12 Luglio 2023

“Il sacro splendore sta sulle ultime cose della vita”. Dostoevskij: il vizio del gioco e l’amore per Anna

Nel 1866 i debiti lo stanno strozzando: Dostoevskij è costretto a firmare uno dei tanti contratti capestro di cui è costellata la sua vita. Entro il primo novembre deve consegnare un nuovo romanzo all’editore Stellovskij, cui ha chiesto tremila rubli per onorare dei debiti di gioco. Se il libro non sarà consegnato, Stellovskij si è riservato i diritti d’autore sui suoi futuri romanzi per i nove anni successivi. Dostoevskij sta già lavorando a Delitto e castigo, ma gli servono altri soldi, dunque firma, accetta l’ennesimo ricatto, scommette anche la sua carriera letteraria sul tavolo da gioco.

Ha già in testa il romanzo – Il giocatore – che si appresta a scrivere in parallelo a Delitto e castigo, ma il primo ottobre realizza che l’impresa è disperata: anche ammesso che riesca a buttarlo giù in un mese, come potrà correggerlo e ricopiarlo in bella copia? Chiede aiuto al suo amico Olkin che gli propone di farsi aiutare da una stenografa. E così, la mattina del 4 ottobre 1866, la giovane Anna Grigor’evna bussa alla sua porta in Vicolo Stoljarnyj a San Pietroburgo. Anna si è preparata con cura all’incontro con il grande scrittore, il suo preferito fin dall’adolescenza.

Quel lontano mattino del 1866, alle undici e trenta, Anna Grigor’evna, vent’un anni appena compiuti, si trova di fronte a Fëdor Michajlovič Dostoevskij, i capelli scarmigliati e la camicia aperta sul petto, ormai prossimo ai quarantasei: si spalanca un quadro memorabile che, anni dopo, Anna immortalerà nelle sue Memorie, una testimonianza unica per comprendere Dostoevskij, sentire il suo respiro, il suo destino, il suo genio. 

Le Memorie di Anna Grigor’evna, Dostoevskij mio marito, riannodano i fili delle vicende interiori che la unirono allo scrittore: vi si può leggere di giovinezza e maturità, di vizio e virtù, di altruismo e libertà, di salute e malattia; ma soprattutto di come due vite – individualmente considerate – siano sprovviste delle occasioni di esprimere l’enorme potenziale cui possono aspirare insieme. Ci piace pensare che a Dostoevskij sarebbe stato impossibile completare Il giocatore in soli venticinque giorni, in assenza di quel nuovo amore che si stava facendo strada in lui durante la dettatura del romanzo alla giovane Anna. Riusciamo quasi a vedere il cuore dell’artista che, mentre si apre al sentimento, inizia a svuotarsi dei fardelli che lo aggravano, sanguinando copiosamente sulle pagine del suo stesso libro.

Dire la verità su di sé è cosa assai complessa e lo è ancora di più per un genio – che si carica sulle spalle le contraddizioni esistenziali e in quell’etere avanza come un funambolo; dunque, dettare una storia pressoché autobiografica, che pone al centro lo stato più profondo del (proprio) vizio, illustrandone le dimensioni oscure – ma anche luminose – è una prova cui Dostoevskij si sottopone e Anna, destinata a diventare la sua seconda moglie, gli tende la mano.

Forse non sarebbe stato sufficiente il giogo dei debiti e il contratto capestro sui diritti d’autore a determinare una produzione monumentale, senza soluzione di continuità, a maggior ragione per un uomo che portava in sé una sconfitta, in fondo già accettata. Occorreva uno stato d’animo rinnovato, che in qualche modo rivolgesse il suo timone altrove da quell’oscurità, verso una nuova forza. È in questo quadro di riscatto che possiamo comprendere il senso dell’incontro. L’attenzione, la gentilezza, il garbo, la disponibilità di Anna erano disposizioni dello spirito a cui Fëdor non era (più) avvezzo, e, se mai lo era stato, se ne era presumibilmente dimenticato. I contrasti generano vita, proprio quella vita di cui Dostoevskij si è fatto cantore: quella degli ultimi e dei più bassi stati dell’esistenza che li accompagnano. Artefici delle divergenze più evidenti, in questo incontro, sono proprio Anna, la sua disposizione caratteriale e la sua giovinezza.

Potremmo dire che è l’età (la giovinezza), con le sottovalutazioni che le sono proprie (e che noi chiamiamo “mancanza di esperienza”, mentre sono in realtà visioni e opportunità) a permettere ad Anna di intuire l’invisibile che sta dietro Fëdor, dietro a quella sua pupilla gonfiata dall’atropina e a quel corpo affetto da un complessivo stato patologico. La sottovalutazione (o ridimensionamento) delle conseguenze di un simile incontro sulla propria vita – quei rischi su cui la ammonivano i parenti – sono proprio la chiave di accesso al potenziale esistenziale di entrambi.

Anna visualizza pienamente la dimensione umana di Fëdor, leggendo in quelle membra consumate un preciso rapporto di causa effetto tra l’anima che si esprime pienamente nella “nudità del suo essere” e la degenerazione degli eventi da cui è destinata ad essere travolta.

Dostoevskij è un giocatore roso dal vizio, ma anche un genio afflitto da una malattia procuratrice di visioni che sono per lui materiale d’opera. È debole e forte al tempo stesso e soprattutto ha un cuore grande, capace di togliersi il pane di bocca per aiutare i derelitti. Gli stati dell’essere in cui si esprime la personalità dello scrittore paiono inconciliabili e sarà la stessa Anna a dire che la contrapposizione tra le qualità intellettuali, la bontà d’animo, da un lato, e la debolezza di fronte al gioco, dall’altro, sono una vera e propria umiliazione, una scelta di vita “poco degna di un’anima” come quella del marito. Stupisce e disegna un quadro vivido l’immagine dei due che si alternano, tra dettatura e commenti, in quei venticinque giorni, nelle prime fasi della conoscenza, in cui ancora erano solide in Anna le convinzioni vitali che l’avevano caratterizzata fino ad allora.

Li vediamo nettamente contrapposti quando Anna dice di parteggiare per la nonna (nel Giocatore) e per il signor Astley, manifestando palese disprezzo per la debolezza d’animo di Aleksei Ivànovic, il protagonista. Dostoevskij, che invece ne comprende i sentimenti, afferma (saggiamente) che “si può avere un carattere forte, darne prova in tutto il resto e non essere capace di vincere la passione per la roulette”. Su questo aspetto Dostoevskij si esprime in relazione al vizio del gioco, ma è piuttosto evidente che lo scrittore ci sussurra all’orecchio che questa discontinuità tra la forza di carattere e il vizio può riguardare qualunque vizio.

Dopotutto alla stessa Anna, nel parteggiare per la nonna, sfugge che nella palese e folle inesperienza delle sue giocate, non si manifesta altro che una delle fasi di nascita del vizio, quella in cui a poco a poco esso prende possesso del controllo razionale della persona, spingendola in uno stato di “pura esistenza”. Esso assume vita propria (e diversa) in ciascun individuo, come ci insegna il romanzo; e dove lascia una lunga vita di difficoltà e alterni destini ad alcuni (come Alekseij), ad altri toglie tutto e subito (come alla nonna – la signora Antonida Vissilevna, più spesso chiamata “Baboulinka”). È proprio qui, nell’esprimersi di una donna controllata posta di fronte a un uomo che è già stato attraversato dai contrasti del vivere, che si frantumano le convinzioni e si consuma la crisi dell’essere. La storia d’amore si sviluppa e diventa di comprensione e cambiamento, per l’una, e di riscatto, per l’altro.

Anna, con la sua risposta compassionevole e aperta ad un sicuro calvario, dimostra di comprendere che non v’è altra via che conduca alla pienezza del vivere se non quella che passa attraverso la durezza delle scelte difficili.

La giovane donna avverte che la bellezza interiore di Fëdor si è sviluppata ed è cresciuta in lui proprio in ragione del suo abbandono ad uno stato oscuro dell’essere. Il gioco – come vizio – spinge l’individuo ai massimi stati di ebbrezza e lo sprofonda in seguito nella più completa disperazione. Le scuse rivolte alla moglie tra i singhiozzi, la disponibilità a sottoporsi ad usura e al più infimo sfruttamento, la pressione psicologica insita nel timore di essere sopraffatto dal più irreversibile dei fallimenti: sono proprio quegli stati che estraggono da Dostoevskij la bontà, offrendogli, dal lato artistico, l’opportunità di esprimersi come il massimo conoscitore dell’animo umano. Nell’atto di consegnare a Fëdor ogni suo risparmio, Anna non perdona (solo) il vizio dell’uomo, ma mostra di comprendere pienamente che nessun Dostoevskij vi sarebbe mai stato senza quelle debolezze. L’afflizione che segue al vizio assurge dunque a forza vitale, ad energia generatrice di vita e di letteratura.

Si è già molto compreso del profilo esistenziale di Dostoevskij e delle premesse narrative che stanno alla base della sua missione artistica quando si attraversa questo quadro.

Da quanto si legge nelle Memorie, l’accettazione del vizio del gioco pare vivere in Anna come un a priori, una specie di attitudine caratteriale all’empatia, alla comprensione della complessità del mondo e degli stati patologici dell’animo. La donna ne dà piena prova quando afferma che il gioco non assumeva in Dostoevskij le caratteristiche di una “semplice debolezza, abulia, ma di una passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri di volontà e alla quale non poteva ribellarsi neanche un carattere forte”.

Nelle Memorie di Anna vediamo il grande Dostoevskij nei giorni peggiori delle sue perdite al gioco, della miseria e dell’indigenza, sull’orlo del baratro, ma vediamo anche un uomo che mai smarrisce la propria dignità, un uomo che accetta, come fece Giobbe, il proprio destino. Quanta bellezza riluce in lui quando lo vediamo vagare nei dintorni di Staraja Russa alla ricerca di una mucca, afflitto dal pensiero che i bambini restino senza latte; quando paga l’ammenda per liberare di prigione l’ubriaco che l’aveva aggredito; quando gioca coi figli; bambino lui stesso, mentre balla il valzer durante le feste di Natale; alla Pinacoteca di Dresda che percorre tutte le sale senza fermarsi per condurre Anna dinanzi alla Madonna della Cappella Sistina ed ammirarla per ore. Tanta era la bellezza che viveva in lui ed era quella la bellezza che Anna aveva visto con gli occhi del cuore.

Che peso hanno, dunque, queste parole:

“Bisogna rassegnarsi a considerare la passione per il gioco come una malattia incurabile (…)” ma soprattutto “senza rancore gli consegnavo gli ultimi soldi, sapendo che le mie cose sarebbero state vendute se non le avessimo spignorate prima della scadenza e che dovevo aspettarmi non pochi dispiaceri dalla mia padrona di casa e da altri piccoli creditori”?

L’immagine di Dostoevskij divorato dal vizio pone la grande questione della passione che priva l’uomo della ragione. È un’immagine che attraversa la storia dell’umanità – trasfigurata dall’arte in opere memorabili. La sua riconsiderazione è già in parte presente nelle Memorie di Anna, che, per il sol fatto di essersi risolte in azioni rivolte all’uomo nella vita reale, hanno più valore di qualunque altra indagine speculativa.

Vale comunque la pena di considerare alcuni aspetti con occhio esterno: l’uomo dostoevskiano è una creatura che segue gli istinti e non si preoccupa di null’altro se non di esistere. In quello stato di esistenza pura, priva di logiche, non v’è spazio alcuno per “far di calcolo”, v’è invece infinito spazio per le “percezioni pure”; anzi, sono proprio queste ad intensificarsi, a vivificarsi e solo in quello stato mostrano i loro profili di autenticità interiore. In questa condizione di rivelazione non hanno dunque senso giudizi di bontà o cattiveria, perché queste sono valutazioni espresse dall’uomo che vive in uno stato raziocinante e non in uno stato di “nudità dell’essere”.

Le due condizioni paiono incompatibili. Eppure, un punto di incontro si intravede e si verifica quando la nudità dell’essere (individuale) si scontra con le infrastrutture razionali progettate dall’umanità per prevenire lo sconvolgimento (collettivo). In quel punto di frizione si genera la crisi. Permanente in quello stato di vita “critico”, l’uomo genera risposte a quella crisi che visualizziamo nelle ragioni di Dostoevskij e dei suoi personaggi, prendano esse la forma di storie immaginarie dei romanzi o di vita reale. Il gioco – in quanto vizio – fa parte di quelle esperienze che traggono Dostoevskij in un istante di risposta a quella crisi; la compassione e la consegna del denaro all’uomo indebolito dal vizio sono invece la seconda risposta (di Anna) ad una (diversa) crisi: la sua. Mettendosi in relazione, Fëdor e Anna scoprono fragilità e debolezze reciproche, si intercettano a vicenda in quella zona grigia di follia (dell’esistenza) in cui le azioni più distruttive diventano generatrici di altre azioni ad alto valore umano e simbolico. 

Lunga la lista delle cose impegnate da Dostoevskij: il cappotto di pelliccia, l’orologio, i vasi cinesi, gioielli, l’anello di matrimonio… Più e più volte Anna, con la loro bambina in grembo, lo perdona: comprende che è la malattia a devastarlo: cerca di calmarlo, guarda con lui l’abisso e percorre i verbi di un autentico calvario: vincere, perdere, ritentare, smettere… Il gioco asseconda e sfoga l’istinto di prevalenza, di vittoria, di successo, di riscatto, che sono immagini psicologiche di potere, di controllo su di sé e sugli altri. Nei rari istanti di successo, di riconoscimento, di ebbrezza della vittoria Dostoevskij estrinseca una virilità interiore mai sopita, cui supponiamo avrà fatto ampio appello nei tristi, lunghi giorni della prigionia in Siberia. L’energia di resilienza estratta da sé ritorna e – incontrollata – si esprime con il gioco in una catarsi esistenziale inevitabile. Possiamo ritrovare i fili conduttori di quell’energia anche nell’omicidio, nelle macchinazioni, nella brutalità dei personaggi descritti nei suoi romanzi.

Bisogna notare che Anna definisce la piena dimensione del vizio e della debolezza di Fëdor dopo il matrimonio, quando già si rivolge a lui come “suo marito”; ma leggendo le sue Memorie non vi è mai un momento in cui si possa sospettare che quella sia stata per lei una sorpresa, una scoperta fatta solo dopo aver scelto di unirsi a lui nella vita. Anna e Fëdor si erano intuiti e compresi ben prima…mentre lui dettava e lei scriveva quella lunga sequenza di “vinse” e “perse” e comprendevano (assieme) che “il sacro splendore, come corona di martiri, sta sulle ultime cose della vita”.

Riccardo Peratoner e Marilena Garis

Gruppo MAGOG