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“Benché impazziscano saranno sani di mente”. Dylan Thomas & Giacometti

Viviamo tempi apocalittici, da due anni a questa parte. Anche quest’anno si chiuderà tra polemiche e strascichi di memoriali più o meno inutili. È ormai vecchio, zoppica ancora per poco questo Edipo destinato alla fine. Se n’è andato veloce o più lento degli altri? Chissà. Certo che noi esseri umani non siamo cambiati, semmai ci siamo disumanizzati. Una cosa è rimasta del tutto, nel bene o nel male: l’ironia di marca social, a tratti necessaria, a tratti sfociante nel suo opposto, l’acrimonia, ovvero, per usare una metonimia, di chi fa del proprio lavoro quotidiano, delle proprie piccole invidie, la disgrazia altrui. Mi sta bene che si scherzi per sdrammatizzare. Nello stesso tempo credo che si sia perso il senso della realtà, il peso del dolore e delle altrui emergenze, non solo sanitarie. L’indifferenza ha preso piede a tal punto che ritorna in auge il motto Mors tua, vita mea, come romanità insegna. Proprio come in Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, nella nota scena in cui, disposti a cerchio, i soldati statunitensi spendono parole di cordoglio per la morte di due di loro, tutti tranne il duro di turno che dice: “Meglio a voi che a me”. Solo che in guerra la strage a cui allude, poco dopo, il duro soldato, soprannominato “Animal”, e interpretato da Adam Baldwin, è cosa serissima, ma qui, quale guerra che giustifichi l’esclusione o la negazione di diritti inviolabili? Restiamo così ad attendere, ancora, che tutto cambi.
Ci ricorda Dylan Thomas, grande poeta e bevitore, che la vita è rischio, che la vita è tutt’altro dal quieto esistere al giubilo di massime domestiche buone per tutte le stagioni. Lui stesso, nei momenti di pace, di meditazione poetica, rammenta la sostanzialità del tempo, la materia mutante di cui è fatto l’uomo, la sua fibrosa essenza, figlia della Natura, quando scrive nella raccolta Poesie inedite – edite da Giulio Einaudi, edizione del 1980, a cura di Ariodante Marianni, poeta e stimato traduttore di Whitman, Dickinson e dell’opera completa di William Butler Yeats –, dai Poems of Dylan Thomas, la poesia No thought can trouble my unwholesome pose:

Nessun pensiero può turbare le mie pose malsane
né smuovere l’austero guscio del mio spirito.
Non mi ferisci, la tua mano non può
indurmi a ricordare e a essere triste.
Io ti prendo con me, dolce pena
e ti rendo più aspra col mio gelo,
la mia rete che prende a rompere
le fibre o il filo dei sensi.
Nessun amore può forare
la spessa corazza di cuoio,
la dura crosta irrovesciabile
che nasconde il fiore al profumo
e non mostra il frutto al sapore;
Nessuna onda può pettinare il mare
e incanalarsi in saldo sentiero.
Ecco l’idea che viene
come un uccello nella sua leggerezza
sulle vele delle esili ali
bianche per l’acqua sollevata.
Vieni, stai per perdere la tua freschezza.
Vuoi scivolare da te nella rete,
o devo io trascinarti
nella mia esotica compostezza?

La grandezza, qui, sta nel dialogo con se stesso, di leopardiana memoria, ma senza la scure del pessimismo cosmico a far sì che le parole sul finire volgano, similmente alla chiosa del poeta di Recanati, in una caduta immane: “Ormai disprezza te la natura, il brutto /poter che ascoso impera, a comune danno impera, /e l’infinita vanità del tutto”. L’interrogativo finale, anzi, manifesta la luce di un’ambiguità salvifica. Questo amore che il poeta non nomina a sproposito, per farsi vanto o ammiccare ai suoi lettori, usuale pratica dei contemporanei, questo amore che non può forare la crosta che nasconde, a sua volta, come un vero amore dovrebbe, la sinestesia delle cose intime, questo amore non può penetrare, corrompere l’anima.

Come nessuna onda può pettinare, ovvero accarezzare, quietamente il mare, farsi saldo sentiero da percorrere, poiché non esiste via sicura su questo mare esistenziale. Solo la sua superficie sembra agitata “come il mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie”, nota frase di Johann Winckelmann per descrivere il mare della classicità, riferita all’espressione plastica delle figure greche, nella propria, mitica eternità. In verità, il poeta gallese va oltre, coglie l’idea platonica e ne fa materia viva, natura non pesante ma leggera, rievocando la lezione dell’arte surrealista, di cui fu riconosciuto seguace. La domanda, nel finale del componimento, alla parte animistica fuori da sé, allude, forse, a una compostezza apparentemente sussiegosa o a una compostezza di fatto stravagante, di una ricercatezza errabonda?

Come Dylan Thomas anche Alberto Giacometti è stato attratto dal movimento surrealista. Contemporaneo del poeta gallese, Giacometti conserva in maniera non dissimile il senso della profondità delle cose umane, nella sua ricerca artistica ed esistenziale. Entrambi, pur abbracciando il dialetto surrealista, lo plasmano a loro modo, Dylan Thomas per sconvolgere gli ambienti accademici della poesia tradizionale, e Giacometti per dare sostanza tattile, materica, ma di una materialità imprecisa, alle sue pitture e sculture dall’epidermide sfaccettata, raramente esperibile con un semplice sguardo. Le sue sculture filiformi, in argilla e bronzo, sono a metà tra la statuaria tribale africana e i graffiti primitivisti, quasi archetipici, di Mirò, nonché, inevitabile citazione, sono pur gemelle delle esili figure antropomorfe e degli elefanti dai lunghissimi arti, pur carichi di iconografie simboliche, del notissimo quadro di Salvador Dalì Le tentazioni di Sant’Antonio del 1946.

Entrambi, il poeta e l’artista, anime dalla verve indipendente, si tireranno fuori dagli “ismi”, dall’etichetta di artisti ribelli che sfidano la morale comune, i vari, pur geniali, Tanguy, Dalì, Breton, Ernst, con i loro vezzi dissacranti e sberleffi ironici. Si manterranno fuori dai movimenti di gruppo, per sfidare, anzi, la temporalità terrena, più che la noiosa società contemporanea. Valgano per Dylan Thomas, in particolare, le due notissime liriche Do not go gentle into that good night del 1951, con l’altro noto ritornello di rimando “Infuria, infuria contro il morire della luce”, e And death shall have no dominion del 1933, dai noti versi anaforici: “Benché impazziscano saranno sani di mente, /benché sprofondino in mare risaliranno a galla, /benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo”. Un filo di resistenza unisce qui il poeta all’artista svizzero, ovvero la tenacia comune a persistere nelle loro ossessioni più grandi e insidiose, la scrittura e l’alcool per Thomas, l’arte e l’amore per una donna, che gli sarà vicina fino alla morte, in Giacometti, non più attratto, col passare degli anni, dalla moglie Annette. Si tratta dell’amore fra un Giacometti ultracinquantenne, ormai sfiorito dal suo lavoro, e Caroline, una sprizzante ventenne incline alla prostituzione, sedotta dal fascino dell’artista dalla grande fama e fame d’arte, amore raccontato nel romanzo L’ultima modella di Frank Maubert, in Italia edito da Archinto nel 2013. Un amore, certo, segnato dall’infedeltà di lei, donna di facili frequentazioni, ma compensato dalla voglia di uscire dalla routine quotidiana di Giacometti, sempre chiuso a creare e ricreare nel suo studio di esigue dimensioni, nel quartiere parigino di Montparnasse. Fu musa esistenziale e modella, Caroline, e anche se il loro amore fu quasi un bluff, per l’evidente distanza anagrafica, entrambi ne ebbero piacere. Perché l’amore, anche per brevi momenti, ha la forza di vivificare gli sguardi, gli animi afflitti dalla morsa dei giorni più duri, dall’acredine delle rutinarie dinamiche. Anche per Caroline, d’altronde, ragazza dai tanti clienti amorosi, non doveva essere facile, nella Parigi peccaminosa del tempo, trovare un uomo disposta ad amarla nella sua natura selvatica.

Di questo amore viene solo in parte raccontato nel film Final portrait dell’attore e regista statunitense Stanley Tucci, ispirato dal libro A Giacometti portrait di James Lord del 1965 e pubblicato in Italia da Nottetempo. Come nel libro, così nel film viene descritta la lunga gestazione dell’ultimo ritratto di Giacometti per l’amico e scrittore statunitense James Lord, tra continui atti di pittura, scoramento e ripittura, processi alquanto ben noti agli stadi di elaborazione della scrittura. Ma l’aneddoto che forse è più interessante da ricordare, perché sia da monito a questi tempi segnati dal consumismo più sfrenato, è probabilmente quello in corso tra l’amore di Alberto e Caroline. Lo mette in luce Tucci stesso nel documentario Alberto Giacometti – Perspective, a riprova dell’interesse emulativo del regista per la passione artistica e del carisma di Giacometti. Il racconto, che rievoca in parte il Fu Mattia Pascal pirandelliano, restituisce un uomo tutt’altro che venale, a fronte di opere battute in tempi recenti per milioni e milioni di euro, come sempre succede agli artisti post mortem. È noto, infatti, che Giacometti non avesse un conto in banca e che tenesse il suo denaro sotto il materasso.

Un giorno, un gangster d’altri tempi si presentò con Caroline allo studio di Giacometti con una Buick, un’auto d’epoca scintillante, chiedendo dove fossero i suoi soldi. Lui, incurante della sua boria, rispose di prenderli tutti. Per lui contavano solo l’arte e Caroline. Se anche noi trovassimo nella semplicità delle cose, nella bellezza oltre le codificazioni, nelle nostre ossessioni più vere, la nostra autenticità, che sia bene o che sia male agli occhi degli altri, il rischio insito nelle relazioni, nella sete ulcerante delle passioni, forse avremmo qualcosa da raccontare oltre le righe, ritroveremmo la gestualità perduta, oggi asservita alla moda dei social network, all’apparire più che al sentire, all’avere più che all’essere. Invece tutto sfugge, pur con un anelito di speranza, come sul finale di Forest picture del poeta di Swansea, la poesia che apre le Poesie inedite, Giulio Einaudi Editore:

Calma e strana è quest’ora serale nella foresta;
Cupole incise nel verde sono gli alberi lungo il sentiero;
Davanti a me nel silenzio infinite isole d’ombra.
L’Estate è grave di vecchiaia e s’appoggia all’Autunno.

Tutto intorno è maturo. Non c’è un moto
nelle lunghe baie d’azzurro su cui dormono
quei promontori di nuvole nel lume del crepuscolo.
Ogni cosa riposa nel volere d’un fine vittorioso.

I contorni si sciolgono in una confusa immensità
svaniscono, l’ombra verde incupisce, il buio si fa più profondo.
Ascolta! Una voce e una risata: i viventi ed amanti
per questi viali fantastici passano come fantasmi.

Alessandro Corso

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