguardo fotografico che emerge nel meccanismo compositivo. Facendo leva su un gesto istintivo, la decisione di Elisa Donzelli sta nel modulare l’alterità del mondo, nell’attribuire una sottile vibrazione a questo universo così sfrangiato, in un ipertempo somigliante alle “mille tinte” degli spartiti versificatori, tipici, in un possibile parallelo, della poetica di Maria Luisa Spaziani. Si conferma la tensione conoscitiva attraverso la sorte e i mutamenti decennali, con l’immagine femminile e il senso di perlustrazione dei sentimenti che rimangono al centro dell’attenzione dell’io. Molti indizi e reperti si uniscono all’immagine di donna nel canto inteso come lasciapassare, l’unico, dell’anima pensante. La conferma arriva da tutta quella continuità di azioni quotidiane, priva di letterarietà e di influssi gergali. Il fiato lungo del poeta è inconfondibile nella concentrazione degli accadimenti e la lingua si disossa in una couche d’elezione. L’identificazione formale e sostanziale si fa sempre più precipua, specie se le vicende allegoriche trasformano questa poesia in una calcificazione indiziaria nel tempo, all’unisono con una “volontà della coscienza”, in un’eco di passi che ritrova l’innocenza di una volta, l’infanzia del mondo purificata (si sente l’influenza di Giovanna Sicari in una direzione di scrittura a ritroso, che non rinuncia al ripescaggio dell’età a cavallo tra la post adolescenza e la maturità) contrapposta alla letteratura caustica del cupio dissolvi.

L’ombra del poeta si allarga in un ubi consistam che non volge le spalle alla vita, che non naufraga in un indistinto ascoltare, ma inanella distinzioni, fitte di gioia e di dolore, assaporando, inevitabilmente, il bene e il male. Elisa Donzelli non si lascia catturare da facili intellettualismi, ma consegna una forma rapida e fluida per calarsi nel mondo. Lo sguardo ricuce autobiografia e mutamenti epocali, una conversazione attiva a ridosso della vita. Collauda la realtà con le sue rifrangenze e rinnova di testo in testo la partecipazione emotiva, come fosse messa alla prova in un corpo a corpo con l’esistenza e i suoi flussi inarrestabili. I testi si congiungono in un continuo rimarginarsi, in una continua rifioritura fuori da un intento oracolare ed elegiaco. Il senso musicale di variazioni e ritorni, sino al finale del libro (Aprendo la notizia) che chiude un cerchio con la prima sezione (Esercizi di disegno), eleva la donna in uno spazio mai del tutto perso, saldamente consapevole della necessità di salvaguardare quel passato ormai esiliato nel rimpianto per ciò che non sarà rivissuto. Ma la poesia sigilla un’unità di senso nei suoi sviluppi tematici e formali, in una schedatura di connessioni e introspezioni tra madre e figlio (“Non è merito mio / se ti sai trasformare / e il vestito che indossi / accende il Carnevale. / Non so in quale mare / vorrai ritrovarmi, / rileggimi tra vent’anni”).

Con questo libro esordiale Elisa Donzelli dimostra, al pari di altre figure femminili ben conosciute (Giovanna Sicari, Patrizia Cavalli, Antonella Anedda, Daniela Attanasio, Mariangela Gualtieri, Giovanna Frene, Luigia Sorrentino, Francesca Serragnoli), di partire dall’autonomia dell’arte contro forme stereotipate di ideologia. Un valore di proposizione scopre appunto la verità che accade di per sé, senza subordinazione e sovrastrutture. L’ideale non vuol dire una risposta già data, ma fornire il quadro di una ricerca scrupolosa in cui la poesia accompagna il mondo in un investimento di cuore, in un segno tangibile, in una fede rivalutata: una stella polare che illumina la strada, anche la più impervia. Ogni punto temporale si traduce in una prova da rischiare, in una tensione che si affaccia nell’oggi permeabile, perfino balsamico: “Potrebbe essere questa come un’altra / la data in cui distratte ci siamo perse, / nei pochi incontri estranei al nostro essere / sempre insieme a tenere lacuna e scarto / dell’inutile scelta”.

Alessandro Moscè

*in copertina La gioventù che cerca di fermare il tempo di Donato Barcaglia (1875)

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