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“Come un tempo, il poeta deve dare la sua vita in dono alla Bellezza”. Audace, frivola, ribelle: Edna St. Vincent Millay

Dopo la preghiera del mattino, che scongiura la corsa dei cani dell’alba, faccio zapping leggendo i giornali di questo e altri mondi. Arrivo a “El País”, m’incuriosisce l’articolo di Andrea Aguilar. Titolo: “Il ritorno dell’indomita Edna St. Vincent Millay, la poetessa dei folli anni Venti”. Il pezzo è buono, la fotografia di Edna magnetica, come sempre. “La vita di Edna St. Vincent Millay si può riassumere in uno dei suoi versi più celebri, La mia candela brucia da entrambe le estremità. Ottenne il Pulitzer per la poesia nel 1923: era la terza donna a conseguire un premio così importante, per molti fu la prima, per la sua popolarità e la lirica radicalmente nuova, diversa da ciò che era stato scritto prima… Al ritmo del foxtrot questa donna minuta, disinibita, indipendente, frivola, audace, piena di vitalità divenne la principessa del Greenwich Village di New York. Ebbe una incredibile lista di amanti, di entrambi i sessi, da Djuna Barnes a Salomón de la Selva, poeta discepolo di Rubén Darío. Anche Edmund Wilson fu uno dei suoi molti amanti, e un suo grande protettore, nonostante Edna avesse rifiutato la sua proposta di matrimonio. Non aveva paura di essere esuberante, ribelle, indifesa e indifferente, come una delle stravaganti eroine di Francis Scott Fitzgerald”.

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Il bravo articolista presenta, con sfoggio, l’Antología poética di Edna St. Vincent Millay appena edita da Lumen: quasi 400 pagine e una dida roboante, “La più grande poetessa dai tempi di Saffo”. Effettivamente, Edna fu baciata da un successo lancinante, frutto di una poesia disinibita, vitale, tecnicamente impeccabile (“Insieme a Robert Frost, è stata una dei più abili scrittori di sonetti del XX secolo, in grado di combinare atteggiamenti modernisti con le forme tradizionali, creando una poesia unica”).

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Nonostante il nome, non ebbe altra nobiltà che la poesia. St. Vincent non è un vezzo aristocratico, ma la targa dell’ospedale newyorchese in cui fu salvato, poco prima della sua nascita, lo zio. La madre, Cora, era un’infermiera con solide passioni letterarie (durante i vari traslochi teneva in borsa Shakespeare e Milton): si separò quasi subito dal marito, Henry, un insegnante. Edna – che si faceva chiamare Vincent, adorando l’ambiguità, e si firmava Nancy Boyd quando scriveva in prosa, moltiplicando le sue identità – crebbe povera, con un talento innato, sinuoso.

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Divenne “l’icona della Nuova Donna”, come scrive la sua biografa, Nancy Milford (Savage Beauty), non aveva paura di nulla. Il 22 agosto 1927 fu arrestata per aver protestato, davanti alla State House di Boston, contro l’esecuzione di Sacco e Vanzetti. “Capii che agiscono clandestinamente mostri dietro la democrazia”, disse. Scrisse, su “Outlook”, nel novembre di quell’anno, un articolo, Fear, di dichiarata potenza, contro il potere “ipocrita e avido”, contro “la bruttezza atavica dell’uomo, la sua crudeltà, la sua canonica faccia bugiarda”. Si era già sposata con Eugen Jan Boissevain, decisamente ricco, vedovo della suffragetta, socialista, femminista Inez Milholland. Edna fu felice (almeno al principio): ciascuno poteva coltivare con solare spavalderia le proprie relazioni fedifraghe. Nel 1943 fu onorata con la Frost Medal, medaglia importante in quel paese che crede nei premi (l’anno prima era andata a Edgar Lee Masters, dopo di lei la ottennero Wallace Stevens, John Ashbery, Ferlinghetti…).

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Mi pare folle che in Italia di Edna ci sia quasi nulla. La sua tardiva scoperta – per Crocetti, nel 1991 – la si deve a Silvio Raffo, che ha curato un libro, L’amore non è cieco, quasi subito ‘di culto’. Per i 70 dalla morte, lo stesso Crocetti, il mese prossimo, produrrà una nuova edizione del libro, con “nuove traduzioni e molti inediti, a partire dal poema Renascence, che ha sancito la grandezza di Edna”, mi dice Raffo, che ho raggiunto per capire meglio lo specifico talento di Edna.

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Thomas Hardy disse che “gli Stati Uniti hanno soltanto due grandi attrazioni: i grattacieli e la poesia di Edna St. Vincent Millay”. Edna morì cadendo dalle scale, nella sua casa, Steepletop, ad Austerlitz, New York. Aveva fumato, stava traducendo alcuni passi dell’Eneide. La trovarono otto ore dopo il decesso. Il marito era morto l’anno prima; l’epoca a cui apparteneva era scomparsa da almeno dieci anni. “Fu l’eroina commossa e possente degli anni Venti, Trenta e Quaranta, fu un indolo per le giovani generazioni durante i gloriosi giorni del Greenwich Village”, scrisse il “New York Times”. Il giornalista che cavalca il coccodrillo azzarda in particolari: “Vestiva in impeccabile camicia da notte nera, indossava le pantofole”. Bisogna essere sempre pronti a lasciare questo mondo con nitida eleganza. (d.b.)

Edna muore 70 anni fa: quanto è giovane la sua poesia (ovvero: che senso ha leggerla oggi) e che ruolo ha negli Stati Uniti? Da noi è pressoché ignota, perché? E poi: non è che per l’anniversario stai allestendo qualcosa di suo, di nuovo?

La poesia di Edna non è giovane, è giovanissima. Fresca, fragrante, diretta, priva di astruse circonvoluzioni o cervellotici sofismi come tanto poetese contemporaneo. È lirica e insieme intellettuale al più alto livello del termine. Soprattutto, è una poesia gioiosa, vi si respira una profonda joie de vivre, che capovolge e rigenera ogni dolore e ogni pena, financo la nevrosi, in pura energia di canto. Il suo identikit è questa quartina:

The world and I are young!
Never on lips of man,
Never sine time began
Gas gladder Song been sung.

Altro che litanie suicidevoli o sulfurei canti funebri o recriminazioni per l’altrui incomprensione. Nessun autocompiacimento. L’amore vissuto come dovrebbe essere sempre vissuto, nella totale libertà da qualsiasi pregiudizio o pretesa di possesso. L’amore non cieco (ricordiamoci il titolo delle mie prime traduzioni) ma dotato anzi di un terzo occhio. Maschile/femminile, eterosessuale/ omosessuale, tutte ridicole etichette che in lei non esistono. Il ‘panamore’ piuttosto, ma mai uno sbandieramento da corteo. Negli Usa l’amarono e l’amano per la completezza e la sicurezza della sua personalità, sia i primi rebels del Greenwich Village sia le signore ‘perbene’ della borghesia o aristocrazia ‘romantica’ (degli anni Trenta come di oggi) sensibili all’eleganza e alla Bellezza della Melodia. Ma la sua è una poesia che può raggiungere tutti, anche un pubblico non particolarmente colto, ad esempio con certe ballate che arrivano subito al cuore ma non tradiscono mai l’intelletto. (Altro che i nostri menestrelli asserviti all’ideologia di squallide bandiere). La critica americana l’ha definita non a caso “the most important lyrical poet”.

Tre aggettivi con cui definire la poesia di Edna e la sua personalità linguistica.

Luminosa, lancinante, modernamente melodica.

Come penetra nella poesia la vita di Edna e quali sono le sue influenze letterarie?

La vita entra nella poesia di Edna con assoluta semplicità, naturalezza e sintonia. Si tratta di una poesia anche del quotidiano: questa ossimorica simbiosi di realismo e trascendenza onirica è una delle sue qualità più peculiari. Sa descrivere le condizioni delle piante nella sua fattoria di Steepletop come se si trattasse di fenomeni paranormali o comunque sempre in relazione a un suo stato psichico. Formalmente parlando, il suo stile richiama poetesse a lei molto care, come la virginale e insieme tenebrosa Christina Rossetti o la malinconica e fulgida Sara Teasdale, ma nei sonetti (di una perfezione metricamente impressionante) Shakespeare filtrato da John Donne ma irrorato da un estro e un wit soltanto suoi, come soltanto sua la leggiadra perfidia che affiora in certi testi (cfr. Bluebeard).

E tu… come l’hai incontrata, perché è scattata la scintilla traduttiva? 

L’ho incontrata grazie a una mia amica (nella mia vita ho sempre avuto amiche meravigliose): Anita Aletti, che mi disse, “Tu devi tradurre Edna St. Vincent Millay. Vi assomigliate troppo”. La presi in contropiede: “Le assomiglio più che ad Emily?”. Incredibilmente, disse di sì. Io avevo appena licenziato il ‘Meridiano’ Dickinson e, non essendo mai stato monogamo, mi lasciai convincere senza sentirmi un traditore (sono fedele a tutte, da Saffo a Dorothy Parker). Non me ne sono pentito.

Infine, cosa stai traducendo (o cosa vorresti tradurre)?

Sto divertendomi a tradurre Dante Gabriel Rossetti, adorabile esteta capriccioso e necrofilo, e un poeta sconosciutissimo, Sir Ernest Dowson, un wildiano impenitente sentimentale e supermelodico morto all’età di Gesù. Prendo solo ora coscienza che sto iniziando a tradire le donne con gli esponenti di genere maschile. Dovrei preoccuparmene? No, sono come Edna, e non mi faccio problemi di nessun genere.

***

Rinascita

Dalla mia postazione di vedetta
scorgevo solo tre montagne e un bosco;
poi mi volsi e scrutai nell’altro senso,
e tre isole vidi in una baia.
Con gli occhi giunsi all’orizzonte – linea
sottile, fine, dritta tutt’intorno –
di nuovo al punto ritornai da dove
ero partita con lo sguardo, e vidi
null’altro ancora che montagne e bosco.
Altro non m’era dato di vedere,
era questo soltanto a circondarmi:
montagne e bosco, ma così vicini
parevano che quasi, con la mano,
avrei potuto toccarli, pensai,
da dove mi trovavo. E d’improvviso
tutto mi parve piccolo. Il respiro
s’attenuava, e quasi si spegneva.
Ma certo, mi dicevo, è grande il cielo,
per miglia e miglia sovrasta il mio capo.
Mi stenderò per terra, e con lo sguardo
percorrerò quanto più posso il cielo.
Così scrutai e mi accorsi, dopo tutto,
che il cielo no, non era così alto.
Mi dissi: Il cielo, sì, deve fermarsi
da qualche parte – e ne vidi la fine!
Non è poi così grande neanche il cielo,
pensai, posso toccarlo con la mano!
E levandola per toccare il vuoto
gridai. Sentivo il cielo in mano!
Gridai forte e, lo giuro, l’Infinito
scese a posarsi proprio a me d’accanto.
Il mio grido respinse nei precordi,
le mani ricompose sul mio seno
ed incidendo dell’Indefinito
ogni definizione della mente,
uno specchio mi pose innanzi agli occhi,
che la mia vista attraversò a fatica
finché mi parve di toccar con mano
l’immensità al mio palmo misurata;
una parola bisbigliò il cui suono
assordò l’aria e molti mondi intorno
e alle mie orecchie il mormorio sommesso
portò di amabili sfere rotanti.
Il cigolio del cielo penetrato,
il ticchettare dell’Eternità.

*

A Katleen

Come un tempo anche oggi il poeta
in una buia, gelida e misera soffitta
deve patire fame, freddo e scrivere
su cose come il fiore, il canto e tu;

e come un tempo dare la sua vita
in dono alla Bellezza, per farla sopravvivere,
quella Bellezza che non può morire
finché ci sono i fiori, il canto e tu.

Edna St. Vincent Millay

*Le traduzioni sono di Silvio Raffo

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