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“Devi sapere che le mie donne io le chiamo tutte Bambola (veramente sono io la bambola, il fantoccio)”. Le lettere di Pavese a vent’anni

L’Orma editore ha ristampato alcune lettere giovanili di Pavese, a cura di Federico Musardo. Si parte dal 1924 e si arriva al 1936, insomma sono i 17-29 anni di un autore da giovane. Queste lettere private andavano giustamente rimesse in circolazione perché l’edizione completa in due volumi stampata da Einaudi è diventata una perla rara e l’antologia basata su quei due volumi, Vita attraverso le lettere, lasciava un retrogusto di insoddisfazione.

Nelle lettere al professore di liceo Augusto Monti (osannato da tutti, ma chi ha raccontato che scappò per sempre con un’allieva minorenne) Pavese dimostra un complesso d’inferiorità tenace, ma abbondano i guizzi. Senti questo ventenne che cerca di sbrogliare la matassa e vede davanti a sé solo futuristi (romantici) o classici. Sono le solite contrapposizioni nette di uno ancora adolescente e, forse, dal cuore nato gelido, ritroso a lasciarselo scaldare.

Pare di sognare. Sono gli anni del delitto Matteotti e Pavese scrive di sentieri estetici che si biforcano: da un lato, in via classica, una distinzione netta tra contenuto dell’esposizione e modo in cui questa è veicolata; dall’altra parte un rigurgito giovanilistico, vagamente romantico, un’asserzione dell’espressione come contenitore (forma) che si fa contenuto.

Per uscire dalla metafora di Pavese che vede nei futuristi una sorta di margine fatalista e nei classici una forma di sistematizzazione per distinguere sempre tra parola e segno, tra oggetto e rappresentazione, c’è solo questo ragazzo che ci interessa.

Rimasto orfano, fondamentalmente povero e con solo una sorella, iscritto a un liceo dove si insegna greco e non francese. E voi vedete la sfilata di queste lettere che mostrano il bambino e il patriota piemontese mentre si affretta ad abbracciare i capolavori della letteratura e ci sono tutti gli auspici, quasi in forma di mito, che indicano a questo fanciullo artista come scavare il tunnel sotto le mura del castello.

Per finire il tunnel, Pavese deve fare i bagagli da questo mondo e testare la profondità del fango.

Con il vero amore impossibile, lattrice americana Constance Dowling

Ma non è mica vero che io sia innamorato. Mai io sarò innamorato. Non so cosa significhi questa parola.

Così svanì anche la ballerina. Quella passeggiata di tutta una notte per i boschi è un esempio chiarissimo di tutto l’artificiale che c’era nella posizione. Ho voluto fare quel bel (?) gesto, mi ci sono costretto, tanto che dalle 2 alle 7 ho poi sonnecchiato per le strade, pensando a tutt’altro. Per la strada a un tratto ho incontrato una gattina sperduta che miagolava dalla fame, magra come uno scheletro. Mi è corsa nelle gambe e non mi lasciava più. E io l’avevo già raccolta, deciso a portarla a casa, chiamarla Bambola e tenerla come il simbolo di quella notte e quindi di chi mi aveva causato quella notte. Perché devi sapere che le mie donne io le chiamo tutte Bambola (veramente sono io la bambola, il fantoccio). Vedi dunque che ricerca disperata di costruzione, di romanzo, di letteratura. Ma la gattina che non aveva letto Mimì Bluette visto che lì per lì non le davo niente da mangiare e non le facevo che moine mi scappò per andare dietro un contadino che passava e forse aveva qualcosa di più sostanziale. Una volta tanto il simbolo varrebbe.

Ma del resto è giusto. Che diritto ho io di pretendere da loro la famosa onestà e poi io stesso voltarmi a tutte le donne che passano per vedere un po’ se attacca?

Era la lettera scritto all’amico Tullio Pinelli (poi famoso sceneggiatore di Fellini) un luglio del 1927. Avevano entrambi 19 anni. Pinelli aveva un fratello, Carlo, di un anno più piccolo e al quale Pavese dava ripetizioni.

*

Dalla lettera all’allievo Carlo del 14 luglio 1928:

Caro Carluccio,

ormai ti sei già goduto abbastanza le vacanze. Ricordati che se vuoi diventare compositore non ti è lecito fermarti un solo istante col naso all’aria a fare vita spensierata.

Non che uno debba stare lì a leggere a scrivere e ad archeggiare, che allora si diventa idioti o piattole come il tuo professore ma essenzialmente (e qui cavati il cappello perché parlo serio) si deve sempre star presenti a se stessi a cogliere, analizzare o sintetizzare, per spiegarseli, tutti i minimi moti del proprio spirito e i sentimenti e le idee, e tutto il resto.

Fare insomma l’introspezione. E continuamente paragonare i risultati ai propri mezzi d’arte. (…) desidero quindi ricevere al semplicissimo indirizzo di C.P. via Ponza 3 Torino (ci sono un giorno sì e un giorno no) un tuo messaggio dove si parli della tua vita psichica, o se non ne hai di pronta, della tua criminosa dissipazione.

Dico criminosa perché se continuerai a far niente (le guide debbono sempre opinare il peggio) tu deruberai l’Italia e il mondo di un grande compositore).

E dico poco. animo. Ché sei un grand’uomo. Anch’io lo sono. E sono arrivato a questa convinzione dopo un cinque anni di torturamento indefesso. Impara (…)

*

Ho come la sensazione che se Pavese fosse diventato insegnante o creatore di cicli letterari per l’infanzia le cose sarebbero andate diversamente. Aveva la capacità indubbia di ricreare l’adolescenza (ce lo spiega Martina qui sotto), di stabilire un contatto con linfanzia. Se fosse una dote caratteriale o un dono non lo so, né ha importanza: ma vedo con sicura tranquillità che gli sarebbe bastato uno scatto in più per fare il colpo d’ala e trovare l’immagine giusta.

Poteva creare il sistema di mondi immaginari e coerenti in cui i bambini amano perdersi.

Ma l’Italia era troppo arretrata per chi poteva diventare uno Stevenson o un Tolkien e non sapeva di volerlo.

Andrea Bianchi

***

Per Pavese compito della cultura è il continuo sforzo di chiarificazione del rapporto che l’uomo intrattiene col mondo: “l’umanesimo non è una poltrona”, un progressivo acquietarsi dello spirito sotto le fiaccole della razionalità raggiunta. Il contatto con ciò che è oscuro non può essere eluso perché la prima esperienza che si fa del mondo accade per estatica “rivelazione”. L’infanzia è la vita che stupisce se stessa.

Nel ricordo del proprio passato permane una commozione che non si estingue, un’ombra che resiste ai rischiaramenti e che costringe il pensiero a reimmergersi negli abissi della vita interiore, là dove perennemente vivono i nostri miti. Pavese fa compiere anche ai suoi personaggi questa discesa agli Inferi, da cui ciascuno tornerà irreversibilmente cambiato.

I protagonisti dei suoi racconti sono quasi sempre giovani adulti o adolescenti, i quali, nel corso della narrazione, si caratterizzano come degli “eroi vulnerabili”: eroi, perché impegnati in un rito di passaggio, che da uno stato di fanciullesca ingenuità conduce via via alla scoperta del mondo così com’è; vulnerabili, perché persone comuni, di ogni provenienza ed estrazione, che al termine del proprio processo di iniziazione saranno chiamati a fare di sé “un destino”.

E che l’adolescenza sia il punto di partenza dell’intera narrazione è segnalato già nell’incipit di molte opere pavesiane: “Eravamo molto giovani”, recita l’esordio de Il diavolo sulle colline. “A quei tempi era sempre festa”, si legge all’inizio de La bella estate.

Ripeness is all, “maturità è tutto”: questa frase viene posta in esergo a La luna e i falò, l’ultimo romanzo pubblicato dallo scrittore piemontese nel 1950, pochi mesi prima della sua tragica morte. L’opera segna evidentemente un momento di svolta nella ricerca e nella produzione di Pavese. Il libro è insieme poema della nostalgia delle origini, narrazione dello spaesamento, memoria di ciò che una volta fu fuoco estivo e vita che ricomincia, e che ora è divenuto cenere. “Maturità è tutto” significa allora sapere che non vi saranno più eventi assoluti, né santuari in cui rievocare l’innocenza del perduto stato di grazia; che non avranno luogo rivoluzioni definitive e che eternamente proseguirà la lotta dei contrari, l’irriducibile dissidio tra classi sociali, città e campagna, uomini e donne.

Tuttavia, “maturità” è anche decidersi ad appartenere ad un mondo “senza festa” né salvezza, continuare ad agire per fare giustizia a chi resta e a quelli che verranno.

*

Pavese non ha avuto fede nel proprio tempo storico e forse, come Anguilla protagonista del suo ultimo romanzo, si è sentito escluso da ogni comune orizzonte d’appartenenza. Ha creduto che, conclusa l’infanzia con le sue irripetibili estasi, solo la morte potesse davvero restituire all’uomo la pienezza di senso di un gesto eroico e la forza di agire come totalità, giacché “mitico”, diceva lo scrittore, è far accadere una cosa una volta per tutte.

“Ho ucciso in me il mondo che non mi ha salvato” sembra aver voluto dire Pavese suicidandosi, indicando comunque a chi ha proseguito il proprio viaggio nella vita un’alternativa positiva: bisogna aver il coraggio di vivere nel centro della contraddizione e, come Nuto ne La luna e i falò, farsi ragione e luna, libertà e destino, solida radice e slancio ribellistico.

Occorre “tener duro e sapere il perché”.

Martina Dell’Annunziata

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