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Elogio del Marchese de Custine, un Sade a rovescio che elogiava la Russia (tra mille rimorsi)

Parole come quelle del presidente russo Putin prese a prestito da Tolstoj all’occorrenza del dialogo che gli hanno strappato pochi giorni orsono col collega statunitense (è bene fare una riserva su quel che s’intenda volta per volta con “americano”, specie in belle lettere) di passaggio – la vita non è fatta di felicità, quella si dà solo in brevi attimi, da conservare – danno da pensare. O meglio: da fermarsi sull’origine sintomatica di quelle sentenze, di quei motti espliciti che fanno della letteratura alta, del buon costume erudito qualcosa come un fiume dai mille rivoli.

Qui, più silenziosamente, si tenderebbe a far l’elogio di uno dei primi grandi – se ancora si può usare questa parola dopo che è stata bandita dalle architetture prescrittive dei canoni – europei a viaggiare in Russia, con largo anticipo sugli emigrati d’oro, dalla penna sfolgorante (vedere alla voce Dostoevkij giovane e poi i vari Herzen dell’aristocrazia ottocentesca, giù giù fino a Nabokov) di mezzo Ottocento. Questo per dire di un solo nome: il Marchese de Custine.

La vita del Marchese Astolphe de Custine, anche lui divino ma in senso inverso rispetto a quello imprigionato decadi prima in Bastiglia, si ritaglia tra due episodi: la morte del padre per mano rivoluzionaria, o meglio in via banale e rapida di ghigliottina quando il piccolo Astolphe ha qualcosa come sei sette anni; e quell’altro episodio, verso il 1824, quando rimasto vedovo pensò bene di farsi buttare a ciglio di strada da una masnada di soldati in punizione della sodomia che era stato colto a praticare con un commilitone dei suddetti.

Ciò detto, e senza pretese cronachistiche, di ingabbiamento dello stile in una vicenda banalmente biografizzata, sarà il momento opportuno di riprendere a leggere per intero Lettere dalla Russia che in italiano trovate coi soliti adelphini, ma quanto incostanti se si sono ridotti pur loro a una scelta arbitaria, a dir tanto antologizzante dell’opera originaria che per mole è sì massiccia, ma denuncia e registra un viaggio a altezze cronologiche di rilievo, per così dire, antropologicio: la Russia per cui viaggia Custine nel 1839 non è, via, la Russia del grande Pietro secentesco, ma qualcosa di simile a quella tolstojana lo possiede già, e quindi il ponte verso Putin e i nostri giorni è ben agile a percorrersi.

Con questo si vuol invogliare a leggere l’originale che è ben più lungo, disteso, sia pur soporifero, della scelta arbitraria Adelphi che si incastona in un tutto sommato noto e pregiudicato progetto di inserzione culturale toto corde ad usum delphini: facevano meglio, a bottega di Calasso, a darci 40 pagine in più dell’originale de Custine invece delle dottisime e spregiudicate postfazioni di storici sul tema “la Russia di de Custine”, “noi e de Custine” e simili altri motti che si sperava – inutilmente, a quanto pare – di veder caduti in disuso con una buona pratica storicizzante di lettura diretta, senza scorciatoie di stampo machiavellicamente postivista, del testo in originale.

E ora si deve dire dell’autore, questo è ovvio: nulla di meglio che una lettera errante scritta al grande e allora poco celebre Stendhal in quel 1838 in cui de Custine era in procinto di partire per la Russia. Una lettera, si vedrà, in cui l’autore parla ad altri per dire in seconda battuta di sé: messo a margine dall’aristocrazia dei suoi pari di nascita per scandali omosessuali, ignorato dai salotti della critica buona a onta di due romanzi e tre quattro opere da teatro, de Custine si trova già in vita a essere il buon emarginato che proprio per questa condizione liminale è adeguato a darci un ritratto al vivo, quasi eterno direi, della Russia, del suo carattere surrettiziamente progressista nell’ombra della conservazione più bieca. In altre parole, si può citare Tolstoj ma in via sibillina, scattante; si può concedere qualche riforma al ceto di mezzo, come faceva lo zar in quel 1838; ma la visuale, la presa sul timone, è coerente e rimane ferma nello stagno afoso della Russia centrale asiatica.

Ma leggiamo de Custine che scrive da Parigi a Stendhal l’11 agosto 1838:

“Da tanto la mia opinione è decretata su quello che fate: niente somiglia a quello che voi siete: questa indipendenza di spirito, questo bisogno di verità che domina tutto e al tempo stesso questa felicità di espressione che farebbe che si prendesse interesse anche alla menzogna fanno di questo libro [il viaggio in Francia di Stendhal, Memorie di un turista] una lettura che non si finisce mai perché si ricomincia non appena si è arrivati alla fine”.

Dove sarebbe da soffermarsi a lungo sulla natura di guida Baedeker della letteratura che conta; ripensando a Kafka che aveva in mente di scrivere con Max Brod le guide turistiche sul modello di quelle rilegate in rosso, del Touring club per intendersi. E prosegue:

“La scelta dei vostri aneddoti è deliziosa e la vostra penna leggera, nonostante la clava dei pregiudizi insomma nulla dà il desiderio di conversare con voi come leggervi. Quest’aristocrazia d’animo e questa liberalità nei sentimenti vi collocano a parte da tutti quelli che oggi scrivono. Vorrei che voi mi permetteste di chiedervi una giornata al ritorno di un breve viaggio che sto per fare“.

Con quel che segue: il disconoscimento di Stendhal sino alle cerchie di Wilde e Gide, al recupero critico e a volte snobistico degli anni Cinquanta, e naturalmente l’oblio dedicato dalla premura dei posteri al marchese de Custine, che però sulla Russia vedeva lungo. E se ancora non si capisce quel paese di barbari infiocchettati, la miopia è da addebitarsi anche al regime culturale europeo in vena di non marcare il confine antropologico e di farsi sfuggire, con ciò, le perle dei viaggiatori, osservatori oziosi, ottocenteschi per cronologia ma non per spirito come appunto il Marchese de Custine.

Si tratta pur sempre della stessa idee di miopia che ai tempi di de Custine era moneta comune. Basta vedere una lettera a Stendhal scritta a caldo, non appena ricevuto Il rosso e il nero il 6 novembre 1830 per rendersene conto:

“in questo secolo le dissolutezze dello spirito hanno fatto perdere tanta sensibilità… a me sembra che la vostra idea di Dio differisca dalla vostra come la sua [di De Martine], ma oggi le opinioni più divergenti non sono sempre ostili; che importa che si seguano due linee differenti e quasi anche opposte, se si è vicini al vertice dell’angolo che le riunisce? Voi siete sconcertato più di noi  dagli abusi dell’autorità, noi lo siamo più di voi dagli inconvenienti della rivolta e poiché abbiamo, gli uni e gli altri, menti meditative, traiamo le estreme conseguenze dalle nostre opinioni. A voi occorre, come a noi, l’infinito; voi lo cercate sulla terra, nell’avvenire del genere umano, noi lo troviamo in cielo, nell’avvenire molto più essenziale dell’individuo… Desidero la riforma della Chiesa, ma detesto la Riforma che tuttavia era necessaria come la rivolta è inevitabile per arrivare alla libertà. Che tempo strano il nostro! Sembra che la nostra generazione operi la sintesi dei lavori di quelle che l’hanno proceduta…”.

Andrea Bianchi

*in copertina Processione pasquale di Illarion Pryanishnikov (1840-1894) conservato al museo di San Pietroburgo

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