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Dune: il film di Denis Villeneuve è un inno all’Arte

È in questi giorni nelle sale cinematografiche di tutto il mondo DUNE, il film di Denis Villeneuve tratto dal capolavoro letterario di Frank Herbert. Non parlerò del libro, né dell’intero ciclo che lo riguarda tranne che per affermare come questo romanzo dimostri l’inesistenza dei generi letterari di comodo: DUNE non è Fantascienza, non è Fantasy, è soltanto altissima narrativa. Non dirò neanche del film in quanto tale, e del quale comunque potrei scrivere soltanto elogi e peana, ma vorrei portare l’attenzione di coloro che avessero la bontà di continuare la lettura di questo mio testo, su alcuni particolari che compaiono nella pellicola, partendo da un assunto di fatto: l’Arte.

Se è vero come è vero che molti registi, un esempio tra tutti potrebbe essere Stanley Kubrick nel suo Barry Lyndon, si sono fortemente ispirati ai dipinti di grandi maestri del nostro passato, questo è altrettanto indubitabile nel DUNE di Villeneuve, anche se la scoperta, quasi un’agnizione folgorante e improvvisa, appare in tutta la sua lucente limpidezza soltanto ai più attenti conoscitori della pittura o comunque dell’arte e non soltanto di quella occidentale. Ma procediamo per gradi, lungo le struggenti scene che c’illustrano il mondo equoreo di Caladan e il suo castello dove regna da secoli la casata degli Atreides.

In un paesaggio che rievoca l’Irlanda o le terre alte ed i fiordi di Scozia, in quella che appare una fredda mattina, il Duca Leto, Il Giusto, cammina tra le tombe dei suoi avi in compagnia del giovane figlio, Paul, immerso con lui in un denso dialogo di politica e d’affetti, ma sono proprio i grandi sarcofagi di pietra incisa ad attirare l’attenzione in questo caso. Il regista ha voluto evidenziare l’antichità della nobile casata, ricorrendo alle molte tombe disegnate sul modello tipico romano, romanico e medievale, istoriate con bassorilievi dal gusto norreno e al tempo stesso rievocante la Grecia arcaica degli Achei, mostranti figure di guerrieri combattenti. Un profumo di epicità antica e solenne simile all’incenso, si leva da quelle immagini scolpite sulla scabra pietra grigia, destinate a durare per millenni ancora sotto le incessanti piogge e i freddi venti del pianeta.

Sempre sulle pareti interne dell’inespugnabile Castel Caladan, arroccato sulle colline del terzo mondo del sistema Delta Pavonis, sono evidenti molti pannelli decorativi, scolpiti con quelle che apparirebbero come carpe Koi, di gusto decisamente nipponico e che chi conosce la storia completa del ciclo, sa che rievocano le “Trote delle sabbie”, ovvero le creature che poi finiranno per mutarsi nei grandi vermi di Dune, gli Shai Hulud. È anche questa continua ma quasi invisibile presenza artistica, che crea un’ulteriore, drastica distinzione tra la casa degli Atreides e la brutalità razionalista e modernista dei loro nemici Harkonnen.

Le acque dei mari di Caladan, dalle quali emergono le grandi navi della sua flotta spaziale, sono state certamente volute pensando ai dipinti d’ambiente marino dell’Ottocento romantico, a William Turner, John Constable e a Théodore Géricault, in tutta la loro potenza drammatica d’onde e silenzi infiniti. Paul, che assiste all’emersione di uno dei grandi vascelli richiama subito alla mente Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, in un’atmosfera di straziante ed eroico sturm und drang.

Le stesse eleganti quanto semplici, uniformi verdi e nere degli Atreides, così come i loro vessilli, gli stendardi con il falco bianco stilizzato, ricordano i fasti asburgici di un mondo composto di bellezza, di raffinatezza estetica e di onorevoli tradizioni non solo guerriere ma anche artistiche. Infatti, uno dei mentori di Paul, Gurney Halleck è oltre che uno straordinario combattente anche un poeta e un musicista e una delle sequenze più suggestive del film è certo quella che lo vede protagonista, assieme al Duca e alla sua famiglia, mentre sbarcando su Arrakis, il pianeta conosciuto come Dune, declama una sua ode al suono della cornamusa.

Un altro rarefatto rimando all’arte è una piccola scultura, una fusione in bronzo di gusto decò, che ricorda al giovane Paul la morte di suo nonno, il duca di cui lui porta il nome, durante una corrida. Il bronzo raffigura infatti un toreador alle prese con il possente animale che lo ferirà a morte e la cui testa, come trofeo, campeggia sempre nella grande sala del castello e poi in quella della fortezza di Arrakeen, su Dune.

Grandi pannelli scolpiti a bassorilievo decorano i muri e gli interni della rocca del pianeta deserto, esse mostrano i giganteschi vermi del deserto, le cui spire si avvolgono in sinuose curve che li rendono simili ai draghi dell’antica Cina e del Giappone, misteriosi e divini nella loro incomprensibile alienità.

La stessa città fortificata di Arrakeen, sul Polo Nord di Dune, circondata da un’impenetrabile catena montuosa, ci viene offerta con tutta l’esuberante bellezza mediorientale di un’urbanizzazione arsa dal sole, costruita su livelli ascendenti quasi fosse una Ur dei Caldei, una Babilonia degna di Dario e forse simile alla città del Cairo medievale, con bastioni e ziggurat dalle pareti che la isolano dal calore mortale dell’esterno. In questo mondo così lontano da quello natale, arido, spietato e impossibile, troverà la morte il Duca rosso, Leto, per un crudele destino e per un impensabile tradimento, ed è questa scena che dimostra come ogni sequenza, in Villeneuve, sia stata ispirata ai grandi artisti della nostra Europa.

Il corpo nudo del Duca, giacente supino e abbandonato, immobile nelle luci radenti, caravaggesche – spesso presenti in tutto il film – di una sala di Arrakeen in mano agli Harkonnen, è l’evidente riproposizione a colui che osserva del Cristo morto di Andrea Mantegna. Praticamente identica a quella del Nazareno defunto, è la postura di Leto. Identica a quello scorcio ideato secoli fa dal grande pittore padovano e sofferente della stessa tragica solennità. «Qui sono e qui rimango» sussurrerà il Duca prima di morire, sacrificandosi per la salvezza della sua amata concubina Jessica e di suo figlio, entrambi in fuga tra le sabbie dell’immenso deserto.

Se tutto questo non fosse sufficiente a fare del DUNE di Villeneuve un capolavoro che esula dalla semplice cinematografia e che dimostra come l’arte sia necessaria e indispensabile, soprattutto laddove non si penserebbe di poterla trovare, cioè fuori dai musei, dalle gallerie, dai luoghi solitamente deputati ad essa, e che essa serve ma mai è servile, semmai dominante per affermare la differenza dell’uomo dalla bestia, allora tutto sarebbe vano e inutile. Ma noi questo non lo crediamo e continuiamo a volere un mondo, come Caladan o lo stesso Arrakis, inondato di Bellezza, di magnificenza e di grandi passioni  tra le quali quella dell’arte che riverberi in eterno sotto infiniti soli e innumerevoli lune.

Qui siamo e qui rimaniamo.

Dalmazio Frau 

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